Clos de Tart, Monfortino e quella sottile linea rossa tra Langhe e Borgogna

Clos de Tart, Monfortino e quella sottile linea rossa tra Langhe e Borgogna

di Alessandro Morichetti

Messe accanto con criterio, Piemonte e Borgogna fanno faville. Il week end in 3 atti a Pollenzo per Le loro Maestà (9-10 febbraio) organizzato da ArteVino ha offerto tanti spunti di godimento e riflessione. Il parallelo in 4 annate di Monfortino e Clos de Tart, la cena delle magnum e il banco d’assaggio domenicale con circa 50 produttori mi hanno ricordato quanto sia bello non abituarsi mai all’emozione dei grandi vini. E prima di perdermi in equilibrismi diabetici, ricordo a voce alta il mio week end senza alcuna pretesa di oggettività. Primo atto: la doppia verticale condotta da Gianni Fabrizio e Giampaolo Gravina. Uno dopo l’altro, ecco i due attori protagonisti.

– Monfortino: È IL mito di Langa e solo qualche Riserva di Bruno Giacosa puo’ avvicinarne la fama. Nell’immaginario, da Barolo a New York passando per Roma, questa è l’etichetta che più di ogni altra racconta la volontà di potenza del nebbiolo da Barolo: quella di Giacomo Conterno è una storia di migrazioni, sfide, conflittualità interne, affermazione di valore ed eredità da gestire. (Sulla Gazzetta Gastronomica, un dettagliatissimo racconto dell’epopea).
4 annate “recenti” di Monfortino regalano una bella fotografia di questa selezione da lungo invecchiamento (in media 7 anni di rovere) di uve provenienti dal cru monopole Francia in Serralunga d’Alba, 370 m di altitudine rivolti a ovest e sud/ovest. Non un cru caldissimo, ben ventilato e al confine sud orientale nell’area del Barolo. Monfortino è oggi sinonimo di tradizione (nasce come assemblaggio di uve per poi diventare una selezione pre-vendemmiale di vigna), lungo affinamento in grandi botti ed elevato potenziale di invecchiamento. “Garantito 50 anni”, ci disse 2 anni fa Roberto Conterno, figlio di Giovanni (deceduto nel 2004) e nipote di Giacomo. Entriamo nella batteria.
2005: Profumo tenue di gesso, anguria ed erbe amare, di buona tipicità, ha uno sviluppo gustativo serrato e un bel centro bocca che conduce ad una presa tannica possente. È un vino ancora molto giovane e irruento, di cui sarà interessante seguire gli sviluppi per capire quando e come la parabola evolutiva emanciperà odori ancora un po’ reticenti e un tatto adolescenziale e scorbutico.
2002: Uscire con la Riserva e non col Cascina Francia nell’annus horribilis è stata una decisione a sorpresa di Roberto Conterno: intuendone il carattere determinato, potrebbe sembrare una vera presa di posizione dalla prima linea del mito. Annata fredda di poco sole e calore e grandine un po’ ovunque hanno marcato a fuoco il millesimo ma l’attenta cernita di Conterno e una sosta prolungata fino ad 8 anni in legno hanno portato ad un vino che fa sempre discutere, quanto e più di altri. Di un mattonato più scuro del 2005, si concede con timidezza richiamando viola passita, rosa e terra umida. In bocca ha un corpo medio in cui annoto una conflittualità acido-tannica cui forse avrebbe giovato un surplus di materia a centro palato, capace di smussarne le asperità. Vino di nerbo, da studiare ed aspettare, molto significativo per alcuni partecipanti.
1999: Il mio preferito. Ampio, tridimensionale, tipico e riconoscibile. Ricordi di arancia amara, amaretto, cuoio, terra e muffa, potenza e controllo, estrazione ed equilibrio. Mi ha scaldato il cuore e ne ho finito il bicchiere per ultimo, tornandoci più e più volte. Qualcuno ha ravvisato una lieve interferenza gusto-olfattiva, altri lo hanno eletto vino del giorno. Mi sono appuntato un 98/100, per quello che vale.
1997: Unghia mattonata e naso già espressivo, balsamico, già leggibile e di intrigante complessità. Dopo un po’ nel bicchiere richiama mentuccia e radice di liquirizia, il vino è pronto e meno prorompente che negli altri millessimi. L'”annata americana” in un vino solitamente austero consegna meno dettaglio ma più immediata godibilità. Non dovrebbe crescere in coinvolgimento ma è già ottimo e lo resterà ancora per decenni.

