Cose da sapere su Cristianesimo, Ebraismo, Islam e vino: storia controversa e non breve

di Pietro Stara

Mi attaccavo con difficoltà alla tetta di un biberon turbo-mod fine anni ’60, che ero già cattolico, apostolico e romano. Di Torino. La mia idea di Dio era fortemente ancorata al Vecchio Testamento: più bastone che carota. Col passare degli anni, in tenerissima gioventù, dopo aver ottemperato a tutti i sacramenti raccomandati e acconsentiti, come una vera d.o.c.g. della fede, iniziai a provare una certa repulsione per gli amministratori locali del regno di Dio in terra. Poi del regno di Dio. Poi di Dio. E, infine, di tutti i regni e i regnanti: a 15 anni ero diventato un vero devoto dell’anticlericalismo militante.

Mi rimasero però due forti sensazioni legate al rituale liturgico: la comunione (l’ostia) e il vino. Provavo, infatti, una percezione di estremo piacere libidico nel gustare la sottilissima cialda di frumento a forma circolare che abitualmente mi si appiccicava per alcuni secondi alla parte superiore del palato. Voluttà che riassaporavo ogni volta che mio nonno Gianni si prodigava nella preparazione delle cöpete di S. Antonio, fatte con noci e nocciole tostate, miele, zucchero e ostie rotonde. Pure lui aveva capito che il “Pan di vita”, come lo chiamò Tommaso Campanella, non era soltanto un rimedio al peccato ed un viatico alla vita eterna, ma anche tutamen et salus animae et corposris (tutela e salute dell’anima e del corpo).

La seconda sensazione la recuperai, appunto, in età adolescenziale: sapevo che il vino per la messa doveva rispettare i canoni del più rispettoso naturalismo enoico. Molto prima che vedessero la luce le Reinassance, Vinnatur e via cantando: “vinum debet esse naturale ex genimine vitis et non corruptum” (il vino deve essere naturale dal frutto della vite e non corrotto). Così stabiliva il Codice di Diritto Canonico derivato dal Pio-Benedettino del 1917 e rinnovato nel 1983 da Giovanni Paolo II. I campioni del vino per la messa venivano direttamente controllati da un vicario foraneo, cui seguiva il sigillo della Curia. Un vino inquinato, corrotto, malfatto poteva inficiare il sacramento stesso.

“Il vino fa buon sangue” proprio perché il buon vino è buon sangue, e non solo secondo il rituale e nel mistero della transustanziazione: il sangue fu, per tutta l’antichità cristiana, legato alla durata e alla qualità della vita stessa. Ruggero Bacone, Arnaldo da Villanova e Raimondo Lullo cercarono in tutti i modi la quintessenza vitale che potesse ritardare gli accidenti della vecchiaia e allungare la vita che “est per umiditatem, et mors per siccitatem”. Così, fra i tanti beneficiati del sangue divino vi fu anche il beato Giacomo della Marca che, dopo esser caduto in male incurabile, alzato il calice del “Divin sangue”, durante la consacrazione del vino nel sacrificio dell’altare, “nel medesimo istante si trovò perfettamente sano, colorito in faccia e rimesso vigorosamente in forze.”

Lontano da una qualsivoglia idea di salubrità vinosa e tantomeno redentoria, mi trovavo di frequente, nelle uscite festive, in qualcuna delle birrerie che avevano invaso la mia città. La birra alla spina, carica di anidride carbonica che manco un’acqua Perrier poteva contenere, stava lentamente sostituendo la pesantezza cromatica del vino operaio uscito sconfitto dagli eventi del fatidico 1980.

Le bolle birresche tentavano malamente di alleggerire la struttura portante di un vino che andava a connotarsi sempre di più come un residuo ideologico ancorato ad un passato recente da superare. Dall’altra parte, le famigerate bolle tentavano di recuperare il tempo di una modernità che si voleva accelerare dentro il mulinello vorticoso del socialismo craxiano. Milano era da bere. Noi, a malapena, da digerire. Ordunque, in queste birrerie, fecero la loro comparsa, nella loro effimera volatilità sensoriale, due vini portoghesi, che accompagnavano la tarda modernizzazione consociativa portata avanti dalle birre alla spina: il Mateus e il Lancers.

Fu in quelle occasioni che tentai di riallacciare, libertinamente più che libertariamente, il mio recente passato cattolico con la nuova tendenza alla moda: non ricordo più, infatti, se fu mia madre o mia nonna Germana ad informarmi che il vino da messa, a quel tempo, proveniva dalle terre portoghesi. Mi presi così la mia rivalsa, seppur nel sorso di un bicchiere à la page.

