E ora qualcosa di non particolarmente natalizio. I rimedi antisbronza secondo la Regola Sanitaria Salernitana

di Pietro Stara

Narra la leggenda che in una notte buia e tempestosa, sul finire del V secolo d.C., quattro pellegrini trovano riparo sotto la stessa arcata. La prolungata permanenza sotto il medesimo riparo scioglie poco a poco la reciproca e malcelata diffidenza. Ognuno di loro si presenta per nome e per provenienza: Areteo (Pontus), greco di Alessandria; Antonio (Salernus), nobile romano; Isacco (Helinus), ebreo di Betania; Abdul, musulmano di Aleppo.  Antonio è dolorante ad un braccio ferito: i convenuti si confrontano sulle migliori terapie da intraprendere per curalo. La discussione, che dura per diverso tempo, diviene la base per la creazione di un sodalizio duraturo, che porterà alla fondazione della Scuola Medica Salernitana. La leggenda ci rimanda a due elementi: il primo riguarda il  fatto che si tratta di una Scuola eminentemente pratica; il secondo è che la scuola si basa sul confronto e sul sincretismo di scuole mediche differenti, ma che hanno fondamento comune nello studio della medicina greca di origine Ippocratica.

La storia.
Il rinascimento bizantino[1] dell’VIII e XIX secolo, in un periodo più tardo rispetto a quello narrato dalla leggenda, ridà grande forza allo studio della medicina attraverso l’attività degli scriptoria[2] monastici, i laboratori in cui si redigono e si decorano con miniature[3] i codici manoscritti. Gli scriptoria, che hanno una importante diffusione nel sud Italia, sono il veicolo principale dei più importanti testi di medicina antica.

La presenza di una scuola medica salernitana che precede le Constitutiones Melphitanae[4] è attestata da una citazione presente negli archivi reali di Napoli dell’846. E’ a partire dal X secolo, con “I quattro libri delle Storie” di Richer[5], monaco a Saint-Remi di Reims, che si sa di una disputa tra un medico francese, l’episcopo Deroldus[6] e un medico salernitano esperto in pratica clinica. Nella disputa, ça va sans dire, ha la meglio il medico francese. Nonostante vengano prodotti una gran quantità di libri e di riferimenti sulla Scuola Medica Salernitana, non esistono indicazioni precise su una scuola medica istituzionalizzata. Salerno, come Montpellier, diventa luogo di elezione di pratiche e saperi medici attraverso la diffusione di opere librarie, che interessano Costantinopoli, Parigi, Oxford, Venezia, Toledo, grazie al lavoro degli scriptoria e all’impulso dato da Costantino l’Africano, che traduce in latino testi medici di lingua greca, araba ed ebraica.

Le costituzioni rilasciate da Federico II a Melfi, nel 1231, concedono ai maestri salernitani di esaminare gli studenti, ma non di rilasciare le licenze per l’esercizio della professione medica, cosa che sarà possibile soltanto a partire dal 1359. Il Collegium, ovvero la scuola universitaria, viene abilitato soltanto alla metà del 1400, mentre lo Studium è già attivo a partire dal 1280 grazie al riconoscimento concesso da Carlo d’Angiò.

Il testo di riferimento della Scuola: “Flos medicinae Scholae Salernitanae” o “Regimen Sanitatis Salerni”.
Si tratterebbe di un’opera collettiva, anonima, risultato della consuetudine popolare, raccolta e commentata nel secolo XIII dal medico e alchimista catalano Arnaldo da Villanova: «Essa ben s’inquadra nel filone letterario dei tacuìna e dei theatra sanitatis, opere a carattere enciclopedico, in cui accanto all’illustrazione degli elementi della natura, vi è quella degli alimenti, degli stati d’animo, delle stagioni, allo scopo di salvaguardare la salute mantenendo un perfetto equilibrio tra uomo e natura. È oggi opinione concorde che la prima edizione a stampa del “Flos”, sarebbe quella pubblicata a Lovanio intorno al 1480 da Jean de Paderbon, anche noto col nome di Giovanni da Westfalia, ritenuto da alcuni il commentatore del “Flos”. Il testo è, infatti, accompagnato da un commento. Questa edizione contiene oltre al “Flos”, anche il Regimen Sanitatis in prosa di Arnaldo da Villanova. La disposizione bibliografica dell’intero volume è la seguente:  Titolo: Regimen Sanitatis salernitanum nec non et magistri Arnoldi de Nova Villa feliciter incipit.

