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18 commenti a Il decalogo del perfetto enologo che il presidente di Assoenologi non leggerà mai. Scommettiamo?

  1. Gli enologi nelle vigne non ci dovrebbero mettere piede…anzi, nemmeno vederle in fotografia…altrimenti il mì babbo, pace all’anima sua, che kaiser mi ha mandato a fare a studiare agraria all’università svenandosi a pagare la retta?

    :roll:

    Anche qui, ad ognuno il proprio mestiere…

  2. avatar claudia

    Questo è il mio Claudia pensiero su cosa dovrebbe fare un enologo
    https://www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=2834
    claudia

  3. Caro Tomacelli,
    avevo letto l’articolo qualche ora fa, e già ti stimavo. Poi ho letto l’intervista del Sommo Cotarella, e ho scoperto di amarti. Non volermene…

    Il Sommo critica voi, miserrimi opinion leader(s) che dite ai produttori come fare il vino, e fa bene. Tu – permettimi il tu, che fa tanto social – giustamente ti stupisci di un tecnico all-inclusive che si sposta da un’azienda all’altra passando a volo radente sulle vigne, discettando nel frattempo di marketing, placement e investimenti a lungo termine.

    Mi permetti? Da umile vignaiola che cerca di imparare da quelli bravi, credo abbiate ragione entrambi (tu un po’ di più, ma che vuoi farci).

    Il Sommo dice giustamente che l’enologo non deve essere distante dal mercato. Poi sbraca nel prosieguo (tutto il prosieguo), ma l’idea non è peregrina. Perché il vino va venduto, sennò si chiude. Il che non significa che l’enologo debba produrre quello che il mercato, in preda all’euforia del consumo modaiolo, ti chiede un anno via l’altro. Per me significa solo che nella comunicazione il ruolo dell’enologo è fondamentale, per trasmettere a chi consuma – vivaddio – i valori del territorio, dei vitigni, della personalità del produttore.
    Spesso gli enologi ci ammorbano nelle degustazioni con i dati tecnici sul residuo secco e sull’acidità totale e sui mesi di barrique e tutto il resto appresso, che non interessano me che sono un produttore, figurati la Signora Maria. Un po’ di sana formazione sulla comunicazione male, in effetti, non gli farebbe.

    Perché l’enologo (e io ne ho frequentato uno molto bravo, che mi ha insegnato molto più di quanto io sia riuscita ad imparare, ma non dispero) non è una bestia strana, e di solito in vigna ci va. E di solito degusta un sacco e riflette e parla con te fino a tardi la sera, anche se l’indomani ha l’aereo alle cinque di mattina per andare dal tuo collega dall’altra parte d’Italia.

    Almeno. Un enologo bravo. Ne servirebbero di più.

    My two cents,
    M.

    • avatar Rossano Ferrazzano

      Marilena, il punto è che l’enologo non è l’unica figura professionale che possa esistere in un’azienda vitivinicola.

      Nelle aziende degli altri settori l’equivalente dell’enologo è il direttore tecnico, tipicamente un ingegnere a cui si affida la responsabilità di gestire gli impianti per ottenere nel migliore dei modi i prodotti definiti dalla direzione aziendale. Ma quando c’è bisogno di vendere i prodotti e di gestire le leve del marketing si cerca un direttore commerciale, che ha competenze diverse e soprattutto ha il tempo di occuparsi delle vendite e del marketing. Quando c’è da vendere non affida mica la rete vendita al direttore tecnico; quando c’è bisogno di comunicare alla propria clientela e ai consumatori le qualità dei prodotti mica si manda il direttore tecnico; quando si deve decidere se e come investire in un nuovo mercato mica si chiede uno studio al direttore tecnico; se si tratta di rinnovare il packaging mica si incarica il direttore tecnico di seguire lo studio di grafica…

      Certo il direttore tecnico presiede al cuore dell’azienda, la produzione, quindi è bene ed anzi è necessario che sia messo a parte di tutti i processi rilevanti che si svolgono al suo interno. Allo stesso modo anche le altre figure chiave dell’azienda devono essere messe a parte di quello che succede in produzione. Invece nelle aziende del vino, in particolare quello italiano, quando c’è bisogno di un professionista l’unica figura che venga in mente è quella dell’enologo. Che la pensi così un enologo alla fine è anche comprensibile, ognuno tira acqua al suo mulino, meno ovvio che la pensi così (o che finisca per fare come se la pensasse così) anche il grosso dei produttori italiani.

      • Caro Rossano,
        personalmente parlavo di aziende piccole piccolissime che difficilmente possono permettersi tutte le importanti figure professionali di cui parli. Un direttore commerciale + un direttore marketing + un direttore vendite + un enologo equivalgono ad una spesa media annua di cinquantamilaeuro o giù di lì.

        Il grosso dei produttori italiani (numericamente) è costituito proprio da aziende di questa dimensione. E che l’enologo, che è la figura che più spesso è presente direttamente, o in qualità di consulente esterno, possa acquisire reali capacità di comunicazione dei vini che contribuisce a produrre non mi pare una boutade.
        M.

        • avatar Rossano Ferrazzano

          Cara Marilena, conosco bene la realtà che descrivi.

          E’ proprio in quel contesto che l’illusione di affidare tutto all’enologo (spesso consulente purché di minima fama, spesso preferito anche a parità di costo ad un tecnico interno da far crescere come dipendente dentro l’azienda) genera i maggiori danni.

          L’enologo, come pure il comunicatore in verità, ha di norma l’idea che ci sia una soluzione ottimale per tutti quelli che producono vino di qualità, confondendo la professionalità con la moda tecnica-economica del momento.

