Il salto dell’acciuga. Appunti di viaggio scritti in macchina

Il salto dell’acciuga. Appunti di viaggio scritti in macchina

di Giovanni Corazzol

Oltre le dolcezze dell’Harry’s Bar
e le tenerezze di Zanzibar
c’era questa strada
Oltre le illusioni di Timbuctù
e le gambe lunghe di Babalù
c’era questa strada
Questa strada zitta che vola via,
come una farfalla o una nostalgia,
nostalgia al gusto di curacau,
forse un giorno meglio mi spiegherò
(Paolo Conte, Hemingway, 1982)

Il Multivan ha fatto il pieno, la bombola di propano pure, il frigo è carico, ampia disponibilità di risotti liofilizzati: alla pescatora, allo zafferano e tartufi, agli asparagi, alla parmigiana.

Qualche anno fa, pubblicizzando la Croma in uno spot di Paolo Sorrentino, un barbuto Jeremy Irons sosteneva, con bella intensità attoriale, che del viaggio non è importante la destinazione, but how you get there. La destinazione è Fornovo di Taro, come ci arriverò altra faccenda. Vini di Vignaioli è la prima fiera dopo la vendemmia e quella in cui ho ancora voglia di andare. C’è stato un tempo in cui non l’amavo, troppo confusa, troppo stancante, poco user-friendly. Ora no, quelli che allora sembravano limiti oggi sono l’esatto motivo per cui voglio andarci: anarchia, confusione, aria.

L’Italia non è soltanto lunga, ha un pezzo di terra larga che parte da Trieste, capitale di qualche impero, e che arriva a Torino, capitale di qualche regno. In mezzo il nord. Quel nord troppo largo per trovarne sintesi: troppo mare, troppa pianura, troppe valli, troppi modi diversi d’aver freddo. Per attraversarlo e raggiungere Fornovo possono bastare un’autostrada e due caselli, una sosta in autogrill, un camogli e del tempo, oppure qualche fissazione, una propensione per le connessioni sbilenche, una certa inclinazione ai detour e del tempo.

Sul sedile due libri sbilenchi: il salto dell’acciuga di Nico Orengo e Saluti notturni dal passo della Cisa di Piero Chiara. Storie provinciali, pescate dalla libreria per fare da navigatore, per giocare a tirar linee tra punti che diventano strade, da fare o già percorse. Un viaggio con una meta fittizia, con dei richiami letterari e con i pensieri solitari del viaggiatore, con memorie, facce da mettere in fila, richiami, suggestioni, strade che volano via.

Come la strada siciliana imboccata lasciando Contrada Samperi, percorsa per seguire un’altra suggestione: attraversare i tre valli storici e toccare i tre capi, berne i vini. Su quella strada ho trovato Gulfi e la cantina costruita da zero come fosse una vecchia masseria, ho ascoltato la narrazione agiografica sulle gesta di Vito Catania, sui successi di imprenditore nel campo della produzione di preparati chimici per l’industria manufatturiera in Brianza, sul richiamo della terra natia, sull’attenzione per la produzione di organic wines in Sicilia, sull’alberello come sistema di allevamento e sulla conseguente inevitabile collaborazione con Salvo Foti.

In cima allo stretto, a Contrada Mezzana, ho trovato la cantina-villino di Enza la Fauci ed il suo cappello leopardato, ho annusato il vento e ne ho cercato le tracce nei vini. Ho visitato la masseria-fortino di Palari, assediata dall’edilizia selvaggia di Santo Stefano Briga; ho stretto la mano all’architetto Salvatore Geraci, ai suoi occhiali di tartaruga, al suo ciuffo, al suo cappotto cammello, e ho stretto la mano-badile di suo fratello Giampiero, mangiando in silenzio un gelato alla nocciola piemontese DOP al bar del paese.

Ho sorriso al sorriso di Giovanni Scarfone, alla sua magrezza, a sta faccia uscita da una tavola di Andrea Pazienza, al suo Faro Bonavita 2012. Ho capito che Faro è una DOC troppo piccola, che ha un consorzio abbandonato, che i produttori non si parlano, che alcuni di loro sentono lo struggente richiamo dell’Etna e vorrebbero l’annessione. Ho scoperto che il calciatore della Juventus Andrea Barzagli, socio fondatore de Le Casematte, risulta essere “non solo calciatore, marito e padre modello, ma, da buon toscano, anche vignaiolo di qualità”.