Di seguito: Anglorum regi scripsit schola tota Salerni

In fine: Explicit regimen sanitatis compositum seu ordinatum a magistro Arnoldo de Villa Nova Cathalono omnium medicorum viventium gemma.

Si tratta dunque di due opere distinte racchiuse in un solo volume. Di quest’opera vi furono cinque edizioni a Lovanio, una a Colonia, identica, di Conrad Winters di Homberg, poi altre edizioni a Lione, Parigi, Besançon, Strasburgo, Colonia, Venezia, ma a differenza della prima, non furono stampate le due opere, ma soltanto il “Regimen Salernitanum” o “Flos medicinae Salerni”[7]

Il vino secondo la Regola Sanitaria Salernitana[8].
La branca più importante della medicina ippocratica è la dietetica, che ha la funzione precipua di riequilibrare, secondo l’indole del malato, l’età, le caratteristiche organiche (complessioni), i danni (malattie) derivanti da questa instabilità. Il vino, al pari e più di molti alimenti, viene utilizzato diffusamente nella farmacopea antica e tale rimane per tutto il medioevo sino ai termini dell’età moderna. Anche secondo la Scuola medica salernitana.

10. Della peculiarità del vino buono.
Approvati vanno i vini per odore
Per sapore, per nitore, per colore.
Se pretendi vini buoni, questi cinque
Requisiti vanno soddisfatti:
Devono essere vini forti, assai fragranti,
Attraenti, molto freschi, spumeggianti (frixa).

11. Del vino dolce e bianco.
Vini dolci trasparenti son ancor più nutrienti.

12. Del vino rosso.
Se troppo vino rosso talvolta vien bevuto
Il ventre si costipa e torbida diventa, da limpida, la voce.

15. Del bere vino in eccesso.
Se di vin t’ha fatto male la bevuta serotina,
Vin ribevi la mattina e sarà una medicina.

16. Del vino migliore.
Vino migliore produce anche migliori umori.
Di solito, se è nero, ti rende il corpo pigro.
Perciò sia vino chiaro, vecchio, sottil, maturo,
Ben annacquato, vivo, assunto con criterio.

25. Delle carni suine.
Il suino, senza vino, è peggiore dell’ovino.
Ma se il vin gli accorderai, cibo e farmaco ne avrai.
Buone: le frattaglie di maiale.
Male: quelle d’ogni altr’animale.

26. Del mosto.
A orinare induce il mosto ed il ventre scioglie tosto;
Milza e fegato ostruisce, mal di pietra favorisce.

32. Dell’alternare cibo e vino.
Mentre stai facendo pranzo, spesso e poco devi bere.
Se per caso assumi un uovo che sia tenero e sia nuovo.

39. Della regola nel mangiare e nel bere.
Mentre stai facendo pranzo, spesso e poco devi bere.
Se soffrire vuoi di meno, non ber mai tra le portate.
Se poi vuoi evitar pena, dai sorseggi inizia cena.
Dietro a ogni singol uovo, bevi pure un bicchier nuovo.

86. Del mal di capo.
Se dovuto a vino è il male, acqua pura va bevuta:
E’ dal troppo sbevazzare che consegue febbre acuta.
Ma se testa, al colmo, o fronte, dal calor son tormentate,
Tempie e fronte, lievemente, vanno insieme frizionate;
Con decotto ancora caldo di morella (solatro o solano nero), in fin, lavate.
Ciò, confidano i dottori, può giovare a quei dolori.

 

NOTE:

[1] Cfr. Di Luciana R. Angeletti,Valentina Gazzaniga, Storia, filosofia ed etica generale della medicina, Elsevier Masson, Milano 2008, pp. 62 – 66

[2] Nascono grazie a Benedetto da Norcia (le regole del suo ordine fondato nel 529 d. C. abazia di Montecassino) e ad Aurelio Cassiodoro, gran cancelliere del re dei Goti Teodorico, nato in Siria e cittadino romano, che reiserisce la figura dell’architara (archiatra (o archiatro) s. m. [dal lat. tardo archiatrus e archiater, gr. ἀρχίατρος, comp. di ἀρχι- (v. archi-) e ἰατρός «medico»] (pl. -i). – Medico principale, protomedico; già termine di corte, è ancora in uso per indicare il medico del papa: a. pontificio. Da Teccani) nel tessuto sociale. Cassiodoro fonda un monastero benedettino (Vivarium) a Squillante (Reggio Calabria) dove rende obbligatorio lo studio della medicina e disponibili le maggiori opere classiche in campo medico.