Mi si obietterà che il colore dei vini menzionati poco s’addiceva a rappresentare un colore rosso vivo sangue ed è quindi poco probabile che venisse utilizzato per celebrare la messa. Ma rischiate di sbaragliarvi voi: “il rosso di un tempo, simbolo del sangue di Cristo, è stato gradualmente sostituito dal bianco per motivi pratici. Si è infatti consolidato l’uso preferenziale del vino bianco motivato da eventuali macchie sulle tovaglie di lino dell’altare, troppo evidenti se rosse. Quanto all’alcool, trattandosi di un vino che vieta qualsiasi aggiunta e che si deve conservare a lungo per la consacrazione (la dose giornaliera è di 30 ml), il grado è alto, coincidente con quello dei vini liquorosi.”

Se la tradizione ecclesiastica è riuscita a perpetrare al proprio interno, per usi rituali, il vino, figuriamoci fuori! C’è da dire che i cristianesimi sono partiti, nei confronti delle altre due religioni monoteiste, con un vantaggio in più: godevano di un Nuovo Testamento che, quanto a riferimenti enoici, non aveva confronti con le altre letterature sacre. “Io sono la vera vite e il padre mio è il vignaiolo”: così in Giovanni 15, 1. Poi le nozze di Cana, dove l’acqua venne trasformata in vino (Giovanni 2, 1 – 11). E ancora Gesù che raccontò del Samaritano apprestatosi a disinfettare le ferite del viandante con olio e vino (Luca 11, 34). E cosa dire dei vignaioli omicidi protagonisti di un altro racconto come in Montalbano qualsiasi? In Matteo (21, 33-42), in Luca (20, 9 -16) e in Marco (12,1).

Anche i lavoratori avventizi dell’epoca, non molto diversi dagli sfruttati d’oggi, poterono godere della parabola sulla vigna in cui si raccontava che un padrone di casa uscì per chiamare i lavoratori a giornata per andare a faticare nella sua vigna. Più tardi, vedendo degli altri braccianti e degli altri ancora, bighellonare nullafacenti, li chiamò perché anche loro si recassero nella sua vigna a lavorare. Alla fine, con stupore generalizzato e qualche timida rivendicazione salariale, li pagò allo stesso modo: “perché gli ultimi saranno i primi e i primi…” (Matteo 20, 1- 16) e concludo questa carrellata con l’ultima Cena, di cui non dico altro (Matteo 26, 26 – 29; Marco 14, 22 – 25; Luca 22, 16 – 20).

La vera preoccupazione per i cristiani, non diversamente dagli ebrei e dagli islamici, almeno in un primo tempo, era posta dal problema cogente dell’ubriachezza. Lo slogan più utilizzato all’epoca suonava più o meno così: “bere con moderazione e non bere mai quando si guida il calesse.” Sia nella cultura cristiana che in quella ebraica scottava ancora la sbornia di Noè. Nella Tōrāh il vino (yayin) comparve per la prima volta nella Genesi (9, 20-27) a proposito della nudità di Noè; ed è sempre nella Genesi che le figlie di Lot fanno ubriacare il padre al fine di garantirsi una discendenza (Genesi 19, 31 – 37). E non parliamo del frutto proibito di cui si cibò Eva nel Paradiso terrestre. A noi è giunta la mela perché così volle una tarda e prima traduzione della Bibbia in latino ad opera di san Girolamo tra il 309 e il 405 d. C. Ma nell’antica disputa ebraica il Rabbi Meir affermò, con buona certezza mistica, che si trattasse di uva. Lo stesso narrò il Libro dello Splendore, opera principale della Qabbālāh redatta intorno al 1300 (Sefer ha-Zohar). Anche per la religione ebraica il vino e la vite ricoprirono perduranti valori simbolici e metaforici: vino nella sfera amorosa e vite simbolo di fertilità (Cantico dei cantici, Numeri 13, 23-24). Vino come simbolo di felicità (Salmo 104,15, Cantico di Rabbah) e sua mancanza come motivo di tristezza (Isaia 24,11; Geremia 48, 33-34; Gioele 1,5). Il divieto assoluto di bere è obbligatorio per il nazireato (voto di Nazir) e prima della funzioni religiose (Torah). Ma poi il Talmud (babilonese) affermò perentorio che “non c’è gioia senza vino”. E per chiosare: “Se chi si astiene dal vino è chiamato peccatore, quanto più peccatore chi si astiene da tutte le gioie.” (Talmud babilonese trattato Ta’anit 11) Per una libera traduzione: “se pecchi poco, bevi molto”. Il vino della tradizione religiosa ebraica è kasher, coltivato e prodotto secondo le regole kasherut: si tratta di una tradizione post-biblica poiché nella Torah non vi è alcun riferimento alla produzione del vino. Molto probabilmente si trattò di evitare che lo stesso vino venisse dedicato anche divinità pagane, poiché esso viene consumato solamente a pasto (in abbinamento secondo i consigli dei moderni) e tutto ciò che posa su di esso (tavolo, Qiddush) simboleggia l’altare. Molto più materialmente significava instaurare un controllo religioso sulla produzione e sulla distribuzione. Con funzioni di tipo normativo (un po’ come nella Finlandia di oggi).