Ho preso un traghetto, ho attraversato lo Stretto e ho percorso la strada che espone la più importante e qualificata espressione del NFC, il Non-Finito-Calabrese, lo stile architettonico teorizzato dall’Architetto Francesco Maria De Franco che, da buon calabrese, sarebbe soprattutto vignaiolo di qualità. A Cirò marina ho anche trovato la faccia da Stregatto di Cataldo Calabretta, il dolore per lo stato di abbandono di ettari ed ettari di vigne, ho assaggiato in cantina vini buoni che costano poco e misurato la soddisfazione incredula del padre.

Come il padre di Francesco Poli che mi porta sulla vigna sopra il lago di Santa Massenza, in Trentino; parla della valle piccola e stretta, della centrale elettrica, delle distillerie, della sua distilleria; e poi del figlio e del lavoro che sta facendo, del vino che ne viene, di quel vin santo che è un frutteto di albicocche fresche. Lo ricordo quel vino, nel senso che ne ricordo il sapore, ne ho memoria. Ricordo d’averlo assaggiato la prima volta a Castel Noarna, alla festa de i Dolomitici, la festa del Ciso. Il Ciso che era un signore con una vigna vecchia di cent’anni, una vigna a piè franco salvata dall’espianto per l’interessamento di un gruppo di vignaioli. Una di quelle storie belle da vendere bene o che si vendono bene da sole perché son belle. Quel vino che è un lambrusco che costa troppo, ma che si vende tutto, che ha una distributore, che ha un prezzo sopra cui non c’è da ragionare, perché ha una storia, un valore che va al di là del prezzo, non capirò mai bene.

Il Multivan continua la sua strada, arriva a Verona; per essere svelto dovrebbe prendere l’A22 verso Modena e da lì attraversare Reggio Emilia, Parma e parcheggiare quindi a Fornovo, ma sa che io devo fare il salto dell’acciuga, mi asseconda e continua diritto.

Pane, burro e acciughe. Quelle salate, non certo quelle in salamoia o, dio ce ne scampi, quelle sott’olio. Una volta dissalate con cura vanno adagiate su un piattino ovale, coperte di olio, aglio e prezzemolo, si lascian lì una notte. L’acciuga salta dalla Liguria verso il Piemonte, si butta sui peperoni, sulla bagnacauda, poi Lombardia, Emilia Romagna; segue le vie del sale, risale le valli, supera i valichi alpini, è merce che dal mare va a nord, che prende altre parlate. Ci si beve sopra roba ossidata, per me nessun dubbio.

Continuo per Brescia, Cremona, Piacenza, Broni. Non l’ho mai incontrato il Commendatore. Lino Maga mi accoglie dalla ringhiera. Passi lenti, cappello, cardigan bordeaux, camicia a scacchi, cravatta, pacchetto di sigarette in mano. Guarda con occhi piccoli, voce lenta e bassa; fa entrare, odore di tabacco, idea di tempio, qualche concessione all’autocelebrazione, biglietti con citazioni proprie, con esaltazioni altrui; versa vino, parla e non chiede, pare soddisfatto o disinteressato, si accende una sigaretta: “Brera diceva che se il vino è buono il fumatore lo capisce meglio degli altri”. Arriva la magia, quella che ferma il tempo; allora ci si siede e si parla, si ripete anche, ché il Commendatore non ci sente più tanto bene, si versa il vino.

Assaggio Barbacarlo 2013, 2012 e 2011. Il 2011 è migliore; al netto del maggiore invecchiamento, pare più polputo, autunnale ma vispo, vivo, più energico degli altri. Buono anche il Montebuono 2012. “Il 2015 sarà una buona annata, il 2014 no, le ultime son tutte più o meno uguali”.

“Barbacarlo?” – sì, padre – “Quanto l’hai pagata sta bottiglia? Ma davvero? Milano ai tempi era piena di Barbacarlo. Magari adesso costa una cifra pure una freisa mossa”. Ci ha combattuto per questo, padre. Lo sostenevano in pochi: il Gino, il Brera, quegli amici lì che gli volevan bene e dicevano Lino non mollare! Lui non ha mollato, ha tenuto botta e ha vinto. Alla fine a tutto quel Barbacarlo che ti sei bevuto a Milano, hanno dovuto cambiare il nome. La collina era sua, della sua famiglia, quel nome era dello zio Carlo, il barba Carlo come si dice qui, e quel vino doveva essere fatto a quel modo. A Milano ne hai bevuto, ma non era il Barbacarlo di Lino Maga. Ora con quel nome puoi bere solo il suo. Poi della freisa ti porterò un giorno quella petillant di Mascarello e anche quella da combattimento di Trinchero. E poi mi dirai sant’iddio.

