Louis Jadot, ogni anno un intero concerto filarmonico in Borgogna

di Andrea Gori

Dall’acquisto pioneristico del Clos des Ursules a Beaune, nel 1826, la storia della casa fondata da Louis Henry Denis Jadot poco più tardi nel 1859 ha qualcosa di unico, anche nella terra di eccezioni che è la Borgogna. È davvero difficile trovare una maison che vinifica e controlla 225 ettari nella regione, di cui 119 nella sola Côte d’Or, per l’effetto fondatore molto legati alla Côte de Beaune ma con vigneti strategici anche nella Nuits. Un’attenzione che prosegue anche nelle maison e cantine acquisite nel corso degli anni ovvero Domaine Gagey, Domaine du Duc de Magenta, Chateau des Jacques, tra Fuissè e Beaujolais. Una strategia di crescita oculata e sempre fondata su investimenti mirati nonostante nel 1985, in un momento storico ed economico incomprensibile per chi non lo ha vissuto direttamente, la Maison sia stata venduta all’importatore americano Rudy Kopf.

Ma la guida è sempre rimasta in mano agli eredi Jadot, che tutt’oggi portano avanti l’opera di evangelizzazione sul terroir in maniera perfetta e maniacale, come la visita alla cantina ci ha mostrato in maniera impeccabile. Ordine e rigore e un impianto circolare pratico e necessario per la vinificazione e il controllo separato di ogni parcella. A questo si aggiunge un elemento chiave per la Borgogna, la tonnellerie interna che permette un dosaggio del legno perfetto – cosa che difetta ad altri grandi negociants e produttori locali: mai una nota tostata fuori posto o un vino soffocato dalle doghe tra tutti quelli provati.

Questo post è scritto a quattro mani con Emanuele Giannone: di seguito le sue annotazioni e i suoi assaggi. I miei assaggi sono in coda, e sono quelli (magari si indovinava) con i punteggi.

Haydn conferisce al genere sinfonico una forma compiuta e definitiva. Lo fa esperendo e riunendo, attraverso gli anni, modelli molto diversi: dal Divertimento al vero sinfonismo, dalle formule genuinamente sperimentali a parametri del Barocco e del Rococò. Genio e ordinatore. Nell’universo delle sue sinfonie si transita dal vitalismo più spigliato e allegro ad atmosfere oscure e inafferrabili; dalle timbriche vivaci e multicolori a un’immobilità contemplativa e fascinosa; dalle soffuse impressioni di rêveries alle più sontuose sonorità orchestrali. Chi ama il genere si può appassionare alle prime sinfonie, o a quelle del periodo detto sturmeriano, o a quelle del terzo o, ancora, a quelle dette Parigine e Londinesi. E in base al periodo si può affezionare, per esempio, alle singole esecuzioni della New York Philharmonic diretta da Leonard Bernstein, o della Royal Concertgebouw con Colin Davies, o dei Berliner Philharmoniker con Simon Rattle. Oppure si affeziona a tutte: e ai 33 CD della Decca per 104 sinfonie – l’integrale – eseguite dalla Philharmonia Hungarica con Antal Dorati direttore.

La Maison Louis Jadot è una Philharmonia Hungarica in Borgogna, la registra praticamente tutta e lo fa ogni anno. Gli audiophiles puntualizzeranno come i suoi Antal Dorati non sappiano infondere in certi movimenti lo stesso entusiasmo o lirismo, la stessa partecipazione o passione di Trevor Pinnock, Eugen Jochum e i tre sopra citati. «Still – per dirla con Steve Smith, critico musicale del New York Times – no performance in this milestone set lacks style or charm». Di questo set, in questo passaggio di inizio giugno, a noi è toccato in sorte (benevola) anche quanto di seguito. E nulla mancava di style or charm.

 I 2014 dalle botti.

Bouzeron (Côte Chalonnaise, aligoté 100%): semplice, fendente, eminentemente fresco. Pompelmo e verbena. Bocca snella, essenziale e regolare nello sviluppo all’insegna di una spigliata freschezza. Chiusura su pietra bianca, agrumi ed erbe amare.

Meursault Premier Cru Goutte-d’Or: grasso e ammaliante, anche nelle note immediate di burro e nocciola; e più sotto per il giallo solare di pesca matura, mirabella, ginestra e cedro. Cenni di frutta candita ed esotica, marzapane e vetiver. Struttura e apertura, distensione, calore e pienezza.

Pernand-Vergelesses Clos de la Croix de Pierre: velluto a coste larghe color senape, taglio e fattura comodi. Spessore e calore celano però un corpo sorprendente, magro e nodoso: la stoffa sopra, morbida, e sotto la pietra. Camomilla, tarassaco, cedro e grani di senape pestati su una lastra di calcare. Finale tagliente. Teso e indecifrabile, come un adolescente.

