L’esperimento definitivo oggi è realta: 5 vini alla cieca e senza paracadute. Pazzesco

di Alessandro Morichetti

Il mondo è pieno di gente che assaggia alla cieca e poi massaggia il testo a seconda del nome che compare sull’etichetta. Volete degli esempi? Io non ne farò. Di certo è uno dei motivi di maggiore disaffezione da certa critica e vorrei vedere. Noi qui giochiamo d’azzardo. Abbiamo pescato una editor, ci siamo assicurati che nel suo pedigree ci fossero competenze di degustazione certificate ma non specifiche sul vino (Istituto Nazionale Espresso ItalianoIstituto Internazionale Assaggiatori Caffè) e le abbiamo poi somministrato 5 vini alla cieca. Così cieca che solo online -quindi leggendo questo post- la degustatrice scoprirà cosa ha combinato.

Questa l’autodichiarazione di Giulia Mancini, cavia dell’esperimento: “Bevo quello che mi piace, lascio quello che non mi piace e applico alla bevanda di Bacco la stessa analisi sensoriale del caffè. Non mi hanno nemmeno detto i vini che ho assaggiato, che stro**i.” Insomma, l’ultima frase non l’ha detta ma l’avrà pensata.

Volete il mio commento? Ne vedremo delle belle! È tutto vero. Giulia realmente non sa cosa ha bevuto. Una cieca totale, senza paracadute. Siete pronti? Si comincia a tarare gli strumenti.

Ah… Ma a che serve? Ve lo dico dopo.

#1 Color rubino acceso, vino traslucido con archetti sul bicchiere impercettibili. Al naso arriva una lievissima nota fumosa subito seguita da una un po’ più accentuata ferrosa; poca frutta rossa acida condita da sentori di mela annurca. Al naso poca compostezza che si traduce in una bocca poco presente, acidità non spiccata minimamente bilanciata da un corpo esile; il centro bocca è scarso, il finale corto e inconsistente di tannini leggeri e di poco corpo. Retrogusto vagamente corrotto da una sensazione plasticosa e limitata alcolicità, un vino che ho lasciato e non riberrei.
Tavernello Rosso

#2 Color granato scarico, aspetto leggermente opalescente con archetti che denotano un’alcolicità maggiore rispetto al primo vino. Al naso molto vinoso, si distinuguono subito profumi di mela rossa matura e mora di bosco; spicca una nota speziata tra chiodo di garofano e pepe di Sichuan con sensazioni effimere di melassa chiara, quasi un profumo di sciroppo di agave. Dopo un po’ al naso arrivano sentori cipriati di fava tonka insieme a lievi note di tostatura, come noci pecan e nocciola. In bocca torna subito la nota balsamica del Sichuan, ha un attacco più dominato dall’acidità che dalla corposità, inizia con una sensazione piena di frutta rossa dolce, coerenza nel ritorno della mora. Bocca esile di tannini poco presenti al centro del palato, corpo di breve presenza, vino non lungo di pronta beva ma che non lascia segni nella memoria.
Un po’ come il secondo amore, mai indimenticato come il primo ma velocemente sostituito dal terzo.
Habemus 2011, San Giovenale

#3 Giallo paglierino scarico, aspetto limpido. Al naso una lieve nota fumosa e piacevole annuncia una sottile dolcezza di frutta gialla, tra tutte spicca la susina bianca non matura, un leggero sentori di ananas e banana immature e non invadenti, riconoscibile la mela fuji. Sentori di viola ciocca e rosa bianca, lievissima nota di fiori di sambuco. In bocca torna immediatamente la mela fuji e la susina in un attacco acido di limitata durata; mineralità accennata a lato della lingua in una nota leggermente salina. Accenno di carbonica al centro del palato in una vaga e sottile microeffervescenza. Bocca bilanciata dall’acidità leggera che non contrasta con un corpo medio e pacatamente avvolgente. Una chiusura di media lunghezza accompagnata dalla nota acida di ritorno; persi i sentori floreali sul palato. Corpo esile e diritto per un vino che si lascia bere pur non essendo nelle mie corde.
Un vino che la maggior parte delle donne con le gambe lunghe, magre e perennemente accavallate berrebbe a tutto pasto.
Valle Isarco Gruner veltliner 2011, Pacherhof

#4 Giallo paglierino di buona intensità. Inizia al naso con profumo di uva matura tendente all’uvetta, mandorla fresca e pesca tabacchiera dominano un naso dalla tendenza dolce; fiori gialli accompagnano il bouquet, tra tutti riconsocibili la mimosa, il narciso e la viola panzè. In bocca si perde la dolcezza anticipata al naso, resta evidente e piacevole la pesca e un lieve sentore erbaceo che non lo rende propriamente coerente con le note olfattive. Poca resistena della frutta in bocca, modestamente ricordata dall’acidità poco presente al centro della sorsata. Di media lunghezza con un breve ritorno acido ai lati della lingua; nel retrogusto un rapido ritorno dell’uva bianca matura. Un vino di buona beva senza grandi slanci gustativi, corpo smagrito come se ci si aspettasse una nota caratteriale un po’ più accentuata.
Sole e Vento 2012, De Bartoli

