“Le vie del vino” di Jonathan Nossiter resiste a 5 anni dalla vendemmia

di Vittorio Manganelli

Ho letto con ritardo Le vie del vino di Jonathan Nossiter, a seguito delle polemiche che l’autore ha scatenato affermando che chi usa prodotti chimici in vigna produce vini “tossici”. Un testo sicuramente attuale che mi pare valga qualche parola di commento.

Jonathan Nossiter raggiunse una certa notorietà tra gli appassionati di vino nel 2004, quando vinse la Palma d’oro a Cannes con il documentario Mondovino, volto a far conoscere i pregi dei piccoli produttori e ad additare al pubblico ludibrio le aziende che intendono il vino come un prodotto di tipo industriale.
Le vie del vino affronta le stesse tematiche presentando un itinerario in cui l’autore fa sfoggio della propria conoscenza enologica, acquisita in oltre vent’anni di bevute e visite a cantine ed enoteche, soprattutto in Francia. L’intento dichiarato è quello di aiutare i consumatori a non farsi prendere dalle chimere legate alla globalizzazione del vino, rivolgendosi invece con fiducia a quei piccoli produttori che cercano di restituire nella bottiglia il senso dell’appartenenza a uno specifico territorio, a un singolo vigneto, a quello che oggi si chiama un po’ dappertutto terroir. Bando quindi ai vini che sanno di legno, a quelli realizzati da winemaker internazionali, ai vini che cercano la piacevolezza immediata attraverso una costruita rotondità e che mettono in secondo piano le particolarità derivanti dalla specifica vendemmia attraverso interventi mirati in vigna e in cantina: “Il vino moderno … è un intruglio che ci pone una sola domanda: “Cos’è che mi piace senza farmi riflettere, e di cosa ho voglia qui e ora?”. Mentre invece un vino di terroir (soprattutto quelli elaborati in un rapporto sano con la natura) esige che ci si interroghi sul suo conto – e sul nostro: “Chi sono? Da dove vengo? Quale storia mi è raccontata da questa terra, da questa natura?”. Coloro che prendono la difesa del mitico “libero mercato”, e dei vini o di ogni altra espressione culturale creati ex nihilo, sono solo narcisisti”.

Per contro, ovviamente, lunga vita ai vini biologici, biodinamici e, come si tende a dire ultimamente, “naturali”, anche se magari non proprio perfetti o addirittura un po’ difettosi. E bando agli imbonitori, a quei critici asserviti all’industria del vino che cercano di far vendere bottiglie globalizzate frutto di enologi senza scrupoli: “Questo libro, in qualche modo, è una presa di posizione polemica contro tutti i critici e gli arbitri del gusto che a forza di voler imporre le proprie opinioni rovinano tutto il piacere del vino e ne distruggono la cultura”. E qui ovviamente il nemico numero uno è l’americano Robert Parker, il più importante e influente critico a livello mondiale, quello che da molti è ritenuto anche il più autorevole comunicatore enologico del pianeta: “Proviamo ad analizzare il gergo utilizzato dai principali critici e pseudoesperti, da Parigi a San Francisco. La palma del più grottesco spetta senza dubbio a Robert Parker”. Proprio sul tema della critica giornalistica si incentra una consistente parte del volume, alla ricerca di un modo di parlare del vino e di valutarlo che vada oltre l’attuale e diffusissimo metodo basato su punteggi ritenuti fuorvianti e riduttivi: “Bisognerebbe trovare un altro modo di parlare del vino, che possa essere democratico, aperto verso la gente, ma nello stesso tempo preciso“. Un tentativo, una perorazione che per il momento rimane appena abbozzata, volta a far capire che i numeri non sono in grado di rendere la complessità di un vino, che al massimo può essere valutato in base a poche categorie: “Classificare un vino o dargli un punteggio non sono la stessa cosa. “C’è una profonda differenza tra la classificazione a tre o cinque stelle, molto malleabile, elaborata dal saggio critico inglese Michael Broadbent, e un sistema con 100 punti che mira a una “precisione” assolutamente chimerica”. E, ancora: “Assegnare dei numeri a un vino, che è qualcosa di vivo che cambia costantemente in relazione all’ambiente in cui si trova, mi ripugna tanto quanto assegnare un numero o un valore numerico agli esseri umani“.

La soluzione proposta, per quanto ancora piuttosto vaga, è sicuramente degna di interesse, anche perché riguarda un metodo di lavoro che sta influenzando parecchie guide enologiche anche in Italia, a partire dalla neonata Slow Wine di Slow Food: “A mio parere, l’unica cosa che deve fare una guida è fornire la storia dell’azienda, delle persone, dei vini e del suolo, e indicare nomi e indirizzi delle aziende per far sì che gli appassionati possano visitarle“.

Il tutto inserito in un contesto in cui l’autore non perde occasione per proclamare la propria “politicità”, basata su un preciso spirito democratico e antiautoritario, che il Nostro si augura possa ispirare anche il mondo del vino. Raggiungendo in questo senso qualche punta che ad alcuni è parsa un po’ stucchevole, come quando, nel primo capoverso dell’introduzione all’edizione italiana, si dichiara: “In questi anni, in cui molti italiani sentono che il loro paese sta scivolando verso una forma di disperazione culturale e sociale, i recenti cambiamenti nel mondo del vino in Italia offrono non solo una fonte di speranza per la cultura del vino italiano, ma anche un esempio di libertà e di impegno etico per ogni forma di attività culturale nel mondo intero“. E creando qualche imbarazzo nei lettori che non sapevano ancora che bere vino nostrano in America significa portare soldi a Cosa Nostra: “In questi anni, in cui molti italiani sentono che il loro paese sta scivolando verso una forma di disperazione culturale e sociale, i recenti cambiamenti nel mondo del vino in Italia offrono non solo una fonte di speranza per la cultura del vino italiano, ma anche un esempio di libertà e di impegno etico per ogni forma di attività culturale nel mondo intero“.
Come politico e antiautoritario è anche il vino in sé, considerato che “Il vino è democratico (perché si trovano buoni vini a 2 euro come a 200) ma non marxista: i vini non sono tutti uguali e non possono essere trattati tutti nello stesso modo)“.
Francamente, un testo di un qualche interesse per chi voglia aggirarsi per le enoteche di Parigi e scegliere etichette di piccoli produttori seguendo le dettagliate istruzioni di un Nossiter che ad ogni piè sospinto ricorda la sua versione di “piccolo è bello” e il suo disprezzo per le multinazionali del vino. Meno interessante, e privo di ogni dialettica o spunto critico, l’impianto teorico del volume.

Jonathan Nossiter, Le vie del vino
Einaudi 2010, 242 pag.
Titolo originale: Le gout et le pouvoir
Traduzione: Fabio Montrasi

5 Commenti

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dazerovini

circa 7 anni fa - Link

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Exafo

circa 7 anni fa - Link

Piccolo taglia-incolla non riuscito o la citazione su cosa nostra e' veramente quella e io non la capisco?

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dazerovini

circa 7 anni fa - Link

si in effetti me l' aspettavo un po più piccolo! :-) Era un riferimento a quello che dice Nossiter su i punteggi dei vini... 30 anni prima fu Teobaldo...

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Gabriele

circa 7 anni fa - Link

Il documentario "Mondovino" non ha vinto la palma d'oro, pur partecipando al festival di Cannes.

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