“Epistenologia” di Nicola Perullo: un libro che non lascia scampo

“Epistenologia” di Nicola Perullo: un libro che non lascia scampo

di Pietro Stara

Impressioni
Forgiato nel materialismo storico, parzialmente dialettico e solo tardivamente pessimistico, di fronte al libro di Perullo, mentre mi stavo avventurando nel flusso vorticoso delle sue parole, sono stato investito da un effetto di smarrimento.

È un libro, “Epistenologia”, che non lascia scampo alcuno: è un aut – aut filosofico (Enter – eller) tra percezione etica e intuizione estetica del vino. Quest’ultima, privata di ogni sorta di catalogazione probatoria e di tassonomia accomodante, si sviluppa diacronica sia in un tempo verticale, a strapiombo, dove “il tempo è una realtà racchiusa nell’istante e sospesa tra due nulla” (Gaston Bachelard, L’intuizione dell’istante – La psicanalisi del fuoco, 1932), sia lungo una corrente continua di parole: “a chi discenda negli stessi fiumi, sopraggiungono sempre altre e altre acque” dice Eraclito (frammento 12).

“Se la conoscenza è relazione, la relazione è movimento”, sostiene Perullo (pag. 41). Ma ancora prima, e con Nietzsche, “chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali II).

Sarebbe estremamente riduttivo pensare ad “Epistenologia” come fosse soltanto un espediente teorico per rivendicare una sorta di soggettività radicale priva, per statuto ontologico, di alcun confronto dialogico. L’avvicinamento al vino non viene giocato nella contrapposizione tra “un mi piace”, forma di riduttivismo esperienziale, e un “così deve essere”, emblematico di un approccio che trasuda obiettività numerabile. Perullo si tira fuori da questa improba partita. Sceglie un altro versante e, da lì, un altro sguardo: “Definiremmo mai una relazione vissuta come oggettiva?” (pag.25).

Da qui lo spiazzamento: il tatto interno, “che esprime con segreta e confusa chiarezza la nostra natura, grovigli di linee locomotrici che esplorano senza poter controllare” (pag. 65). E un esempio per comprendere meglio: “Alcuni anni fa mi trovavo a Palermo in un ristorante assieme a un collega e, scelto un vino che non avevo mai bevuto prima, d’improvviso cambiai direzione: quella bottiglia non andava bene non perché, come mi domandò il cameriere, avesse un particolare problema. Non ‘sapeva di tappo’ né ostentava particolari difetti. Un ‘difetto’ in realtà, sarebbe qualcosa che manca e di cui reclamiamo presenza; non un dato ‘scorretto’, una grammatica sghemba, un insulto o uno sputo rispetto alla civiltà delle buone maniere, come sempre si pensa riguardo anche al vino. Quella bottiglia era immobile e muta, non si faceva incontrare, non ci permetteva di proseguire” (pag. 67).

Concludo, allora, con Leibniz quando afferma che “la conoscenza è oscura o chiara; e quest’ultima, a sua volta, è confusa o distinta; e la conoscenza distinta è inadeguata o adeguata, ed ancora, simbolica o intuitiva: e se una conoscenza è a un tempo adeguata e intuitiva, è la più perfetta” (Meditationes de cognitione, veritate et ideis, 1684).

Immagini
Come nel tempo in cui si beve, anche quando si legge, ma potrebbe dirsi per molte attività umane, ondeggiano libere associazioni di idee: la forma fluttuante della scrittura di “Epistenologia” si intreccia mirabilmente con il contenuto del testo. La prima fa da sponda a ciò che l’altra consegna alla comprensione. Proprio per questa e in virtù di quella, mi sono dato questi guizzi di intese e comprensioni:

1)  La scrittura. Pink Floyd, “Interstellar overdrive”. Album: The Piper at the Gates of Dawn, 1967. 9 minuti e 41 secondi. Uno strumento mantiene il ritmo; suonata due volte, di cui la seconda in overdub sulla prima. Non venne mai eseguita allo stesso modo. Ma il senso ultimo del riff psichedelico di questo viaggio spazio-tempo interstellare per strumentazione sonora rimane in tutte le sue varanti e variazioni.

