di | lun 22 apr 2013 ore 14:02
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Capire alla svelta come vendere il vino in Cina. Dove i blogger fanno tendenza, altroché

Sono di ritorno da un interessante viaggio di lavoro in Cina, tra Pechino e Shangai, dove ho incontrato ristoratori, sommelier, distributori di vino, responsabili acquisti food & beverage di due importanti catene alberghiere internazionali  (presenti nelle due metropoli), e qualche giovane più sveglio di altri che sta per avviare un’attività di importazione e distribuzione di prodotti alimentari dall’Italia e che terrò d’occhio con fondato interesse. Sentivo la necessità di rendermi conto da vicino di ciò che accade in un paese con una crescita rapida e sconvolgente, per certi versi, soprattutto per noi europei, poiché la crisi grave del nostro continente è sì del debito e della moneta, ma anche, innegabilmente, della capacità di produrre idee e progetti innovativi, purtroppo. (Suggerisco un’interessante lettura: Tra poco la Cina, di Davide Cucino, sinologo che vive a Pechino dagli anni ’80).

La Cina online corre come un treno, difficile starle dietro soprattutto per noi, ancora così ostili nei confronti della rete. Là il mercato ecommerce, ad esempio, è molto sviluppato e non solo nelle grandi metropoli: dai computer alle merendine, gli acquisti online sono pratica quotidiana un po’ per tutti. C’è una larga diffusione dei blog in Cina, postano e commentano come forsennati e c’è gente che è arrivata a 500.000 follower in poco tempo. Le persone che conquistano così visibilità e credibilità sono molto considerate e, qualunque sia il settore, diventano opinion leader, non poveri dilettanti come noi. In Italia, invece, mi pare che il pubblico si divida fra chi non usa la rete (ancora troppi) e chi la teme, quindi tenta di contrastarne la diffusione parlandone male, come fosse un gioco di squadra, una questione di schieramenti.

Che in Cina sia crescente l’interesse nei confronti del vino e del vino italiano, è dato acquisito e tema trattato, oramai, anche sulle riviste dal barbiere. Non è altrettanto scontato che questo si traduca in consumi diffusi immediati. Non basta, a quanto ho visto, darsi pena per piazzare bottiglie di vino presso un distributore, confidando che questi le rivenda ad un pubblico che di vino sa quasi nulla. Il fatto che in etichetta sia indicata la data di scadenza la dice lunga sulla cultura dei cinesi in materia. Però il vino li affascina e li sta conquistando, tant’è che lo producono e gli enologi sono di scuola francese, (Bordeaux, ça va sans dire). Se non ci lasciamo precedere da cileni e australiani, c’è spazio per parlare di vino italiano, per insegnare a bere italiano (ottima qualità a prezzi avvicinabili) in concorrenza con i grandi chateau francesi, perché la firma è firma e ai cinesi le firme piacciono e in parecchi se le possono anche permettere.

I cinesi sono un miliardo e trecento milioni. Circa il 9-10% conduce una vita molto agiata mentre i milionari che possono comprare etichette di lusso, soprattutto francesi, sono l’1%. Nell’immediato futuro non sarà più il brand esclusivo ad avere il centro della scena: i consumi dei grandi chateau sono in calo mentre il vino italiano è in fase di conquista di una classe medio-alta fatta da milioni e milioni di persone. Ci sono già ottime carte dei vini con forte presenza italiana, di varie zone, Etna compreso, e il vino al calice ha ampia diffusione, tant’è che mi hanno parlato a Shangai di prossime aperture di wine bar brandizzati. Mi sembra un bel passo avanti, fossi un produttore di vino italiano, ci penserei e subito, perché i cinesi corrono, mordono il freno. C’è tanto spazio per la comunicazione del vino in Cina, non stiamo con le mani in mano. Amici blogger, dico anche a voi.

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27 commenti a Capire alla svelta come vendere il vino in Cina. Dove i blogger fanno tendenza, altroché

  1. E’ vero, il cinese medio ha voglia di imparare, di bere il vino anche italiano. Resta il dato di fatto , ad oggi, per cui i francesi detengono circa l’80/90 % dell’export essendosi mossi da circa 20 anni ; australiani un 10 %; cileni,, sudafricani ed italiani un 10% in totale.
    I produttori si devono muovere alla svelta, ma nel contempo devono stare molto attenti a muoversi da soli, perchè il mercato cinese è difficilissimo, non è raro che intero container rimangano bloccati in dogana anche per 6 mesi sotto il sole ecc.
    Bisogna, a mio avviso, affidarsi ad operatori che sono presenti in Cina da molti anni, gente seria che abbia l’avvallo ed i permessi delle autorità governative, non da ultimo mi sento di consigliare questo concorso :
    http://www.siwc.org.cn/shipping.asp
    il cui termine di partecipazione scade il 22 maggio. Una medaglia in quei paesi è molto ricercata e considerata, questo lo posso attestare per esperienza diretta !
    Ma non dobbiamo nemmeno creare troppe e facili illusioni, ripeto quel mercato è difficilissimo, non basta partecipare ad una fiera ( con costi logistici , di trasferta ecc. carissimi ) per sfondare in Cina !

