Eurhop, un blogger del vino nella tana della birra

Eurhop, un blogger del vino nella tana della birra

di Jacopo Cossater

Un breve disclaimer: l’autore e la birra abitano mondi lontani, e se da una parte il primo prova una certa attrazione nei confronti della seconda dall’altra non è impossibile possa cadere in facili generalizzazioni e leggere imprecisioni. In caso, scusatelo anticipatamente.

A Eurhop si beve, si beve per davvero. Sì, mi rendo perfettamente conto dell’ovvietà di tale affermazione ma per chi è abituato a frequentare le più importanti manifestazioni del vino su e giù per la Penisola la cosa potrebbe rappresentare una certa sorpresa. Niente sputacchiere, nessun campione da degustazione. Le alternative sono due: birra piccola o birra grande (o qualcosa di meno, il bicchiere è da 0,4 l). Ne consegue che a Eurhop ogni singolo assaggio va necessariamente pagato. È forse questa la più grande delle differenze tra un qualunque festival birraio ed il suo corrispettivo vinoso. Per la precisione è previsto un costo di ingresso (8 euro) ed un successivo costo per assaggio, in gettoni. Un po’ come entrare in un grande parco dei divertimenti senza poter accedere alle varie attrazioni, quelle vanno saldate a parte. Due o quattro euro, e pedalare. Devo però sottolineare che per fortuna ero a Roma con due amici, fattore determinante per riuscire a non limitare le nostre possibilità di assaggio. Il fatto di essere in tre ci ha infatti permesso di avere sempre i bicchieri pieni di tre diverse birre che, a rotazione, venivano sorseggiate da tutti. Un piccolo ma fondamentale accorgimento utile per provare complessivamente una trentina di birre o poco più. Un numero più che dignitoso se si pensa che la nostra permanenza al Salone delle Fontane dell’EUR è stata di poco superiore alle quattro ore, un numero limitatissimo se confrontato alle centinaia di birre presenti.

Eurhop è infatti un festival pazzesco: giunto alla sua seconda edizione (quest’anno prevista per il primo weekend di ottobre) può vantare un’offerta senza pari nel panorama italiano. Una cinquantina di birrifici, per la maggior parte italiani ma con spettacolari incursioni dall’estero, tutti selezionati da quello che è universalmente considerato come il migliore dei pub italiani, quel “Macche” già apparso su Intravino in più e più occasioni. A questo aggiungete una location davvero significativa ed una logistica impeccabile per spazi ed organizzazione ed il gioco è fatto. Voglio dire: c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Basta una prima occhiata al volantino che elenca tutte le birre presenti per toccare da vicino la propria inadeguatezza: ma quali quattro ore, ci vorrebbero almeno quattro giorni per una panoramica davvero completa e per riuscire a scambiare qualche parola con tutti i birrai presenti. Quello che segue non è e non vuole essere quindi un riassunto delle birre di Eurhop ma solo una personalissima serie di considerazioni basate su un numero piuttosto limitato di assaggi.

PIÙ IPA PER TUTTI
Siamo circondati. Anzi, è probabile che tra qualche decennio questa verrà ricordata come la generazione delle India Pale Ale. Non c’è infatti birrificio, o quasi, che nel proprio catalogo non proponga almeno una variazione sul tema. Più o meno luppolate, più o meno alcoliche, spesso più complicate che complesse, il mio rapporto con lo stile varia dal caloroso entusiasmo allo sconforto più totale. Per questo prima di partire per Roma mi ero segnato due o tre nomi, birre che sapevo sarebbe stato difficile assaggiare in altre occasioni, sopratutto alla spina, e che mi hanno riconciliato con la tipologia, a dire poco. La “Schiscia i Ball” di Lambrate (in foto) è una goduria di potenza e di controllo, sette gradi e non sentirli tornando in continuazione nel bicchiere. Idem per la “Pacific Pale Ale” di Artezan, Polonia, IPA di grande compostezza ed equilibrio. Un bicchiere amico, uno di quelli su cui sai di poter contare fin dal primissimo approccio. E poi lo splendido finale amaro della “Matuška Raptor”, unica birra portata ad Eurhop dall’omonimo birrificio ceco. Impressione complessiva: missione compiuta, con grandissima soddisfazione.