Puligny-Montrachet Perrières: solo un cenno fine e composto di nocciola, comunque coeso al profilo olfattivo che è altrimenti verde e giovanile: felce, erica, erba medica, cerfoglio e lime, tutti ben definiti. Sullo sfondo i tratti più usuali di miele, canditi e ambra. Grande tensione al palato: ritroso, sospeso tra acidità fendente e morbidezze, come tra campi di forze eguali e contrarie. Freschezza espressa e vibrante, calore in profondità e morbidezze in nuce. Una promessa.

Beaune Premier Cru Theurons: ampio e fine. Pienezza di corpo e di espressione aromatica (frutto rosso, erbe fini, cenere, spezie rosse). Preciso e slanciato al palato, di lunga ed elegante persistenza, fermo nella presa e dai tannini dissetanti.

Nuits-Saint-Georges Premier Cru Les Boudots: sensazione di densità, concentrazione e potenza. Prevalgono frutti e spezie scure insieme a note di radici e terra. Potenza, o meglio veemenza al palato per volume, corpo, presa e grana dei tannini. Pieno nei sapori, tutti in battere. Forte, avvolgente, largo di spalle e grosso (non greve) di scheletro. Eppure misurato nel calore, regolare in progressione e per nulla eccessivo. Cresci, fatti bello.

Gli assaggi dalle bottiglie.

Pernand-Vergelesses Clos de la Croix de Pierre 2011: largo, luminoso e solare. Fieno, camomilla, tè verde, confettura di sambuco. Al gusto è tornito, generoso, rotondo ma slanciato in allungo. Pacato, non pesante. Si vota in pubblico a pesci salsati e carni bianche ma flirta in segreto con gricia e carbonara. È un gioioso invito a pranzo con impromptu: la Francia porta il vino, tu ti metti ai fornelli.

Puligny-Montrachet Clos de la Garenne Monopole 2011: coniuga opulenza ed eleganza nell’assieme di pesca gialla, bacon, tartufo bianco, camemoro, verbena, limone, gelso bianco e nelle sfumature speziate e affumicate. Al palato è complesso e racé: flessuoso, continuo nello sviluppo, impeccabile per unità espressiva ed equilibrio, pieno e appagante. Stoffa da rosso, finale ampio e profondo con grumi, impressioni minerali, spezie bianche, una leggera piccantezza di fondo. Grande presenza gustativa e grande persistenza.

Beaune Greves Premier Cru 2011: spesso, serrato. Spezie, muschio e liquirizia a complemento di ciliegia, lamponi, prugna e ribes rosso freschi e immediati per intensità. Al palato è sapido, goloso e solido, i tannini tracciano immediatamente il segno, sono robusti e giustamente terrosi, dolci. La persistenza è un tripudio di frutta rossa e nera fresca, intercalata di tostature nobili (cacao e caffè).

Nuits-Saint-Georges Aux Boudots Premier Cru 2007: il climat è considerato tra i nuiton eterocliti e poco tipico per la zona. Dà infatti vini eleganti, complessi, profumati e dai tannini di grana fine. Caratteristiche confermate da questo 2007 ricco ma elegante, dal complesso profilo floreale (viola, ciclamino) e fruttato arricchito da cenni a incenso e china. Di freschezza traente, rispondente e veridico nella resa del frutto ancora croccante (ribes, ciliegia e in aggiunta pinoli), continuo in progressione e assolutamente preciso nel finale (visciola, erbe fini, cipresso e una piacevole sfumatura amara).

Chapelle-Chambertin Grand Cru 2007: l’assaggio più appagante. Classe e finezza nell’espressione aromatica, che ispira misura ed eleganza anche nei toni più bassi di terra, muschio e champignon fresco. Ciliegia, susina, rosa mosqueta, iris e tabacco dolce, intensi e coesi. Nulla fuori posto. Al gusto ha passo agile, prende la bocca con sicurezza e senza forzature. Grande piacere di beva in virtù di una tensione sostenuta, non sferzante; e dell’impressione tattile coinvolgente. Si gestisce al palato con slancio, ha ritmo, incede spigliato e aggraziato: il frutto è maturo e succoso, fiori ed erbe richiamano l’estate, il fitto del sottobosco è uno sfondo ombroso ma pieno di vita. Tannini nettanti, ben infusi, lontani da qualsiasi ruvidezza. Lunga persistenza con sensazioni di amarena, succo di ribes nero, spezie dolci, armelline, kirsch, erbe fini. Un vino che danza. Balanchine e la versione coreografica del Sogno di una notte di mezza estate, con tanto di Puck e della sua magica leggiadria. E di Oberon: “Conosco un ciglio dove fiorisce il timo selvatico / dove cresce la primula e reclina il capo la viola”. Vino classico ma non solenne, anzi: gioioso. Infatti è grandissimo di una grandezza musaica, non museale.