  2. * Interi container

  3. avatar Stefano Cinelli Colombini

    Gli ultimi dati sul mercato cinese che ho visto riguardano il 2011, e sono sul numero del Corriere Vinicolo in edicola. L’anno scorso c’era un’analisi più dettagliata, che quest’anno purtroppo manca. Noi vendiamo a Hong Kong e in Cina da una trentina d’anni, come molti altri, e posso dire che se noi italiani siamo poco o nulla presenti non è perché non ci abbiamo provato né perché non ci abbiamo investito; abbiamo fatto entrambe le cose, è che non hanno funzionato. La mia opinione, ma prendetela con le pinze, è che in Cina non c’é una forte comunità di immigrati italiani, mentre in ogni altra parte del mondo c’é e ci ha dato un aiuto che troppo spesso sottovalutiamo. Per i francesi è diverso, ma noi siamo ancora legati ad un mercato molto “etnico”.

    • Gentile Stefano,
      quando lei scrive ” vendiamo da una trentina d’anni ad Hong Kong ed in Cina “, quante altre aziende in Italia possono dire lo stesso ?
      Credo che altre aziende si possano contare sulle dita di una mano…., i francesi invece, come lei ben saprà, sono presenti in quei mercati da almeno 20 anni, mentre le nostre aziende forse stanno tentando di entrare da non piu’ di 5 anni …..o giu’ di li’. Poi la vogliamo dire tutta ? Assistiamo a tentativi solitari da parte di chi può permettersi investimenti cospicui, mentre sarebbe opportuno unire gli sforzi anche economici, ed andare in gruppi di 15/20 aziende per volta ! Cordiali saluti :)

  4. Mentre in Italia (in economia proprio come in politica) pensiamo di poterci ancora permettere il lusso di pensarci su ancora un po’, in Francia come sempre hanno già chiuso la partita. La conquista del mercato cinese (se mai qualcuno avesse avuto dei bubbi) non è che un’ulteriore prova della scarsa vocazione all’apertura internazionale che caratterizza le nostre aziende, poco avvezze ad attrarre con un linguaggio affine al destinatario (in questo caso “diverso” non solo linguisticamente, ma soprattutto culturalmente) che non ha radici peninsulari. Da una recente indagine, è emerso il “gap” clamoroso di visibilità sul web delle nostre maggiori aziende vitivinicole: http://www.direzionebp.com/web-wine-marketing-il-vero-tallone-dachille-delle-imprese-italiane/

    Nel frattempo c’è chi auspica che in Italia Twitter e Facebook siano chiusi.
    Salute a tutti!

  5. avatar Stefano Cinelli Colombini

    Io non sarei così apocalittico su quanto fatto dai viticoltori italiani nel mondo, l’autofustigazione è un apprezzato e diffuso sport nazionale ma non esageriamo. Quando ho iniziato a andare per mercati nel mondo con mio nonno era la fine degli anni settanta, e il vino italiano non c’era; solo francesi, con qualche tedesco e portoghese. Ora spariti. Quarant’anni dopo siamo i primi su quasi tutti i mercati, e non credo che si possa dire che ci ha aiutato lo Stato o i soldi, perché di quelli ne abbiamo sempre avuti pochi. Evidentemente, pur con mille errori, abbiamo fatto meglio degli altri.

