Cronache dal Piemonte profondo: la Cascina Melognis di Vanina e Michele Antonio Fino

Cronache dal Piemonte profondo: la Cascina Melognis di Vanina e Michele Antonio Fino

di Pietro Stara

Credo di essere il più grande acquirente italiano di aghi per gonfiare i palloni: tanti ne compro e tanti ne perdo. Anche nella stessa giornata; anche dopo poche ore; a volte esco dal negozio che li ho già smarriti: mi ficco le mani nelle tasche e niente. Mi fermo a Revello, ai piedi della Valle Po, di domenica, in cerca di un giornalaio e mi imbatto, sulla via maestra, in una ferramenta aperta: “buon giorno, avrebbe degli aghi per gonfiare i palloni?”- chiedo felice.

Di là dal banco una signora occhialuta chinata ad incartare qualche oggetto ferroso e, sulla mia destra, all’ingresso, il marito nascosto dietro alcuni scatoloni impilati. “Tipo questi?”- mi domanda. “Sì”- rispondo in una crescita di entusiasmo festivo. “0,80 centesimi l’uno”. “Ok, ne prendo uno”. Me lo incarta in un foglietto di giornale. Lo metto nella tasca laterale dei pantaloncini, che infilerò nella lavatrice la sera stessa. Dopo di che l’ingresso trionfale di un paesano nel negozio: ne approfitto per chiedere dove si trova la casa di Michele Antonio Fino, perché sono lì per quello. “Quello che fa il vino?”. “Sì” – postillo – “anche”. Michele mi aveva detto di mettere sul navigatore “Molino Cerrati” che ci sarei finito dentro.

Così chiedo di Molino Cerrati che da quelle parti non esiste, se non per il navigatore. Un giorno dovranno istituire un corso di laurea di studi semiologici comparativi sui navigatori satellitari: “Prosegui sulla provinciale, ma poi vai dritto e non fai la curva: prendi il viale alberato, ti dirigi verso il cimitero e lo passi. Dovrebbe essere la seconda sulla sinistra.” – mi fa il simpatico vecchietto. Comunque ci arrivo. Due pini segano l’ingresso di un viale che conduce alla Cascina Melognis. Entro in un ampio cortile sterrato dove viene ad accogliermi Vanina Maria Carta. Prima di entrare nella saletta ‘degustazione’, adiacente alla cantina, Vanina mi mostra in lontananza una vigna appoggiata al monte e contornata dai boschi: dij Copa, dal soprannome della famiglia Borgna, che la piantò nel 1948, dove vengono prodotte le uve del rosato.

Entriamo nella saletta adiacente alla cantina e vedo sbucare un bambino riccioluto che tiene in mano un oggetto rettangolare. Dopo avermi fatto accomodare in attesa del ritorno di Michele, Vanina dichiara: “Devo sequestrarglielo: ci gioca troppo.” “Sai” – aggiunge- “sono quei regali che ti fanno i parenti anche se non li vuoi e tu non ci puoi fare niente, ma poi devi levarglieli sennò ci giocano tutto il giorno.” La giornata, iniziata splendidamente, stava proseguendo al meglio: sentirsi parte di una comunità di genitori che sequestrano i giochi elettronici ai figli è impagabile. Da farci un gruppo su Facebook.

Stavamo sorseggiando il primo bianco, il Comitis, che entra Michele. E’ già alto e imponente, ma da seduto mi fa ancora più effetto. Indossa una tuta da lavoro marroncino chiaro tutta inzaccherata, che sembra quella che portava il meccanico moto di Farigliano mentre si accingeva a truccare l’ennesimo cinquantino impennante e roboante. Ma so per certo che Michele non fa il meccanico. Si era appena recato a dare l’ultima spruzzata di poltiglia bordolese in attesa delle imminenti piogge. Sarà che è un giureconsulto contadino di marca piemontese, ma il suo approccio alle cose è improntato a quella tuta: sperimentale. Quello che lui verbalizza avverbialmente: “laicamente”. Piccoli passi verso la giusta direzione. Piemonte profondo. Partiamo, dunque, dal bianco Comitis, a parlare di vini, di storie e di luoghi e poco alla volta ci avventuriamo nel punk torinese degli anni ’80 grazie ad una conoscenza comune. Poi musica e vini e di nuovo vini e musica. Passando di palo in frasca e di vino in vino in un crescendo d’alpeggio.