          Non per il fatto che non sia un enologo valido, ma semplicemente perché, come dice il punto Marketing2, non è il suo lavoro.

          A quel punto, se non ci si può avvalere dei servizi di un professionista perché il costo è eccessivo rispetto alle dimensioni aziendali, improvvisato per improvvisato è meglio che il produttore faccia da sé. Quanto meno conoscerà la realtà aziendale meglio dell’enologo consulente, e potrà capire meglio se la vulgata corrente calza oppure no al suo particolare caso.

  4. Pardon, ma che enologi conoscete?

  5. avatar Stefano Cinelli Colombini

    Oh Tomacé, occhio che ora c’é Papa Francesco e porgi l’altra guancia è tornato di moda, occhio per occhio non va più. Dai, buono, non mordere il Cotarella che oltretutto non è “naturale” e ti potrebbe pure fare male!

    • avatar Emanuele

      Siete rimasti indietro. Ancora due giorni e la Dieta di Monte Mario incoronerà Riccardo Cuor di Natura, con tanto di stuolo di Cavalieri (Hilton). E con buona pace del sottoscritto e di chi si era affannato a sostenere dignità e campo di definizione del vino naturale…

      • avatar vincenz

        Sui vini con poca chimica,da quel che ho capito,Cotarella sembra arrivare
        in ritardo.Nell’intervista non ne fa cenno. In passate interviste è pieno di ambiguità sull’argomento.Da non addetto ai lavori,e con tutti i limiti che ciò
        comporta,sembra un enologo di un’epoca. . .che sta per finire.

  6. Ah, che bella lettura serale!! Sto ancora ridendo. Da applausi!

  7. avatar Rossano Ferrazzano

    Assolutamente d’accordo con il punto Marketing 2, l’ho scritto diverse volte anche su facebook nei giorni scorsi, subito dopo la pubblicazione dell’intervista.

    Non sono d’accordo con il punto Marketing 3, invece. Ci sono aziende vitivinicole di dimensioni piccole ma anche medie, con vigne vocate in denominazioni di valore, per le quali fare come Cotarella significa è un puro e semplice suicidio. Ma ci sono anche altre aziende per le quali l’approccio marketing oriented va benissimo. Non tutti i produttori hanno le rigidità produttive che hai descritto, e non tutti i produttori fanno della qualità intrinseca del prodotto la loro principale leva di marketing.

    Il lavoro del professionista del marketing non è quello di stabilire quale sia la ricetta unica di marketing più migliore di tutte, togliendosi la soddisfazione fra un colpo di genio e l’altro di dare del minus habens a chi ne utilizza di diverse. Non fosse per il fatto che ben difficilmente in un settore ne esiste una, di ricetta unica. Il lavoro del marketing è quello di individuare l’approccio più adatto alla singola azienda secondo le caratteristiche di quella particolare azienda, in relazione ai vari mercati (che non è obbligatorio attaccare tutti, si può anche scegliere di concentrarsi solo su quelli più favorevoli, ad esempio), cercando di valorizzare i fattori competitivi di cui si dispone. Ognuno i propri, ovviamente.

    Cotarella si dimentica di specificare che le ricette che propaganda vanno bene solo per aziende di un certo tipo, e malissimo per le altre. Al contrario quando ci si dispone a criticare le opinioni di Cotarella, ci si deve anche ricordare che quelle ricette vanno male per molti tipi di azienda, ma per quelle che ha in mente Cotarella vanno benissimo.

  8. avatar filomena rosa

    assolutamente vero…ridare al territorio ciò che è suo, e aver pazienza affinchè si esprima al meglio…è la migliore medicina…ciao

  9. avatar Pasquale Porcelli

    Caro Antonio, questa sera ti scrivo… mi PIACE anzi MI PIACE ASSAI ASSAI!!!

  10. Avra’ dei collaboratori ed esecutori bravi,poi lui ci mette la firma per l’incasso.
    Sono a a favore dei vini buoni, meglio senza chimica e pesticidi, meglio se espressione del territorio e non fotocopiati.
    Eppure non so come, e chi “veramente” ha fatto i vini ,ma ad es. Montevetrano e Terra di Lavoro sono state due ottime bevute seppur con il suo zampino.Quando si concentra,il vino e’ davvero buono

    Brava a Claudia D. e’ la dimostrazione che per fortuna non tutti gli enologi sono uguali e lavorano allo stesso modo, a volte delle vere “cacche”, si puo’ dire cacche? Certo e’ che il marketing dovrebbe farlo choi ne ha le capacita’, sarebbe meglio.

  11. avatar Fabio C.

    http://www.valentinociarla.com/it/tutti-a-wine-town--sabato-18-maggio-vi-presentiamo-gli—-indigeni—.htm
    Enologi e agronomi insieme per parlare di vitigni autoctoni, mi sembra un buon inizio… Poco spazio al marketing e molto ai prodotti.
    D’altronde come dice Marilena l’enologo non è una bestia strana, solo che a volte ha un “ruolo” strano: serve (spesso se non sempre) ma non deve comparire (di solito); è un tecnico che però di norma deve usare le sue conoscenze per “operare” il meno possibile ecc. Messa così non lo si può giudicare in modo manicheo, altrimenti non se ne esce, meglio ragionare sulla sua figura che comunque, secondo me, non deve mai e poi mai sostituirsi a quella del produttore.

  12. avatar Max

    Questpo sito è fantastico, sto morì dalle risate . grandi ah ah

  13. Interessante riflessione di un unologo argentino scovata oggi in rete: http://www.areadelvino.com/articulo.php?num=25195

    c’è pure la frase ad effetto da citare alla bisogna: “l’enologo che non vede il vigneto prima di vinificare è come un pittore cieco”!

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