    • Stefano, l’analisi sui dati cinesi 2012 sul Corriere Vinicolo è stata fatta, se ti sei perso il numero te lo invio volentieri. Si parlava di sorpasso dei cileni e spagnoli ai nostri danni, sull’imbottigliato. Anzi, di più, sui due numeri distribuiti a Vinitaly abbiamo fatto due cose: prima intercettato quello che stanno facendo i francesi, e Bordeaux in particolare, con una clamorosa retromarcia da Cina e HK e un riposizionamento su mercati più tradizionali (UK e Usa). E poi quello che stanno facendo i Paesi del Nuovo mondo, con l’esempio eclatante del colosso Treasury, che sulla Cina sta investendo un mucchio di soldi, perchè i margini che (non) fa in UK impallidiscono rispetto alle cifre spuntate in Asia. Buon 25 aprile a tutti

  6. Ciao a tutti,
    io pubblichero’ nelle prossime settimane un aggiornamento delle esportazioni 2012 dove si evince che, in dollari americani, le esportazioni italiane sono cresciute del 2.6% nel 2012 (96 milioni di dollari) contro un +9% del totale (1.6 miliardi di dollari) e +4.7% per la Francia. La nostra quota di mercato langue intorno al 6%, una posizione ben lontana dalla rilevanza del prodotto “vino” italiano nel mondo…
    …sono molto d’accordo con Stefano Cinelli Colombini quando dice che la mancanza di una comunita’ italiana (e di una tradizione culinaria conseguente) rende il tutto piu’ difficile.

  7. Sacrosanto quello che dice Stefano, l’Italia se la cava benissimo dove la cultura, la cucina, e in definitiva l’emigrazione italiana e’ presente. Ma questo ci deve far riflettere sul fatto che in questo caso il successo non e’ merito della capacita’ organizzative e di marketing delle aziende italiane e del sistema italiano, ma di fattori contingenti. Laddove questi fattori sono assenti, e diventa importante avere un progetto, una struttura organizzativa a livello nazionale, siamo molto deficitari. Lo sappiamo tutti, anche i sassi, che gli italiani sono bravi, spesso bravissimi a livello individuale, ma siamo molto scarsi quando si ha bisogno di operare collettivamente. Se questo, che e’ sicuramente un limite culturale, non viene prima o poi risolto, avremo sempre dei limiti quasi invalicabili.

    • @ Gianpaolo
      Obiettivo centrato 100%, se una azienda di piccole/ medie dimensioni pensa di esplorare quei mercati cosi’ nuovi , difficili e complicati, partecipando ad una fiera o provandoci singolarmente, penso difficilmente potrà riuscire per difficoltà oggettive.
      Affrontare una fiera cosi’ distante avrà dei costi enormi , senza avere fissato prima degli appuntamenti , il grosso rischio sarà quello di avere buttato un sacco di denari e di avere venduto qualche bancale di vino , ad essere fortunati.
      In questi casi i consorzi devono fare da coordinatori per queste iniziative, portarle a conoscenza dei soci, accedere ai fondi OCM, in modo che a carico delle singole aziende rimangano cifre abbordabili. Mi sembra che i consorzi italiani siano ancora poco attrezzati / consapevoli al riguardo, anche per il discorso che si diceva sopra, ovvero ci stiamo muovendo poco e male da appena 4/5 anni !
      Credo non ci sia piu’ molto tempo da perdere, quei mercati sono aperti, ma come si dice dalle mie parti ” i primi che arrivano mangiano ” !

      • @Roberto Gatti, appunto e, a parte i francesi, stanno arrivando altri ad occupare lo spazio dove potremmo accomodarci noi. :-)

        • @ Cristiana ( il piu’ bel nome del mondo….almeno per me, mia figlia si chiama cosi’ ), ti dirò di piu’ : lo sai chi è il capo panel ovvero il direttore del concorso al quale partecipo a Shangai da due anni ? Un produttore australiano; esiste una grande esposizione di vini stranieri nella zona franca ( Trade free center ) dove si svolge il concorso e li ho visto vini da ogni angolo del pianeta, francesi in testa, ma anche sudafricani, portoghesi, spagnoli, australiani….ed infine pochissimi italiani. Ciao e buona giornata :)

  8. avatar Nelle Nuvole

    Dal post e dai successivi commenti si capisce benissimo che se noi non ci diamo da fare saremo “camminati sopra” non solo dai francesi che sono già un pezzo avanti, ma anche da i produttori nuovomondisti che stanno combattendo, anche lì, una guerra tra poveri a forza di prezzi sempre più bassi.
    Le cantine italiane presenti sulle carte dei vini dei principali ristoranti “italiani” di Pechino e Shanghai, ma anche Chengdu, Guangzhou, Dailan -- città con milioni e milioni di abitanti -, sono quasi sempre le stesse: Gaja, Antinori, Banfi, Masi, Frescobaldi, Planeta. Cantine di produttori che hanno investito in promozione e presenza da anni. Nomi e marchi che rappresentano (e bene) se stessi, non una zona od una denominazione, tantomeno un vitigno!. Per quello che interessa al cinese abbiente standard potrebbero anche non essere italiani.

