Domaine du Coulet: Syrah a doppia velocità in Cornas

di Mauro Mattei

Se amate l’ordine, il rigore, la simmetria, mettere il naso a casa di Matthieu Barret può equivalere ad un mal di testa. Non fatevi prendere dal panico, respirate forte e resistete alla tentazione di tornare sui vostri passi. Certo, la premessa è il caos: per arrivare da lui bisogna evitare uno stuolo di oggetti lasciati apparentemente alla rinfusa, schivare il simpatico cagnolino zampettante, saltare un torchio verticale, due contenitori ovoidali di cemento e, nel caso in cui vi vogliate addentrare fino agli spartani locali d’affinamento, stare attenti a non spaccarsi un femore rotolando sulle scale umidicce e male illuminate. Ecco, se avrete la lucidità di accantonare la baraonda, vi accorgerete come sia semplice lasciare in evidenza ciò che è centrale. E qui il perno è il vino che, a dispetto del contorno, non ha sfocature ed è assolutamente in primo piano. Poco importa, dunque, se tutto è avvolto da un simpatico bailamme e la cantina fisicamente non c’è, esplosa com’è in mille spazi, nell’attesa che un non ben identificato “fondo europeo” – come ci dice sospirando Matthieu – arrivi a bonificare il tutto.

La Domaine du Coulet, come spesso accade in questa parte della valle del Rodano, è un patchwork di minuscole vigne ed i vini sono frutto di assemblaggi tesi ad esaltare un terroir non univoco, marcandone lo sbriciolamento. Qui si cerca di dare coralità a voci diverse, una scelta non facile che traduce perfettamente – però – le esigenze del territorio. Ad integrare questa necessità di polifonia, arriva Barret che filtra il terroir attraverso la sua filosofia agricola che, a prescindere dalle etichette (è certificato per l’agricoltura biologica e biodinamica), prevede una costante osservazione della vigna e interventi minimali in fase di vinificazione e affinamento.

Matthieu non ama i vini magri e cerca la concentrazione, la forza, la densità; prescinde – però – dai vini sgraziati e per lui la bevibilità, la freschezza e la facilità di approccio sono elementi non trascurabili. Non è facile trovare un dialogo fra componenti apparentemente in disaccordo ma provare non è reato e una sana testardaggine può premiare sforzi apparentemente vani. L’elemento armonizzante, sottolinea Barret, è la vigna stessa, o meglio la sua interpretazione in relazione all’epoca vendemmiale, in primis. Barret cerca, infatti, la maturità totale e raccoglie in media due settimane dopo gli altri produttori di Cornas. Negli anni, con cessioni e acquisizioni, sta tarando i suoi appezzamenti in maniera che essi siano orientati non perfettamente a Sud, questo gli permette di vendemmiare le uve in ritardo senza che esse siano stra-mature. Nel bicchiere? Un senso di pienezza che può sfuggire assaggiando altri produttori in zona.

I vini paiono tecnicamente ineccepibili e Dio solo sa il perché. Dietro la bottiglia – infatti – c’è una voglia di ricerca che sfocia nell’instabilità ed ogni vino è diverso dall’altro e ogni interpretazione può lasciare spazio, di anno in anno, ad un’ ulteriore necessità o idea. Non stupitevi, dunque, se la solforosa è un optional, se la macerazione carbonica è presente su un millesimo e mai più comparirà (perché omologante, ci viene detto) o se il cemento cede il passo al legno e viceversa per motivi di spazio o di stile in progress.

Cornas è il Syrah, profondo e scattante, e l’interpretazione della Domaine du Coulet, ne ravviva il senso, inspessendone la trama e marcandone i contorni con un tratto vigoroso e carnale. Il Syrah qui è corpo ed idea e Matthieu è il tramite ridanciano e naif di vigne severe e sassose. Anche il vino pare assecondare questa diatriba dimenandosi fra disponibilità e cupezza, fra scorrevolezza e volume. Ma cosa c’è di meglio del contrasto per cercare l’equilibrio? Non meravigliatevi, dunque, per il Petit Ours Brun – un muscoloso vin de soif – o per No Wine’s Land, un cote du Rhone sui generis, che riesce ad essere acuto e polputo il giusto, e non cadete dalla sedia sbattendo il muso sulla massa e la sassosa mineralità di Brise Cailloux e Billes Noires, due Cornas i cui nomi sono un bignami di  geologia. Insomma, basta fare un salto al numero 3 di Rue de Ruisseau, per dar corpo al controsenso, alla dialettica fra frutto e granito. Cosa c’è di meglio?

 

Mauro Mattei

Sommelier multitasking (quasi ciociaro, piemontese d'adozione, siculo acquisito), si muove in rete con lo stesso tasso alcolico della vita reale.

6 Commenti

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Daniele

circa 7 anni fa - Link

Cornas...piccola denominazione, vini eccellenti..anche la Francia c'ha le sue chicche!

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Sir Panzy

circa 7 anni fa - Link

Complimenti Mauro, sei riuscito a spiegare molto bene qualcosa di difficilmente spiegabile.

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Giorgio

circa 7 anni fa - Link

interessante conoscere nuovi viticoltori ....ma si trovano bt per assaggiare queste chicche ?

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Mauro Mattei

circa 7 anni fa - Link

I vini sono importati in Italia da Alessandro Giunchi un piccolo distributore franciacortino che ha, peraltro, un interessante portfolio di Champagne. Unico neo della produzione di Barret sono i prezzi non proprio popolari se ti orienti sui prodotti al top della gamma.

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A. Tricolore

circa 7 anni fa - Link

Quanto cari? Es.da Giunchi a quanto li vendono? Grazie.

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lido

circa 7 anni fa - Link

Mauro vedo che nella tua recente visita, la casa è in perfetto ordine, io quando sono entrato alcuni anni fa, mia moglia aveva implorato la madonna per un miracolo a venire," uscirne indenni", ma i vini sono fantastici, dopo anni li ho ritrovati da Giunchi e devo dirti che sono veramente carucci ma divertenti assai. Da Giunchi Vedi Fallet Prevostat. e Doyard, Champagne.

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