Ho meditato sugli abbinamenti possibili al vino da meditazione

di Pietro Stara

Ero solo un garzone nel noviziato della roteazione del bicchiere da degustazione, che applicava la regola autoprodotta dell’1/4 (¼ sui pantaloni, ¼ sul tavolino, ¼ sul vicino, ¼ nel bicchiere) quando sentii parlare, in una delle ultime lezioni del primo anno del corso da sommelier, dei vini da meditazione. “Che cazzo ci sarà da meditare” – pensai – mentre cercavo goffamente di annacquare la patacca di vino, spargendola oltremisura sul resto della gamba così da ricreare la macchia della prima tavola del test di Rorschach sui miei pantaloni. Da navigato roteatore in luogo pubblico appresi, qualche tempo più tardi, il significato recondito dato dall’inventore di tale neologismo, un certo Luigi Veronelli, per gli amici Gino: «di pressoché impossibile accoppiamento, così completo e concettoso da esigere di essere consumato per sé solo». Vino di ‘luce’ e vino di ‘calore’: a sé bastante, a sé abbinabile, al proprio pensiero confacente.

Somma meraviglia! Mi sublimavo immaginandomi vestito di sobria raffinatezza settecentesca, con indosso una marsina di seta aderente al busto, che si allargava volteggiando in pieghe sino alle ginocchia, contornata da ricami impreziositi e puntellata da bottoni di qualsivoglia foggia. Sotto di essa un panciotto adeguato all’ampiezza del ventre fornito di maniche leggermente più lunghe; poi i calzoni aderenti sin poco sotto al ginocchio, legati dai nastri, calze di seta bianche e scarpe a punta sorrette da un tacco a rocchetto. In capo una non comoda parrucca di peli di capra incipriata con farina di riso e profumata con essenze esotiche. Così conciato e imbellettato sorseggiavo un meraviglioso moscatello di Taggia passito, meditando sopra la Istoria civile del regno di Napoli di Pietro Giannone, personaggio che avrei ritrovato, sotto mentite spoglie (come critico enoico), qualche secolo più tardi.

L’aspetto più esaltante introdotto dalla “meditazione” vinosa, consapevolmente o no poco importa, era quello di aver spostato l’attenzione dell’abbinamento dal cibo alla parte discorsiva. La domanda che sovrasta immancabile a tale questione suona più o meno così: «che cosa abbiniamo ai nostri pensieri?». A cui segue: «che cosa abbiniamo ai nostri discorsi?». Il cibo non scompare, tutt’altro: si allarga alla mente e alle parole.

Possiamo immaginarci, ad esempio, che in una lite di coppia dove il cibo è capitolato insieme ai piatti che si sono frantumati per terra, il vino debba necessariamente adeguarsi alla situazione: non può essere impegnativo, per contrasto con gli argomenti pesanti e indisponenti. Deve essere facilmente lanciabile, possibilmente senza bicchiere, e quindi poco costoso. Meglio un bianco non macerato per via delle macchie sui vestiti o sui muri. Diversamente, per un discorso impegnativo, che veda un lunga disquisizione sui Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza di Immanuel Kant, la scelta potrebbe andare in concordanza, con un rosso di struttura, di carattere e d’ottima alcolicità (a patto che il cibo venga saggiamente contrapposto).

Il vino in abbinamento ad una discussione politica non può prescindere dalle posizioni ideologiche, dal contesto, dai convitati, anche quelli di pietra, e dai luoghi in cui si svolge: potremmo pensare che ricalchi sommariamente la suddivisione tra destra e sinistra indicata, a suo tempo da Gaber, a proposito della doccia e del bagno. In ambito anarchico, che ho lungamente frequentato, la suddivisione più marcata è tra organizzatori collettivisti e impenitenti individualisti. Per i primi la scelta che accompagna e benedice le assemblee plenarie volge quasi sempre, tranne in rare eccezioni, verso il vino più cattivo della zona: le uve provenienti dal peggior terreno esposto a nord di tutto il circondario, tempestato da piogge e parassiti di ogni sorta, vengono vinificate in vasche da bagno dove poco prima aveva lasciato i suoi lieviti lo zio ottantenne del vicino di casa che si lava una volta l’anno: senza il controllo delle temperature, senza solforosa aggiunta, e, qualche volta, anche senza lo zio. Per i secondi la questione non si pone: ognuno si porta la sua bottiglia ed è finita lì.

Ancora più difficile è trovare un vino che si abbini adeguatamente a discussioni sportive e calcistiche in particolare. L’attenzione del simposiarca deve variare a seconda che i simposiasti appartengano a squadre diverse; che ci sia una partita in corso; che quella partita sia un derby; che quella partita sia una finale di qualche cosa. Nel caso in cui si parli tanto per, allora gli abbinamenti dovrebbero essere valutati sulla base della facinorosità dei partecipanti alla discussione. Quindi proporrei un vino le cui morbidezze e suadenze cerchino di placare, il più possibile, il montare dell’acredine. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma mi fermo qui: devo ancora pensare a quale vino abbinare ai discorsi sul referendum greco.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

2 Commenti

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rampavia

circa 5 anni fa - Link

Ottimo articolo. Complimenti.

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rampavia

circa 5 anni fa - Link

Dimenticavo. Ai discorsi sul referendum greco abbinerei un Amarone o un Asinone.

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