    Sui motivi del perché tutto ciò, rimando all’analisi di Stefano e Gianpaolo. momento non c’è altro da aggiungere, hanno detto bene e sinteticamente tutto loro.

    L’utilizzo della rete in Cina è immenso e sterminato -- a parte Facebook che è bannata -- . A Pechino è dintorni ci sono ormai quasi più Iphone e Galaxy che biciclette! :)
    Bisogna vedere come questa viene utilizzata dalla classe medio-alta cinese interessata all’acquisto di vino, non solo alla sua conoscenza.

    Vorrei aggiungere però un altro aspetto, forse marginale, perchè si tratta di quattrini più che di immagine. Se è vero che noi siamo lenti come lumache a recarci in Cina, i cinesi sono invece rapidissimi ad insediarsi in Italia, o almeno a venirci a trovare, anche con una valigetta piena di Euro.
    Più o meno una volta al mese, in periodo fieristico anche più spesso, ricevo una telefonata o una email da qualche ditta cinese interessata all’importazione di vino italiano. Hanno sentito parlare del Brunello e sarebbero interessati. A volte c’è un mediatore italiano che garantisce che la ditta è seria e solvibile, ha contatti stretti con il Ministro del Commercio cinese (il quale deve avere una parentela ed una rete di relazioni sterminata) e: possiamo spedire campioni/fornire prezzo non al di sopra di xxx euro/ospitarli se ci vengono a trovare? Compiute queste operazioni, scompaiono nel nulla, diretti verso qualcun altro che non produce un vino così caro come noi.
    Esiste un mercato seminascosto e fiorente di importazione di vino italiano in Cina, ed io sarei proprio curiosa di sapere quanto di questo 6% sia occupato da esportazioni di vino a basso prezzo e con etichette di fantasia. Non è un mercato illegale, tutt’altro, la trafila per esportare in Cina è complessa e i controlli rigidissimi. Ma è un mercato di cui non si parla perché interessa la fascia più bassa della nostra produzione.

    Cosicché, alla fine, i vini italiani presenti in modo significativo in Cina (sempre relativamente a quel 6%) sono o quelli di altissima gamma e blasonati, che sono stati in grado di presentarsi come status symbol, o quelli di prezzo risicato al massimo che si mettono in competizione con i cileni, gli australiani, gli argentini e così via. E meno male cha hai cinesi stanno sulle scatole gli americani :)

    • avatar Nelle Nuvole

      Errata corrige “E meno male che ai cinesi stanno sulle scatole gli americani :) ” chiedo venia, scrivo su di una tastiera comprata ai saldi dal cinese sottocasa.

  9. avatar Francesca

    Hai perfettamente ragione. Io sono cinese e ti posso assicurare che ai cinesi piace spendere, soprattutto nelle firme straniere. L’italia quindi ha una grande potenzialità, ma non lo dico solo per il vino ma anche per esempio l’abbigliamento o la gastronomia, di cui andrebbe bene anche semplicemente il gelato.

    • avatar chiara

      mi potresti contattare.Io lavoro con Shanghai nel food design fashion.

      • avatar Luca

        Ciao Chiara Vorrei qualche info in piu sulla vendita del vino in cina, io avrei una piccola produzione di vino in abruzzo pero poco conosciuto, e da poco che imbottiglio e nn mi va di puntare sul territorio italiano x la vendita.. Hai qualche idea x immettermi nel mercato in cina?

        • avatar luca

          che quantita hai? io potrei piazzarlo nella catena di hotel per cui lavoro
          Luca.

  10. La Cina è sicuramente un ottimo mercato, che l’Italia potrebbe facilmente conquistare

  11. avatar andrea miccoli

    …e voi pensate che i cinesi acquistino da voi…. poveri illusi….tempo pochi anni copieranno tutte le tecniche e ci riempiranno di vino anche le condotte dell’acqua. A quella razza bastarda che sta rovinando tutto il nostro sistema economico, dobbiano noi boicottare tutti i prodotti da loro esportati (il 95%) e mandarli a fanculo!!!! Ci stanno facendo chiudere in tutti i settori e prepariamoci anche nei prodotti alimentari……

  12. avatar Elia Atzori

    Articolo molto interessante.

    La Cina è un mercato in espansione, sotto ogni punto di vista, sia sociale che economico. Io Italiano che vivo quasi da 3 anni a Pechino ho notato questo grande cambiamento, il ceto medio è aumentato, la popolazione delle metropoli sta salendo vertiginosamente, Pechino ora come ora conta quasi 20 milioni di abitanti, e lasciamo perdere Shanghai che oramai è diventata una città stato.