UN MONDO DI SAISON
Dopo un’estate segnata da tanti bicchieri targati Dupont, ogni occasione era buona per aprirne una bottiglia, quale migliore giornata per approfondire la tipologia. La più dissetante tra quelle provate viene dall’Inghilterra, la produce Beavertown, si chiama “Quelle” e fin dalla prima sorsata sai che potresti berla per ore. Non solo, è birra che stupisce per dettaglio e per finezza, una Saison che si libra leggera lasciando dietro di sé una traccia decisa. Meno elegante ma divertente e gustosa la “Serpilla” di Loverbeer. Birra che richiama immediatamente lo stile di Valter Loverier e che si caratterizza per l’aggiunta di timo in fermentazione. Profonda e profumatissima, tra le birre più golose della giornata. Considerazione a margine: tipologia da approfondire ancora ed ancora (c’è un mondo, là fuori).

GOSE SÌ, GOSE NO, GOSE FORSE
Cioè, la “Kiss Me Lipsia” del Ducato mi piace anche, è solo che tra noi non è mai scattato il vero amore. È come se, ogni volta, non riuscissi a togliermi dalla mente l’impressione di un eccessivo manierismo, l’idea di una costruzione più da guardare che da bere, se rendo l’idea. Però al netto di ogni moda è anche vero che la tipologia mi affascina, birre al coriandolo che devono il nome al fiume che attraversa la città di Goslar, in Germania, e che si caratterizzano per una spiccata sapidità, sensazione data originariamente dalle rocce di salgemma presenti nel letto del fiume ed oggi proveniente da una vera e propria salatura in fase di produzione. Dalla “Marsilia” di Amiata alla “Salada” di Lariano però la scintilla non c’è stata, anzi, e rimane stile che guardo con un grande punto interrogativo, almeno nella sua veste tricolore. Perchè, insomma, le due Gose di Bierkultur avevano davvero un altro passo. La “Quinced”, con aghi di abete e mele cotogne, e la “Rhubarbed”, con aghi di abete e rabarbaro, sono birre in cui la sapidità non è mai protagonista, non eccessivamente almeno, ed è anzi componente utile ad aumentarne le sfaccettature e lo slancio. Sensazione generale: alla prossima, ma lasciamo passare un po’ di tempo.

CANTILLON, WELCOME HOME
Io davvero non so più cosa aggiungere. Passeggiando tra gli stand di Eurhop capitava inevitabilmente di passare davanti alle spine di Jean Van Roy e di allungare un paio di gettoni per una vera e propria pausa targata Cantillon. Stupore e meraviglia, come se ogni volta fosse la prima. Le birre di Cantillon fanno sembrare facile ciò che è più difficile, se non impossibile. Nelle loro migliori versioni sono per me tra le bevande alcoliche più buone, appaganti ed esaltanti del mondo. Elencarle, celebrandole, per l’ennesima volta è pratica davvero evitabile, se non per sottolineare l’assoluta perfezione tanto della “Fou Fone”, quella prodotta con le albicocche, quanto della “Mamouche”, quella con i fiori di sambuco. Tutte le altre sono semplicemente loro, at their best. Sentenza: riportatemi in Rue Gheude, il prima possibile.

Questo è quanto, una limitatissima panoramica di un’esperienza pazzesca, da ripetere quanto prima arrivando a Roma con le idee ancora più chiare per riuscire ad ottimizzare ancora di più quel rapporto che c’è tra quantità e qualità. Adesso però è ora di tornare al vino, tra una decina di giorni a Fornovo, Parma, c’è la più bella delle manifestazioni italiane: Vini di Vignaioli. Ci vediamo là, sempre con il bicchiere in mano.

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Giornalista, su Intravino dal 2009.

5 Commenti

avatar

Nic Marsél

circa 6 anni fa - Link

Bell'articolo. Bizzarra in effetti, la questione dei gettoni se rapportata al mondo del vino. Con le salate nemmeno per me scintille particolari. Ma poi come riesce la rifermentazione in bottiglia?

Rispondi
avatar

Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Ma sai che sarebbe divertente fare lo stesso col vino e vedere poi cosa prende tanti gettoni e cosa no? Misurini e via, senza sputare :D. Che poi alcuni lo fanno, ma non so come cappero fanno eh.

Rispondi
avatar

doxor

circa 6 anni fa - Link

beh ma la base fermentabile è zuccherina e in bottiglia (o fusto) ne rimane comunque (o viene aggiunta) con vari metodi della tradizione tedesca, inoltre vi è anche la fermentazione lattica che genera comunque gasatura, non è una birra di sale insomma ahah. Beh il luppolo è costosetto, e con tutte queste IPA e co....gettoni necessari eheh

Rispondi
avatar

Nic Marsél

circa 6 anni fa - Link

Mi domandavo solo se il cloruro di sodio non interferisse negativamente sul lavoro del lievito ma evidentemente la concentrazione è molto bassa. Io voto per meno luppolo, meno IPA e meno gettoni :-)

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.