#5 Bollicina di media finezza e intensità. Al naso profumo di lievito fresco, crosta di pane biscottato e lieve sentore di burro giallo misto a una sensazione agrumata dolce di pomplemo rosa. Note floreali bianche di rosa e lilium in lontananza; sentori di erbe aromatiche, timo montano e salvia fresca. Inconfondibile profumo di pietra bianca calcarea a caratterizzare la nota minerale di questo vino che suppongo essere uno champagne della craie. Bocca piena e bilanciata, diritto e affusolato nella sua acidità bilanciata dalla mineralità. La bolla si riapre in maniera capricciosa sulla lingua rievocando velocemente l’aromaticità delle erbe. Corpo stretto nonostante la burrosità che si percepisce al palato ma viene poi  liberata dal ritorno agrumato acido. Finale con chiusura di salvia leggera e pompelmo rosa. Mediamente lungo e persistente.
Vino femminile nell’equilibrio esteriormente bilanciato e banalmente isterico.
Champagne Les 7 Crus, Agrapart

Ora, a che serve il giochino? Facilissimo. Ad avere un “robot” che assaggia e descrive per noi non con condizionamenti esterni al liquido pari a ZERO: stimolo-risposta, punto. Capirete molto bene le implicazioni. Interessante, vero?

[Foto: Olycom – Nino Materi]

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

22 Commenti

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Nic Marsél

circa 6 anni fa - Link

Bello, bello! Avrei preferito un campione meno eterogeneo per valutare meglio le capacità percettive del vostro robot ma va benone anche così. Infine peccato (ma questa è ovviamente solo colpa mia) che di questi vini ne abbia assaggiato uno solo, e purtroppo è proprio "quello". Aspetto una seconda puntata magari monotematica.

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Nic Marsél

circa 6 anni fa - Link

mi sono espresso male ... non per valutare meglio le capacità percettive (che non metto certo in discussione), ma per poter apprezzare meglio le differenze percettive su vini della stessa tipologia.

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Giulia Mancini

circa 6 anni fa - Link

grazie del suggerimento, la prossima volta (se ci sarà una prossima) rimarremo sul tematico

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Daniele

circa 6 anni fa - Link

Mi perdo qualcosa io o non capisco cosa ci sia di 'nuovo' e di 'pazzesco' in tutto ciò? Non è una normale cieca come mille altre? E' il degustatore che fa la differenza? Embè?

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Fabio C.

circa 6 anni fa - Link

Complimenti per "sensazioni effimere di melassa chiara, quasi un profumo di sciroppo di agave" oltre a "lilium in lontananza" e "timo montano". Tranne queste citazioni alla LM tutto il resto è noia. Le degustazioni alla cieca sono un esercizio di stile che poi, all'atto pratico, non dice nulla. Punto. E scusate la franchezza...

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Giulia Mancini

circa 6 anni fa - Link

Come tutti gli esercizi di stile il senso rimane confinato e limitato, hai ragione. Era un modo per non prendersi troppo sul serio, nessun tentativo di salvataggio italia/mondo/universo :-)

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

gli archetti?? ritorno al futuro ;) ciao A

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Giulia Mancini

circa 6 anni fa - Link

mi attengo al didascalico nel senso più standard del termine Alessandro, non ho strumenti affilati per descrizioni fuori dagli schemi

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vocativo

circa 6 anni fa - Link

Il giochino del tavernello come convitato venne fuori anche in primavera, a Cerea, se ben ricordo. Comunque dalle descrizioni sembra che nessun vino l'abbia entusiasmata e, ad ogni modo, il Tavernello resta in fondo alla lista dei desideri, pare di capire. Una degustazione alla cieca richiede un metodo rigorso, fin dalla scelta dei vini, che non può essere casuale e disordinata, sennò non si avrà nessuna "verità" nell'esito. Sarebbe infatti molto importante che ci diceste come è avvenuta la scelta dei vini, perché proprio quelli, perché mettere insieme bianchi, rossi, bollicine ecc. Solo così si possono trarre delle conclusioni che possano avere un peso.

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Rossano Ferrazzano

circa 6 anni fa - Link

Io ormai il moricchia lo capisco alla cieca, ancora prima di leggere il grosso dell'articolo. Già le parole "analisi" e "sensoriale", fuori dai panel accademici o tecnici finalizzati a tracciare i grafici circolari dei riconoscimenti tipici, se messe insieme costituiscono oltraggio alla corte. Già assaggiare un Gattinara come se fosse un Barolo o un Chianti come se fosse un Brunello è atto meritorio di gogna a dorso di ciuco con tiro degli ortaggi e delle ove marce. Ma assaggiare il vino come se fosse caffè! Provoca, il Moricchia, e punta a vertici di traffico che solo le risse stile wrestling su cose del tutto insignificanti sanno produrre... ;-D

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MG

circa 6 anni fa - Link

Comunque complimenti alla degustatrice, dal caffè al vino, anche alla cieca non ha sbagliato un colpo. Chapeau.