Se per l’ebraismo e per il cristianesimo si pose il problema di come regolamentare l’ubriachezza dei tanti Noè di turno, gli esordi dell’islamismo non furono molto diversi: nella prima trascrizione coranica risalente al 650 d. C. ad opera del terzo Califfo Uthmān ibn Affān, si parla “dei frutti delle palme e delle viti” di cui “vi fate bevanda inebriante e buon alimento; e certo è ben questo un Segno per la gente che sa ragionare.” (Sura, 16, 65-67) Poi Sura succede a Sura e l’ultima vince su tutte altre: non è come nella legislazione italiana vigente in cui norme in aperta contraddizione con quelle precedenti coesistono pacificamente creando dei vulnus, che assomigliano a delle voragini interpretative.
Poco alla volta il vino diventa un elemento peccaminoso, tendenzialmente da evitare: “Ti domanderanno ancora del vino e del maysir (gioco che prevedeva la distribuzione della carne da parte del vincitore). Rispondi: ‘C’è peccato grave e ci sono vantaggi per gli uomini in ambe le cose. Ma il peccato è più grande del vantaggio”. (Sura 2, 219) Poi proibito: “o voi che credete! In verità il vino, il maysir, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono sozzure, opere di Satana; evitatele, a che per avventura possiate prosperare…” (Sura 5, 90 – 91). E, infine, contro chi prega da ubriaco: “o voi che credete, non accingetevi alla preghiera in stato di ebbrezza, ma attendete di poter sapere quello che dite…” (Sura 4, 43). Molte furono le ragioni addotte a giustificare il novello proibizionismo islamico contenute negli ahadīth (detti del Profeta) e raccolti nella Sunnah (Tradizione): la morte di molti seguaci di Maometto nella battaglia di Uhud (665 d.C.), attribuita al fatto che molti soldati bevvero vino la mattina prima dello scontro armato. Altri assegnano la nascita di tale proibizione alla possibilità dell’incesto (simile alla Genesi biblica). Ancora oltre vi sono testi che rimandano ad un incontro tra il Profeta ed alcuni discepoli alla Medina: uno dei suoi intervenne declamando una poesia offensiva per la tribù locale, tale da far intervenire un altro discepolo che colpì violentemente alla testa, con un osso enorme appena rosicchiato, il declamatore offensivo (Sura 5, 90 -91). Molto più probabilmente una serie di divieti, che divennero proibizione assoluta, furono emanati per impedire di pregare in stato di alterazione alcolica.

Naturalmente, oltre la linea ortodossa dell’islamismo, proliferarono alcune correnti ‘freak’, le cui interpretazioni delle legge coranica erano un po’ più possibiliste, o, come dice Jean-Robert Pitte, delle ‘accomodazioni con il Cielo’. Così sappiamo che il grande medico Avicenna, vissuto a Isfahan tra il X e XI secolo, raccomandava il vino per ragioni mediche e lo utilizzava anche per ritemprarsi durante le sue letture notturne. Per ragioni diverse i qalandar, dervisci vagabondi dell’Islam sciita, utilizzavano il vino per provare la misericordia divina. Lo stesso dicasi per il sufismo, pratica mistica interna all’Islam, che spingeva all’utilizzo del vino come arte per inebriarsi di Dio.

Poi, come sempre, quando parliamo di culture e di storie non possiamo pensare ad esse quasi fossero delle rocce granitiche depositarie di un solo sapere e di una sola pratica che si rinnova sempre uguale nel tempo. Quello che ho imparato, a mie spese, è che possiamo solo conoscere per tracce ed approssimazioni e che ogni riferimento ai nostri eguali come altro da noi non costruisce null’altro se non mistificazione: così come il mondo in cui viviamo non ha un solo significato, così pure tutti gli altri mondi assumono i significati delle moltitudini che li abitano. Comprensivi di non credenti, di credenti in altro modo e di credenti loro malgrado: “per il vino vecchio ho lasciato l’acqua chiara. Lungi dalla retta via senza tanti complimenti. Ho preso quella del peccato, che preferisco. Ho spezzato le redini e senza rimorsi ho tolto la briglia con il morso.” (Abu Nuwas, 757 – 815 d. C.)