2)  Il senso che ho inteso. Italo Calvino. Lezioni americane. Leggerezza, Milano, Garzanti 1988.  “Si deve essere leggeri come un uccello e non come una piuma” (Paul Valéry) ricorda Calvino. La leggerezza non è vacuità, povertà, inconsistenza: tutt’altro. Essa è forma magnetica e pulviscolare: i sandali alati di Perseo; la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili di Lucrezio; i personaggi del Cavalcanti che sembrano sospiri, raggi luminosi, immagini ottiche e messaggi immateriali che egli chiama ‘spiriti’…”

[Foto: Pensare il cibo]

Il libro “Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto” (Mimesis Edizioni) verrà presentato dall’autore e da Alessandro Morichetti in un laboratorio di Terroir Marche – Vini e Vignaioli bio in fiera, ad Ascoli Piceno (Palazzo dei Capitani), sabato 21 maggio 2016 alle ore 17.



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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

6 Commenti

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

Da semplice lettore, ho sempre ritenuto fin dai tempi del liceo "Lezioni Americane" di Calvino un paradigma per ogni tempo. Da sempre in prima fila sul fianco aperto della libreria che si veda dall'ingresso, ma come alcuni altri libri... Interstellar Overdirve, una delle poche canzoni che mi rimane sempre sullo smatphone la ritengo una canzone, che è un invenzione come la ruota, in grado di accompagnare l'uomo praticamente in eterno. Inchiodato davanti ai PC fremo in attesa della spedizione di questo prossimo libro.

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Syd

circa 3 anni fa - Link

I Pink Floyd ,per quello che mi riguarda,si fermarono a Barrett

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amedeo

circa 3 anni fa - Link

Quando Cerullo scrive: "Io bevo per allacciare e creare legami, per evidenziarmi le connessioni tra le cose sfibrate del mondo. Attraverso il vino, ho imparato e imparo continuamente a stare sul bilico del non voler avere ragione per forza, del non difendermi per forza, del non voler capire per forza", ecco, io credo che spazzi via un bel po' di muffa dall'enomondo che ci è toccato in sorte. Ad un tratto le degustazioni seriali, le iconiche verticali, le schede, i punteggi e compagnia bella, perdono di senso, e si stagliano fulgidi in tutta la loro pateticità. (e chi scrive è un assaggiatore Onav)

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

Quello xhe tu scrive è vero ma le carie schede ecc.. servono a creare schemi mentali delle metodologie per non andare a braccio, poi la fuori i degustatori davanti ad un vino non si figurano la scgeda ais od onav od altro. Tant' è che all' esame (almeno quello ais che ho sostenuto io) la degustazione del vino è descrittiva senza scheda e come mi chiesero all'orale " ...mi faccia una desgustazione veloce sciolta, ma ... corretta" e per il corretto serve un metodo che non è lo scopo ma il mezzo.

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sergio

circa 3 anni fa - Link

I due commenti(entrambi molto belli) che mi precedono non racchiudono tutto il dibattito che il libro susciterà nei prossimi mesi. Ma sicuramente fissano dei punti importanti. Francesco Garzon confluisce(o "sembra") sulle conclusioni di Amedeo, mantenendo comunque un legame con la realtà attuale. Amedeo "sembra" rompere ogni legame. . La forza espressiva delle sue parole(parlo di Amedeo) è pari a quella del prof. Perullo

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G. Fon

circa 3 anni fa - Link

Estremamente suggestiva la lettura, stimolante l'approccio che propone al vino. unica perplessità: rifiutando grammatiche predefinite, modelli degustativi e un linguaggio concordato non si rischia, in certi casi, di ritrovarsi nell'incomunicabilità? Per quanto io ritenga utilissimo, quasi necessario, porsi dinnanzi al bicchiere in sintonia con le idee di Perullo, mi sembra anche che questo sia possibile solo qualora ci sia un accordo di base su quello che si sta bevendo e sul modo di berlo. Mentre un formidabile vantaggio delle aride schede di degustazione varie è che permette a tutti, adottando la specifica grammatica, di poter parlare la stessa lingua. Immaginate di essere al tavolo con un talebano dei vini naturali, un figlio del parkerismo e un corsista AIS/ONAV/quellochevepare e di uscirvene con: "Questa bottiglia è immobile e muta, non ci fa incontrare, non ci permette di proseguire”. L'unico risultato che riesco a immaginare sono occhi roteanti, sopracciglia inarcate e risate di sottecchi. Concludendo, mi sembra che il limite di questo approccio sia la difficile accessibilità alla sua grammatica di base (perchè anche Perullo ne propone una, sia chiaro), legata a doppio filo al percorso umano/culturale/personale del bevitore e spesso incline allo stallo, in caso di dissenso. Spero di essermi spiegato.

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