    La cosa più importante è il boom economico che è nato già da quasi 10 anni per parecchi settori, ma per altri è sempre agli inizi.
    Il vino per il momento è uno di questi in fase di inizio; il sud è già stato conquistato dalla moda del vino straniero ma il nord rimane sempre attaccato alle tradizione della madrepatria, cosa comunque che cambierà presto visto che i giovani voglio essere sempre di più come noi occidentali.

    La cosa che mi ha sconvolto di non poco, è che vedendo la situazione come è ora per il vino(in pratica una miniera d’oro, considerando che stiamo parlando di un miliardo e quasi 600 milioni di persone) noi italiani non siamo ancora riusciti a stabilire un solido contatto con la società cinese e di conseguenza a vendere.

    Mentre i Francesi con il supporto di Ambasciata e camere del commercio sono riusciti a commercializzare i loro prodotti cosi bene che già alcune case vinicole si stanno spostando in Cina proprio per produrre nel paese vini per i ceti minori e riservare quelli prelibati per i ceti alti; noi italiani siamo sempre alle basi.

    Solo per parlare a Pechino la nostra camera del commercio ha come impiegati che dovrebbero aiutare e dare supporto a noi italiani in cerca di opportunità 5-6 tirocinanti che non hanno la minima idea su cosa sia il mercato cinese e le leggi, e le informazioni basilari per poter fare business. Questa cosa sembrerebbe fantasia ma purtroppo non lo è.

    Essendo alla fine dei miei studi volevo cominciare a muovere i primi passi nel mondo del lavoro in particolar modo nel mondo del commercio del vino, per primo mandai messaggi alla camera del commercio chiedendo consiglio e suggerimenti, dopo quasi 2 settimane e ben 5 messaggi mi recai di persona al centro per vedere come mai non ricevevo risposta. arrivato li e dopo 2 domande mi resi conto che non solo il personale era incompetente ma non era neanche propenso a dare una mano, qui stiamo parlando di una sede che dovrebbe dare supporto a la zona nord di tutta la Cina, e invece sembrava una scena stile armata Brancaleone, con 5 persone che non sapevano da che parte cominciare, e il loro responsabile che non si preoccupava di migliorare la situazione; poi lasciando perdere l’ambasciata che in 3 anni che sono a Pechino devo ancora trovare gente che dice di eventi ospitati dall’ambasciata.

    Mentre l’ambasciata Francese ospita eventi mensili per promuovere i loro prodotti e promuovere le loro compagnie nella società cinese noi si rimane sempre ai mini accordi con la speranza che vadano a buon fine.
    Noi ci stiamo mangiano un occasione grossa come una montagna, perché come dice il signor Miccoli, loro stanno aprendo le porte ora solo perché gli torna comodo imparare…una volta che saranno indipendenti ci rimanderanno tutti a casa e cominceranno a produrre i loro vini.

    • Ciao Elia,
      Ho letto quanto tu scrivi e mi trovi pienamente d’accordo. Comunque non perderti d’animo, perché sono convinto che anche senza la collaborazione della “armata Brancaleone” si possa fare qualcosa. Io sono interessato al mercato cinese. Intanto visita il mio sito e non indugiare a contattarci via mail, chissà che non riusciamo a collaborare.
      Mimmo

  13. avatar Luca

    Salve a tutti…. Vorrei qualche info in piu sulla vendita del vino in cina, io avrei una piccola produzione di vino in abruzzo pero poco conosciuto, e da poco che imbottiglio e nn mi va di puntare sul territorio italiano x la vendita.. Qualcuno ha qualche contatto per la cina?

    • Buongiorno, leggo solo oggi questo interessante blog, mi rendo conto che la risposta possa essere tardiva, comunque noi ci occupiamo di tranding di vino in estremo oriente ed in particolare in Cina. Può visitare il nostro sito http://www.papawineitaly.com dove troverà anche il link per un rapido contatto. In attesa di sue notizie la saluto cordialmente.

  14. E’ doveroso attaccare quel mercato anche e soprattutto per la vendita di vini. I commenti precedenti sono stati chiarificatori per la situazione attuale, commenti che in larga maggioranza condivido totalmente. Purtroppo gli italiani sul posto incidono e la Cina non è una delle mete più ambite. Capito questo, trovo illuminante l’articolo. Investire su blogger, media ed esperti culinari del posto sarebbe un grande passo verso la conquista dell’oriente! Il resto lo farà, ne sono certo, la nostra qualità che a confronto con le loro polveri potrà far diventare la nostra una tendenza molto redditizia.

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