[3] La parola miniatura deriva da minium, termine che nell’età classica e nei primi secoli del Medioevo indicava il cinabro, ossia il solfuro di mercurio, sostanza di colore rosso usata già nella pittura antica e adoperata anche per dipingere in rosso iniziali, titoli e rubriche di testi scritti. Miniare o minio describere significò originariamente scrivere con il colore rosso. Più tardi la parola miniatura si estese a indicare la decorazione e l’illustrazione di un testo scritto.

[4] A Melfi Federico promulgò il celebre Liber Augustalis (1231), conosciuto anche come le Constitutiones Melphitanae, un corpus iuris di oltre duecento leggi che davano un assetto legislativo completo ed organico riguardo ad ogni aspetto della vita amministrativa, sociale ed economica del Regno, ispirato ad alcuni grandi principî indicati dallo stesso imperatore. http://www.stupormundi.it/legislator4.htm

[5] Richer, monaco a Saint-Remi di Reims e allievo di Gerbert d’Aurillac, negli ultimi anni del X secolo intraprese, con l’intento di farne dono al suo maestro, la stesura di un testo di argomento storiografico ma fortemente condizionato da chiare ambizioni letterarie. Se la fonte principale fino all’anno 966 furono gli Annales di Flodoard, per il trentennio successivo Richer dovette basarsi quasi soltanto sulle memorie e sulle esperienze personali, oltre che su una buona dose di immaginazione e sul desiderio di compiacere il suo mentore. Tuttavia, mentre quasi ogni altra fonte coeva è perduta, il manoscritto originale delle Historiae è miracolosamente sopravissuto a secoli di oblio e si è tramutato per noi in un documento straordinario e unico, per quanto non sempre e non del tutto attendibile, di una stagione cruciale che vide il definitivo trionfo dei Capetingi sui Carolingi, l’ascesa e il declino dell’impero ottoniano, mentre prendevano forma idee e istituzioni politiche e culturali destinate poi a caratterizzare molti aspetti della successiva storia europea. Conclude il volume l’excursus di Antonio Cacciari “Lo scrittoio di Richer”. http://www.pisauniversitypress.it/scheda-libro/richer-di-saint-remi/i-quattro-libri-delle-storie-888-998-9788884925268-34070.html

[6] RICHERI HISTORIARUM LIBRI QUATUOR, LIBER SECUNDUS. Cap. 59, Qualiter Deroldus a quodam medico deceptus sit eumque deceperit

[7] Paola Nigro, cit.

[8] Ho utilizzato il seguente testo: Fiore di medicina ovvero Regola sanitaria salernitana, Il Melangolo, Genova 2013

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

5 Commenti

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Angelo D.

circa 5 anni fa - Link

Ammazza che polpettone! :-) E siamo appena al giro di boa...

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Stefano

circa 5 anni fa - Link

Come è possibile che un tale Abdul di Damasco fosse mussulmano sul finire del quinto secolo? Maometto nasce a metà del sesto secolo, e la conquista mussulmana di Damasco è del 634. Vabbene i bagordi di Natale, ma la sbornia ormai dovrebbe essere passata.

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ruggero romani

circa 5 anni fa - Link

dovrebbe essere un banale refuso della fonte:V anziché X.

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Pietro Stara

circa 5 anni fa - Link

Ciao Stefano, vero quello che dici. Alcune versioni della leggenda parlano di "arabo" di Aleppo, altre di "mussulmano" di Aleppo. Come in tutte le leggende, costruite a posteriori, gli errori servono a spiegare non tanto l'origine di una cosa, che per datazione è evidentemente falsa, così come per riscostruzione (ti ricordo che nello stesso periodo e siamo intorno al IX secolo d.C. viene redatta una delle più importanti imposture della Chiesa Cattolica che va sotto il nome della "Donazione di Costantino"), ma serve a spiegare un'altra cosa: ovvero il sincretismo di diverse scuole mediche di cui quella araba/musulmana è tra le più importanti dell'epoca. Costantino l'Africano è uno dei maggiori traduttori di tutta l'opera medica araba conosciuta a quel tempo (e siamo ovviamente dopo l'anno Mille). Quindi la lettura di una leggenda, come di un mito, non dovrebbe essere fatta per ciò che di "vero" ci tramanda, ma per ciò che ci vuole dire al di là del contingente storico assai improbabile. Infatti, subito dopo la leggenda, parlo di storia.

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