– Clos de Tart: Se Monfortino ha una storia quasi centenaria in cui il fil rouge è solido, Clos de Tart è una parcella millenaria in cui, però, l’effettivo decollo nell’empireo di Borgogna non ha più di 20 anni. Siamo a Morey-St-Denis e gli attuali 7,53 ha sono passati di mano solo 3 volte dal 1141. La certosina ricostruzione di Jasper Morris MW nel volume Inside Burgundy merita di essere appuntata.
Tranquilli, abbiamo pensato anche alla versione per non anglofoni. Questa è la scheda tratta da Vini e terre di Borgogna, libro scritto da Camillo Favaro e Giampaolo Gravina per ArteVino.
Dopo aver fornito tutti i riferimenti storico-filologici per inquadrare Clos De Tart, mi avventuro in qualche considerazione a ruota libera mista ad appunti di degustazione.

Immaginando un asse che da Alba conduce a Beaune, Clos de Tart sta agli antipodi del Monfortino. È un pinot noir di concentrazione, maturazione ricercata e dolcezza. Il CdT 2006 ha l’immediata sensualità di un vino che avvolge con prugnona, bacca di vaniglia e liquirizia. La polvere di caffè esce un po’ dopo e il tatto è intenso ma non spesso, il tessuto è piacevole e la trama soffice sa conquistare. Ho scritto: “Fossero tutti così i vini su toni dolci”. L’apporto del legno piccolo è evidente e mi fa pensare a come il tannico ceduto dal rovere nuovo non renda caricaturale un profilo gustativo che, invece, diventa tale con nebbiolo di pari affinamento. Con la versione 2002, per molti in forma smagliante, credo di aver stentato a trovare la giusta sintonia. Toni boisé d’impatto più potente, più materia e più alcol del 2006, un gusto caldo e marmellatoso, di volume ma rinfrescato sul finale. Per Gianni Fabrizio è stato uno dei CdT più buoni, specialmente al naso.
Sull’annata 1999 c’erano grandi aspettative che sono andate un po’ deluse: bottiglia meno performante? A me non è dispiaciuto, nonostante un naso interlocutorio: semi di finocchio, balsami, quasi distillato, burro alla fragola (carciofino d’oro?!). In bocca, più energia che dettaglio, grip, struttura e finale tonico, serio. Più buono da bere che da annusare ma sospendo il giudizio per scarsa confidenza con la tipologia.
Il Clos de Tart 1996, sui toni cromatici del Monfortino 2002, mi è piaciuto parecchio. Meno “spinto” nella vinificazione, con ricordi di crema di fragole e tartufo, è risultato avvolgente e continuo, “meno riuscito” per alcuni, “ottimo rispetto all’annata” per altri. A occhio, figlio di un differente approccio di cantina visto che solo di lì in poi l’ingegnere-cartografo Sylvain Pitiot (appena arrivato, nel 1996) avrebbe inquadrato meglio il proprio stile di riferimento.

Dilemmi amletici: dopo 4 annate di Clos de Tart e 2 di Clos de Lambrays (2008 e 2010), la distanza gustativa tra due aree così vicine geograficamente mi ha spiazzato. Con quante premesse e postille ha senso parlare di terroir in questi casi? Un paio di ore di relax e poi grande pappa, finalmente.

– Alla cena “Piemonte-Borgogna”, o anche: delle magnum si possono perdonare giusto due piccole sbavature: uno svolgimento non immedatamente chiaro a tutti e un arcigno Filetto di bœuf Charolais, guancia di manzo confite capperi e acciughe, riduzione al Pinot Noir.
Per il resto: tavoli da 8-10 persone con produttori e stampa alternati, menù supervisionato da Jean-Christophe Moutet, chef e patron del ristorante Auprès du Clocher a Pommard, e tante tante tante magnum in libera circolazione. Io ho goduto, in ordine sparso, con: Corton Charlemagne 2006 Bonneau du Martray, Barbaresco 1998 Gaiun Martinenga, Vosne-Romanée 1er cru Les Suchots 1999 Confuron-Cotetidot (arrivato sul finire e celebrato all’unanimità), Pommard 1er cru Clos del Épenots 2001 Domaine de Courcel, Barolo Bricco Sarmassa 2006 Brezza, Clos de Lambray 2010 Domaine de Lambrays, Barbaresco Rabajà Riserva 2004 Cortese, Monthelie 1er cru Sur la Velle 1999 Eric de Suremain, Clos Vougeot 2002 Chateau de la Tour (!)… ma potete immaginare come va a finire in questi casi: l’edonismo prende il sopravvento e con buona pace di tutti.