Si gira per Tortona, si passa per Serravalle Scrivia e Ronco Scrivia, si legge Crocefieschi e si pensa a cose pallonare di tempi in cui le memorie si costruivano, non si evocavano. Busalla, Genova, Sestri Ponente, Enoteca alla Botte Piena, Fiorenzo Sartore. E’ un’invasione entrare nell’enoteca di un amico. Un’enoteca, quando non è costruita con la stessa passione di un pub irlandese a Codigoro, è un luogo intimo che espone parte di se stessi e di quello in cui si crede. Entrarci a guardare può essere imbarazzante. Lo è almeno per chi mimetizza timidezze. Poi si chiacchiera, si parla del salto dell’acciuga, ci si rilassa, si consiglia e si beve. Finiamo il Barbacarlo, scopro il Vermentino in purezza Berette (sulle bucce) di Daniele Parma, stappo il Fiano di Gerardo Contrada.

Era d’estate, poco tempo fa – cantava Sergio Endrigo – e arrivavo dalla Puglia; mi fermo a Candela, all’ingresso dell’autostrada. Qui l’Italia non è così larga e la strada è bella, lascia la pianura, sale verso colline dolci, puntellate di piccoli paesi e pale eoliche enormi, poi s’imboschisce e porta a deviare; devio e m’infilo nella valle dell’Ofanto, attratto dal richiamo tufaceo di Calitri, Lioni, Nusco, il tragitto del De Sanctis, il feudo del magnogreco. Infine arrivo a Candida, alle porte di Avellino. Ci sono gia stato a Candida, nell’azienda di Gerardo Contrada, durante Campania Stories, era inverno, pioveva e faceva un freddo cane.

../apri Facebook/messaggi/Paolo De Cristoforo/scrivi messaggio: “Paolo, allora per Campania Stories dammi due nomi di aziende da visitare che non conosco”

../leggi messaggio: “Gerardo Contrada ed Ercole Zarrella. Già ti ho fatto entrare a CS di straforo che altrimenti frignavi, pure ti devo dare le dritte? eccheppalle! Ora va’ e dimenticami”

Gerardo mi accoglie, si ricorda di me, di quando, durante la manifestazione, ero venuto in visita ed ero rimasto stupefatto dalla qualità dei suoi molti, moltissimi vini, da un Fiano 2003 da strapparsi i capelli e dalla inaudita bruttezza delle sue etichette.

“Vieni che ti faccio vedere una cosa”. Mi mostra i bozzetti per le nuove etichette. “Visto? Era a te che non piacevano no? Come ti sembrano queste?”

Ercole Zarrella mi era venuto a prendere ad Avellino durante la degustazione dei bianchi campani. Ha l’aspetto di un alfista. La 159 sportwagon mi porta in alto, fino a Lapio, la vostra Beaune irpina, il gran cru del Fiano. Mostra le vigne, entriamo nella piccola cantina, mi fa assaggiare da vasca le differenze tra i due crinali della collina e così imparo quanto possano incidere per il Fiano terreno ed esposizione. Poi entriamo e mi propone una verticale pazzesca dal 2004 al 2011. Nessun vino cede, il 2010 e il 2008 sono memorabili. L’azienda si chiama Rocca del Principe. Come per Contrada i prezzi sono irrelati alla qualità dei vini ed alle soddisfazioni che offrono al passare del tempo.

Il Multivan si infila in un tunnel a senso unico alternato. Da Sestri Levante parte la strada delle Gallerie, un tempo ferrovia, oggi il solo modo da lì per raggiungere Moneglia. A Sestri ho passeggiato e comprato le acciughe, a Moneglia dormirò. Ho trovato un buon posto, si vede il mare. Ho preparato il letto, la fiamma blu del propano fa bollire l’acqua per il risotto allo zafferano e tartufi. Ho lavato 4 acciughe, le ho messe nell’olio buono assieme all’aglio. Domattina le mangerò col pane e col burro prima di partire. Mi infilo nel sacco a pelo, spengo la luce. Posso chiudere il primo libro, domani attacco il Passo della Cisa.

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Giovanni Corazzol

Membro del Partito del progresso moderato nei limiti della legge sostiene da tempo che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza.

5 Commenti

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Davide Sciacco

circa 2 anni fa - Link

Bel pezzo. Era come sedere nel sedile posteriore...

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Josè Pellegrini

circa 2 anni fa - Link

Che bel viaggio in Italia . Grazie !

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Sir Panzy

circa 2 anni fa - Link

bel pezzo, bella lettura, bel viaggio. Applausi.

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Gianluca Zucco

circa 2 anni fa - Link

Che bello, incantevole, come una chiacchierata fra amici, in cui non ci si deve preoccupare con nulla, appena condividere le proprie storie.

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Emanuele

circa 2 anni fa - Link

E dire che me l'ero perso. (Per mare, ero in navigazione).

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