Daccapo: se volete apprezzare i vini di quelle parti dovete provare a staccarvi mentalmente dalla Langa. Qui si parla direttamente con i dirimpettai francesi in un’area di produzione che comprende la Valle Bronda e la dorsale collinare che da Saluzzo arriva fino a Busca. Con il Monviso che redarguisce dall’alto. Tanto vicini alla Francia che Michele ha impiantato, come se niente fosse, pure del pinot nero. E anche il Comitis guarda di là: chasselas (aisone da quelle parti) al 60% e gouias blanc (charjou sempre da quelle parti) al 40%. Questo vino ci vuole mentre state rosicchiando gli antipasti che avete appena preparato per i vostri amici o mentre state leggendo le ultime epiche avventure di Sandokan all’imbrunire della sera. Mentre. Finemente aromatico, si fa bere disimpegnato.

Il pinot noir, coltivato a 670 metri nel comune di Verzuolo, fornisce stoffa e sostanza a un vino spumante, Olim Atrum: un metodo classico che viene alla luce dalla collaborazione di Cascina Melognis e Bric Piu. Fermentazione a un po’ meno di venti gradi, per più di venti giorni, affinamento in acciaio e tirage nella primavera successiva alla vendemmia. Pressatura delle uve intere mantenute in cella frigorifera mentre si svolge la pigiata precedente con pressa a polmone: resa inferiore al 55%. Unidici pressate in media per produrre 21 hl di mosto che fermenta a 15-17 gradi per 21 giorni circa. Il vino non svolge la malolattica e la primavera successiva alla vendemmia viene tirato in azienda con zucchero e lieviti. Attualmente in commercio il 2012 con 24 mesi sur lie. Obiettivo futuro: uscire dopo almeno 36 mesi. Un brut molto extra (dosaggio di un grammo e zuccheri finali pari o inferiori a 3 grammi litro) impressiona per la quantità di bollicine, finissime ed estremamente persistenti, che colpiscono il palato in una progressione di piacevole e sapido pizzicore del gargarozzo.

Non di minor freschezza risulta il fragoloso rosato “Sinespina”: neretta cuneese (50%), barbera (25%), freisa (10%), chatus (10%), pelaverga (5%) provenienti dallo stesso vigneto di sessant’anni che, dopo essere maturate in maniera difforme come si conviene a lor signore, vengono vendemmiate agli inizi di ottobre. Acidità e nobile maturanza si contendono il primato interno. Intanto il salame, dell’ex-maiale da 250 kg di Alfio Peirone, allevatore in Pagno, e il formaggio si fanno pranzo appena vengono raggiunti da un’ottima pasta al forno.

Pelaverga, proprio così: è il suo turno. Qui il pelaverga ha la P maiuscola e grossa come i suoi acini, completamente differenti da quelli dell’altro pelaverga, di Verduno. Nessuna parentela, se non nel nome. Antico, come la storia ritrovata.

Giovanni Andrea di Saluzzo, nel suo Memoriale redatto tra fine ‘400 e il primo ventennio del ‘500, ricorda che la marchesa di Saluzzo ogni anno mandava una trentina di bottalli de vino de Pagno et del Chastellar a papa Giulio II come ricompensa dei favori vaticani alla casa marchionale, primo fra i quali la concessione della cattedra episcopale. Andrea Bacci (De naturali vinorum historia), nel suo viaggio estivo del 1560, lo menziona “tra quei vini del Piemonte per la maggior parte sottili, chiari, amarognoli e raramente dolci” per poi ricordare che veniva imbarcato nel porto di Savona con quelli del litorale genovese. Il vino di Saluzzo viene anche menzionato da Sante Lancerio, a proposito di papa Paolo III, fedele ai gusti del predecessore Giulio II: “Saluzzo è in Piemonte ed ha un vino molto perfetto ma per li tanti travagli che ha da condurlo alla marina, patisce assai. Di questi vini raro si trova in Roma, ma il signor Cardinale d’Ariminis (Asacanio Parisani, nobile Tolentino, vescovo di Rimini divenuto poi cardinale), per un suo abate di detto luogo alcun anno ne aveva qualche caratello e ne faceva gustare e bere a Sua Santità che assai gli piaceva.” (Della qualità dei vini…) Il Cario torinese (Pelaverga di Saluzzo) viene lodato dal Croce nel 1600, che spiega come “meglio dir si potria caro per la bontà sua; è uva grande, ha grani grossi ben coloriti, di scorza dura, la rappa rossa…, fa buoni vini e delicati.” (Dell’eccellenza e diversità dei vini…). Nel 1798 non di minor elogio furono le parole del conte Nuovolone, nel “Calendario Georgico”: “vino prezioso, massime quello di Spagno nel territorio di Saluzzo: molti giudicano essere la medesima uva chiamata cari nella collina di Torino”, oppure la BIona (Beaune) di Cavaglià, in provincia di Biella1.