Charmes-Chambertin Grand Cru 2003: molta densità ma anche grande energia e una radiosa solarità espressa nel frutto maturo, nei fiori rossi, nelle spezie, nelle erbe secche e aromatiche: ciliegia, rosa, cardo, rovo, alloro, ginepro, macis, curry rosso, cardamomo, cipresso. Per ampiezza è superiore al precedente – al gusto si rivelerà superiore anche per stazza – ma al contempo si presenta meno disteso, più serrato e imponente nello sviluppo degli aromi. Tensione pulsante e stoffa più grossa, maggior concentrazione, più corpo e profondità. Più alcol. Mora, visciola, crema di cassis, alloro, creosoto e liquirizia dolce si distinguono in un quadro di spessore e opulenza, i quali tuttavia non zavorrano l’allungo che è al contrario trascinante. Persistenza piena di spunti e di notevole durata. Tra quanto in atto e quanto in potenza, ha tutto quel che distingue un grande vino. Ma non la grazia del precedente.

Credits: Baptiste Quinard, i critici musicali del NYT, Paolo Maurizi per il suo lavoro su vita e opere di Franz Joseph Haydn e Tim Scholl per le note sul balletto citato.

Louis Jadot Domaine Ferret Poully Fuissè 2013: nocciole e burro, agrumi e menta, scisto che da freschezza e sapidità, finale di mandorla e mela. 88

Louis Jadot Pernand vergelles Clos de la Croix de Pierre 2011: sabbia e marna, delicato e sottile con legno un poco presente ma piacevolissimo. 84

Louis Jadot Pernand vergelles Clos de la Croix de Pierre 2013: pesca e resina, miele di eucalipto, bocca fresca e sharp, acuto e morbido allo stesso tempo, bel finale gessoso e dolce. 84

Louis Jadot Saint Aubin Premier cru 2011 Dents de Chien: siamo in mezzo ai Montrachet e si sente, densità e succulenza, finale molto minerale, resina e tocchi di legno, susina gialla, pepe bianco e tanto grip e persistenza. 90

Louis Jadot Chassagne Montrachet Village 2012: annata concentrata per questo chardonnay maschile, con nocciole e mela, sapido e burroso al palato ma finale molto piccante e di senape, ottima prova per un village. 86

Louis Jadot Moulin a Vent 2010: gamay intenso, floreale, rosso un po’ passito, mela rossa e fragola, tannino particolare e succulento, pepe leggero e nero, chiusura veloce. 87

Louis Jadot Monthelieu 2010: smalto e prugne, sedano e pepe, lato vegetale curioso, bocca saporita molto delicata e soffice, beva semplice ma accattivante. 86

Louis Jadot Baune Premier Cru Clos de Couchon 2012: dolce mandorla e prugna, vaniglia e sale, fruttato, rosmarino e ginepro, tannino appena rugoso ma in evoluzione. 87

Louis Jadot Chambolle Musigny Premier Cru 2009 Fuèe: vigneto in grande spolvero e in posizione sontuosa, nel bicchiere è ricco e scuro, lamponi e mirtillo, tocco di fumè, bocca saporita ma un poco verde nonostante l’annata luminosa e calda. 84

Louis Jadot Clos Vougeot 2007: tra i vigneti in posizione migliore nello sconfinato Grand Cru (acquisizione nel 1800) con un leggera nota verde ma tanta potenza sia al naso che in bocca, tannino ficcante e pepatissimo, finale intrigante e resinoso, mallo di noce e ciliegie, toni fumè, bel ritmo e rabbia per un’annata non facile dove tanti sono usciti con vini erbacei e sottotono: non è questo il caso. 92+

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

2 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 4 anni fa - Link

Anche se il buon Haydn era tutto tranne che astemio, io continuo a ritenere che il vino francese ha sempre un che da musica di Belle Époque e lo vedo molto meglio con Delibes che con un solenne germanico. Anche perché tra borgognoni e teutoni grande assonanza non c'è mai stata.

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Emanuele

circa 4 anni fa - Link

Uh, questa me l'ero persa! Se proprio Borgogna ha da essere, Jadot lo abbino a Berlioz. Delibes all'Arlot e con Anne Gros vado su Poulenc. Haydn ne ha per tutti. Tra sinfonie, quartetti, Creazione, messe, sonate e oratori guarderebbe persino con sufficienza all'elezione a colonna sonora ufficiale di Teutonia. Era cosmopolita. Era di casa a Vienna e Londra, girava parecchio, ha composto una delle sue opere più appassionate e complesse (Le 7 Ultime Parole etc.) per il capitolo della Cattedrale di Cadice, era un tedesco buontempone e ottimista nonostante il rango e la fama...

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