Gianni Gallo. Disegnatore di sogni e di etichette

Gianni Gallo. Disegnatore di sogni e di etichette

di Pietro Stara

David Lewis, esegeta del realismo modale, afferma che “ci sono molti modi in cui le cose avrebbero potuto essere, oltre al modo in cui effettivamente sono”. Poi vanno come devono andare. E le nostre vite pure, anche quelle parallele. Plutarco, nel suo tempo e a suo modo, scrisse di ventidue coppie di personaggi celebri (ma a noi poco importa), uno greco e un romano, per illustrarne le affinità e le differenze. Oltre a queste, ve ne sono altre quattro scompagnate.

Credo che sia giunto il momento di costruire una nuova categoria interpretativa che tenga conto del fenomeno della simmetria spaiata, diacronica, che si situa in mondi corrispondenti a distanza ravvicinata. Giovanni Gallo è del 1935. Si forma a Torino dove lascia incompiuti gli studi di ingegneria aeronautica: parte soldato, periodo in cui matura una forte sensibilità antimilitarista e riprende l’università in maniera intermittente fino a quando torna agli affari di famiglia nella cascina di Ribote, in frazione San Luigi a Dogliani. Lavora nella vigna e in cantina assieme al padre al fratello Carlo e si ributta nella sua antica passione di calciatore nella squadra dilettante del Dogliani.

Una nota a fondo pagina ricorda le imprese cavalleresche di quella temibile compagine sportiva che sbaragliava tutti e tutto non solo durante i regolari 90 minuti, ma anche in interminabili scazzottate a fine partita. Circa una ventina di anni dopo anche io mi trovo a giocare in quel campo, appiccicato al vecchio ospedale di Dogliani, contro la squadra locale. Freddo sferzante, fango e pallonate ghiacciate. Sopra tutto: il fango. Gioco in una delle gloriose succursali tamarre del Torino calcio, il periferico “Valentino Mazzola”.

Perdiamo di misura, credo 2 a 1. Alcuni avversari sono degli amici di Farigliano, del paese di mio nonno. Ci conosciamo sin da piccoli, per cui decidiamo, generosamente, che le botte che ci siamo dati in campo sono state più che sufficienti. Giovanni Gallo, oltre che a giocare a calcio, a biliardo e ai tarocchi, antico gioco di carte piemontese, si prodiga nelle prime realizzazioni di etichette per la famiglia, tra le prime a imbottigliare il dolcetto: il contorno nero di un gallo sopra un grappolo d’uva.

Altre stilizzazioni di ‘gallo nero’ prenderanno vita, sino alla forma definitiva, sulle etichette del dolcetto di Dogliani “cascina Ribote”. Poi il punto di svolta, quando non si torna più indietro: Gepin Mascarello, il figlio Mauro gli chiede di studiare un’etichetta per il Nebbiolo, mai utilizzata, e di elaborarne una nuova per il Barolo Monprivato. Esce quella del 1973, vendemmia 1970. Insomma, si inizia dagli amici, come con la Cantina di Celso e Marziano Abbona; con le Cantine del Castello di Verduno; con la copertina del giornale “Il re nudo” delle classi III B-D della scuola media statale “Luigi Einaudi”, con la copertina del libro di poesie di Franco Cacciatore. Per poi finire professionalmente a disegnare l’etichetta del Moscato dei Vietti. E ancora, per loro, l’etichetta della Freisa, dei vari cru di Barolo, con chiocciole, covoni di grano, frutta secca e acini d’uva e fiori di rosa canina.

Gianni passa frequentemente dal disegno alla xilografia; quindi realizza i colori su carta vegetale, così come sceglie i caratteri e la loro composizione. Come ricorda Carlo Petrini, nell’introduzione, Gianni Gallo parla dei suoi lavori come concepiti per sottrazione: “una evidenza icastica, algida, che deriva dal procedimento e dagli strumenti usati (carta, carta lucida, tecnical-pen, colori a macchia uniforme, stampa su carta leggermente patinata e giallina) evidenza nota a tipografi e a disegnatori meccanici, ma sconosciuta e rigettata da quasi tutti gli artisti alla ricerca costante del ‘pittoresco’”. (Lorenzo Mamino, pag. 48)

Un lavoro artistico e artigianale compiuto che Gianni affida, per molti anni, alla tipografia di Oreste Bruno. Dopo, a quella di Gianni Cozzo. In ultimo, alla Tremmeti. Poi ancora le etichette per le grappe ‘Marolo’; quindi le prime di Vajra nella cantina di Vergne di Barolo e il logo dell’Ostaria enoteca Barbabuc per l’amica Mara Beccaria; e quelle per gli amici Domenico Clerico e Beppe Rinaldi.

Potrei andare avanti in un elenco che di senso ne avrebbe ben poco, se non quello di lasciare a bocca asciutta la sete di conoscenza che soltanto il bellissimo libro, curato magistralmente da Silvia Sala e Lorenzo Mamino, potrebbe appagare con piena soddisfazione: “Dall’altra parte della natura. Etichette in Langa di Gianni Gallo”, stampato per Alma Tipografica, in quel di Mondovì nel luglio del 2015 (30 euro). Ma ancora, per concludere, una piccola nota.

Quasi tutti i testi di personaggi più o meno illustri tendono, solitamente, a rimuovere lasciti scomodi e aspetti non conformi delle loro vite che si pensa di celebrare in maniera agiografica. Qui no. Silvia Sala dedica un paragrafo della vita di Gallo dal titolo piacevolmente esemplare: “Bar e anarchia”. Come buttare dentro un Guccini d’antan e Stefano Benni. Il bar è quello “Roma” di Dogliani, dove Gianni passa gran parte del suo tempo, oggi si direbbe libero. Ma in un paese è tutto un po’ più complesso: chi vuole contattarlo, chi gli vuole parlare, chi gli vuole telefonare passa di lì. Anarchia fa riferimento, ancora prima che ad un’ipotesi politica, a un modo d’essere refrattario a forme costituite e impropriamente imposte di potere, alle repulsione nei confronti di disciplinamenti stritolanti, alla ricerca di una responsabilità individuale e non delegata delle proprie scelte, alla giustizia sociale. Di qui l’incontro con Alfonso Nicolazzi e Pietro Granai per la realizzazione della tipografia anarchica in cascina “Ribote” finalizzata alla stampa del settimanale “Umanità Nova”.

Non se ne fa nulla, ma Gianni rimane indissolubilmente legato a quel mondo e a quel giornale a cui rimane abbonato sino alla fine della sua vita. Su quel giornale ci ho scritto sopra per una decina d’anni circa e, di questi tempi, con minor slancio, quando capita. Mi piace pensare che Gianni mi abbia letto così come io, ancora adesso, di tanto in tanto, mi faccio una bevuta delle sue etichette.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

Questi post o meglio pezzi per stare più vicino al giornalismo sembrano intervallare la linea che contraddistingue Intravino fornendo un momento di tregua e diversa riflessione. La pagina della cultura tra le (comunque importanti) pagine delle notizie di un quotidiano. Bello.

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