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vocativo

circa 6 anni fa - Link

A parte il disappunto sul senso di queste "degustazioni", ammetto anch'io che Morichetti è un re mida della comunicazione vinosa. Un genio del male uahauhauhauhauahua

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Daniele

circa 6 anni fa - Link

La folla vuole la lotta delle blind tasting e Comodo Morichetti gliela dona... pollice verso!!! ;)

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Calma e gesso, focalizzo meglio l'idea originaria perché presi dai pacchi natalizi vi vedo poco in forma ;-). L'idea è esplorare l'analisi sensoriale di una non-skillata quando le mettiamo davanti il ns oggetto del desiderio. L'analisi sensoriale è una, cambiano gli oggetti di studio ma i sensi che usiamo nelle robe da bere quelli sono. Quindi: cosa percepisce Giulia quando assaggia i "nostri" vini? Quello che leggete. Oggi era per tararci, e direi che l'analisi è ineccepibile. Invito anche a decolonizzare l'immaginario da Luca Maroni e compagnia. Noi dell'ambiente usiamo anche descrittori alla cazzo per darci un tono, ma gli odori esistono davvero ed è risaputo che le donne siano ben più brave di noi uomini a riconoscerli. Mi attengo alla mia esperienza e a nessuna legge di natura, quantomeno. Rossano e altri: la storia del tirare click è vecchia come il cucco. E quando in pagina c'è un post di Pietro Stara il prossimo che fiata va nello spam di corsa :D.

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Luca

circa 6 anni fa - Link

"Noi dell'ambiente usiamo anche descrittori alla cazzo per darci un tono"..Sacrosanta verità!!! Il senso comunque era chiarissimo, bravo Morichè e bravissima la degustatrice, che ha fatto delle analisi sensoriali coi controcazzi! Vorrei trovarne di questa gente in giro (e non che partono con le solite cagate "piccoli frutti rossi, lievi sentori tostati che virano su tabacco caffè liquirizia e sticassis" - che se anche gli fai bere un riesling quasi ti dicono ancora gli stessi)! Io ho assaggiato solo l'Agrapart e mi sembrava di riassaggiarlo!!! Mi aggrego allo chapeau!!

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stefano

circa 6 anni fa - Link

Quanto darei per descrivere anch'io i vini così!!!

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Marco

circa 6 anni fa - Link

Ah Morichè, la prossima volta volendo fare il radicale in toto prendi l'uomo della strada (nel senso di un non skillato vero) e cacciagli sotto il naso 5 campioni chiedendo di descriverli. Li forse viene fuori qualcosa di divertente. Un po' come "andare in corso Garibaldi e chiedere ai passanti chi è Pacherhof". Indagine antropologica.

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Credo non serva a niente in realtà. Puoi farlo con un amico/parente a caso ma avresti una risposta che può andare da "Splendido" a "E' una cagata pazzesca" però senza un metodo. Qui ad interessare è il metodo e come adottarlo scevri da OGNI pregiudizio porti ad una analisi. Indagine antropologica, in qualche modo si, questa.

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Stefania

circa 6 anni fa - Link

Ti quoto Alessandro, eccetto che sull'uso improprio del termine. Perchè un conto è dare un foglio bianco e una penna in mano ad una persona addestrata a descrivere il percepito (con metodo), un altro occuparsi di analisi sensoriale. Per quella serve un panel addestrato (mica una persona sola), un panel leader, una piano ragionato di campioni in assaggio e magari pure un software di statistica che validi i risultati. (che poi il rischio di vedere quello che in tivvù annusa mortazze autodefinendosi esperto in analisi sensoriale aumenta ;) )

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

In punta di metodo scientifico hai ragione, la cornice descrittiva spiega come io intendessi l'espressione in senso più colloquiale. Anyway, grazie delle precisazione!

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ChemRob

circa 6 anni fa - Link

...però proprio non-skillata non mi sembra. "suppongo essere uno champagne della craie" non è una considerazione da non-skillata. Magari non degusta vino professionalmente però lo degusta, eccome lo degusta. ;-)

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Alessio

circa 6 anni fa - Link

Bellissimo! Penso anche io che sia un esperimento molto interessante e utile, per parlare liberamente di un vino, descritto da qualcuno con probabilmente ottime e certamente molto allenate capacità sensoriali. Per dare poi un giudizio che abbia un senso pieno a un vino, bisognerebbe collocarlo nel contesto di origine, ovvero valutarne la capacità espressiva legata a vitigno e territorio, ma questa è un'altra storia.

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