Il divicaroli, pelaverga grosso al 100%, mantiene l’aplomb cinqucentesco, tanto da far pronunciare, in tempi non sospetti, una sentenza di tutto rispetto: “Il tuo Pelaverga è perfetto con il vitel tonné!” La proferì Armando Castagno al telefono con Michele qualche tempo fa. Giuro che ce l’avevo sulla punta della lingua. La fermentazione dura circa una settimana sotto i 20 gradi in modo da permette al nascente vino, rubino scarico, di mantenere le sue fragranze floreali, di viola, di rosa e di geranio, soprattutto, e di frutto piccolo (lampone e ciliegia) con una nota evidente, ma non ingombrante, di pepe bianco. Francesizzante anch’esso.

Quando arrivano le teste di serie, l’antipasto, che si era già spostato al primo, ora approda al secondo: salsiccia e lenticchie, tanto per corroborare la calura estiva. D’altra parte sia Ardy che Novamen sono difficilmente abbinabili a delle acciughe al limone.

Ardy, un barbera al 90% sostenuto da un 10% di chatus, nome franco provenzale ad indicare il nebbiolo di Dronero. Tre vigneti tra i 330 metri e i 370: Feudo, Cucù e Beccarelle. Dopo la vendemmia ai primi di ottobre la fermentazione, con macerazione, viene fatta in acciaio per almeno 10 giorni. Poi botti di rovere di terzo e quarto passaggio per 12-15 mesi e un ulteriore affinamento in bottiglia per altri quattro mesi. Una bella intensità di colore, grazie anche al supporto dello chatus. Acidità che si allarga a prugne, more e humus.

Siamo presissimi dal punk torinese degli anni ottanta, con deviazioni diacroniche a un melodista maltusiano (Maolucci), quando fa il suo ingresso magistrale e discrepante nei confronti dell’argomento trattato, il Novamen: barbera al 70% e pinot nero al 30%. Tutti da Revello: vigna Dij Cupa sui 450 m s.l.m. e vigna Dël Fo sui 500 metri. Vendemmia del pinot noir a metà settembre e barbera a inizio ottobre. Fermentazioni separate di 15 giorni in acciaio. Malolattica e maturazione di almeno 12-15 mesi in botti di rovere di secondo-terzo passaggio, e affinamento di 4 mesi in bottiglia. Morbido, ciccione e coccoloso, traguarda segnali balsamici dopo averci lasciato una bocca piena di frutto rosso maturo e una vena acida di commovente lunghezza.

E’ ora di congedarsi e di tornare in terra ligustica: ci salutiamo con un piccolo presente, in attesa di una chiacchierata in terra di poi.

1 Cfr. Annamaria Nada Patrone, I vini in Piemonte tra Medioevo ed Età Moderna, in Rinaldo Comba (a cura di), Vigne e vini nel Piemonte rinascimentale, L’Arciere, Cuneo 1991, pp. 247 – 272

avatar

Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

4 Commenti

avatar

Michele A. Fino

circa 3 anni fa - Link

Grazie Pietro, anche se sinceramente non credo che ci sarà chi osi mettere mano a un racconto dell'azienda dopo tanta precisione, acribia e passione.

Rispondi
avatar

Giuseppe Romagnoli

circa 3 anni fa - Link

Tutto vero. Oggi, sabato 10/10 io e Adriana ci siamo recati alla cascina per provare i rossi e conoscere questa realtà colpevolmente sconosciuta al sottoscritto, appassionato di vini locali e di piccole produzioni vinificate dai vignaioli indipendenti. Il sig. or Michele Fino era in vigna ma la signora ci ha accolti con estrema gentilezza e competenza rd ho avuto modo di degustare due sorprendenti vini, il Novamen e l'Ardy. Veramente grandi , degni di essere conosciuti da un pubblico più ampio e magari più esperto del sottoscritto. Un grazie veramente alla signora Vanina ed un bacio da parte nostra a Francesca.

Rispondi
avatar

graziano

circa 2 anni fa - Link

Al contrario dott. Michele Antonio Fino. A parte l’erudita epistolarità tipica del bravo Piero Stara. Posso dire che il racconto può fare esattamente l’effetto voluto. Anzi nel mio caso sicuramente farà giusto quell’effetto. L’unica cosa, la tuta “Inzaccherata” che a primo acchito mi ha ricordato la pubblicità https://www.youtube.com/watch?v=LQe--0Lfv0A ma non fa nulla tutto fa territorio in questo mondo, e considerato che lo leggo e commento ad un anno e più di distanza

Rispondi
avatar

Paola

circa 7 giorni fa - Link

Grandissimi i miei compaesani!! :)

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.