Dunque bevo perché “noi siamo incuranti della speranza della misericordia e del terrore del castigo; le nostre anime e i nostri cuori, i nostri abiti sporchi di feccia Sono indipendenti dalla terra e dal fuoco e dall’acqua. (…) Sii felice… Tu non sai dove sei venuto; Bevi vino… Non sai dove andrai (…)” (Omar Khayyam, poeta iraniano 1050 – 1123).

Una bibliografia minima.
Mauro Marenesi, Religioni, globalizzazione e culture del vino, Clueb, Bologna 2005;
Jean-Robert Pitte, Il vino e il divino, Sellerio editore, Palermo 2012;
Jean-Robert Pitte, Il desiderio del vino. Storia di una passione antica, edizioni Dedalo, Bari 2010;
Piero Camporesi, Il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue, Mondadori, Milano 1988;
Fabio Zanello (a cura di), Quando l’hashish si incazzò col vino. Contrasti tra hashish e vino nella letteratura classica dell’Islam, Coniglio Editore, 2008 Roma;
Luciano Venzano, Cibo, vino e religione, Erga edizioni, Genova 2010

Immagine: Art and faith

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

10 Commenti

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carolain cats

circa 5 anni fa - Link

ottimo post! che nessuno mi metta al rogo mai: sono femmina, ho le mani sporche di vino, e lo bevo anche e ne godo. sono impura... talmente impura che col vino da messa di un prete ho fatto il pollo arrosto in perù, nelle ande, a 5000 metri... quante ave marie e pater gloriae... ho però bene a mente una frase: <> Jalal alDin Rumi (1207 – 1273) e questo non era certo cristiano... ps: anche io non vado daccordo con mr.dio e chi lo pratica, e a dirla tutta nemmeno con chi pratica mr. maometto... l'unico che forse mi sta simpatico è buddha, quello che mi fa più pena è javè e i suoi testimoni. ecco...preparo la fascina e chi vuole accende il fiammifero?

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carolain cats

circa 5 anni fa - Link

è stato mangiato il virgolettato "Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni. Sia tu un miscredente, un vagabondo, un adoratore del diavolo, vieni. Il nostro derghà non conosce la vergogna. Anche se hai infranto cento volte la tua promessa… vieni" Jalal alDin Rumi (1207 – 1273)

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Stefano Cinelli Colombini

circa 5 anni fa - Link

Davvero un bel post, io ci avrei aggiunto un paio di sultani turchi sbevazzoni ma comunque davvero bello. E, Carolain tranquilla; in questa decadente Enotria siamo più o meno tutti avvinazzati, mangiasalame e pure impuri. Se arriva il Califfo con i suoi tagliagole prima di arrivare a te ne deve sgozzare talmente tanti che gli viene il gomito del tennista. E poi uccidere gli infedeli è fatica, magari alla fine si stufa.

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carolain cats

circa 5 anni fa - Link

a me non m'ammazza nemmeno il round-up! :)

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Federico

circa 5 anni fa - Link

Mi associo ai complimenti. Il finale poi è una perla per ogni miscredente e gaio bevitore! ;-)

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Nic Marsél

circa 5 anni fa - Link

e t'hanno pure chiamato Pietro ... :-)

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Bellissimo.

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Maurizio Rusconi

circa 5 anni fa - Link

Bellissimo scritto. Complimenti! ...incuranti della speranza della misericordia e del terrore del castigo...

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Pietro

circa 5 anni fa - Link

Gran bel leggere caro omonimo complimenti. Ricordo che riguardo al brano delle nozze di Cana, fui colpito da subito dal passaggio "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono" E mi domandavo "quanto" buono potesse essere, con una certa invidia... da quel momento nulla fu più come prima alle feste... sto ancora attendendo il "buon padrone di casa" che serba per ultimo il vino migliore....

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Federico

circa 5 anni fa - Link

A meno di interventi divini (ma in questo caso si potrebbe poi dire che è un vino naturale!? :-) ), con le conoscenze e le condizioni igenico/tecniche di allora.....te lo lascio tutto anche il vino buono! :-) ...ps: a cena da me di solito si finisce con ottimi vini dolci!

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