L’intento conviviale della cena mi è piaciuto molto, uno scambio/baratto perpetuo di magnum intrecciato a sorrisi e chiacchiere tra i partecipanti che suggerisce un confronto spigliato tra realtà distanti. Per un attimo ho immaginato che ai tavoli ci fossero solo produttori piemontesi e ho sorriso: trovarsi allo stesso tavolo con colleghi e magari confinanti che spesso si incontrano solo in vigna o in sede consortile sarebbe curioso.
Tanto buon vino in corpo e tutti a nanna, ci si vede domani alla degustazione.

– Il banco d’assaggio domenicale è stato un altro bel successo di pubblico. Forse più Piemonte di livello che Borgogna e alcuni vini maestosi hanno richiamato appassionati persino dalle mie Marche. Più che scendere nel dettaglio dei singoli vini, mentre prendo giusto qualche nota superficiale a futura memoria, in questo genere di contesti finisco sempre per chiedermi: cosa ne pensano i produttori di questa manifestazione? E noi appassionati, fino a che punto siamo disposti a spendere e muoverci in cerca di poesia e buone bottiglie da comprare o anche solo centellinare per sognare?
Perché adesso devo proprio raccontarvi il mio primo incontro a Pollenzo, il sabato pomeriggio della verticale.

– Arrivo alla Banca del Vino in perfetto orario e mi accomodo, come sempre, in ultima fila. Un signore con la barba brizzolata davanti a me ha già preso posto, siamo in pochi. Mi guarda, si gira, poi si rigira e mi riguarda. Non lo conosco ma ci salutiamo e mi spiega. Ho davanti la persona per cui, ogni giorno, ci impegniamo a raccontare il mondo del vino che come lo conosciamo: il lettore è arrivato da Novara espressamente per la verticale, è curioso di assaggiare questi vini mitici e non alla portata di tutti. Leggo nei suoi occhi la bellezza dell’attesa, quel misto di curiosità e passione che rintracci in ogni “prima volta”. C’è sempre una nuova prima volta. ArteVino ha sponsorizzato l’evento su Intravino e il lettore si è attivato per esserci. Non è stato l’unico, apprenderò più tardi. Questo mi rende felice e anche un po’ orgoglioso. Noi ce la mettiamo tutta. Caro Spanna, credo che inquietudine e felicità siano due facce della stessa medaglia.

[Foto di copertina: ArteVino. Altre foto: Intravino]

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

12 Commenti

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Cristiana Lauro

circa 6 anni fa - Link

Sulla resistenza per decenni di Monfortino '97 non scommetterei. L'unghia mattonata diceva la sua e il vino, al naso e in bocca, prometteva nulla sul futuro. Del resto, non ho trovato un '97 appagante ultimamente e non solo per quanto riguarda il piemonte. Lodevole il 2002, in ottima evoluzione e buona prospettiva di invecchiamento. Forse solo Conterno poteva farcela. Monfortino '99 è un grandissimo Monfortino.

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Francesco

circa 6 anni fa - Link

Un '97 ed è già in fase discendete ? Dopo solo 15 anni ? Mi sembra di ricordare che è stata una grande annata, se la memoria non mi tradisce, in tutta Italia

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Cristiana Lauro

circa 6 anni fa - Link

Fu un'annata molto calda e se provi altri baroli o grandi vini di toscana avrai la stessa delusione. Io ne ho provati di varie zone. :-) @Alessandro Morichetti, io su Clos de Tart dico poco perchè sarei dispersiva e non mi va di annoiare, ma farei volentieri una verticale di 15 annate perchè lo conosco molto bene e mi piace da morire. E' un vino con anima e corpo e cosa c'è di meglio di cuore, passione, sensualità, eleganza, portamento e spessore, tutto insieme? Ha energia, cacchio è un vino esaltante e la 2002 è una versione meravigliosa di grandissimo potenziale di invecchiamento. Ma già buona così. Quel vino cambia molto e migliora, sicuro, ma ora è già da bere con gioia. Il 96 è stato altrettanto gioioso, diamine! Io li trovo entusiasmanti, eccitanti, direi. Un po' meno la 99 che provavo per la prima volta e sulla quale nutrivo aspettative maggiori. È stata una bella degustazione quella organizzata da Camillo Favaro e sono felice di avervi preso parte. La coppia Fabrizio- Gravina funziona molto bene in degustazione....altrove non so e non lo voglio manco sapere :-)))

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

In realtà concordo con te, mi sono espresso male. Vino espressivo e completo al momento, non crescerà. E' al top e tutto dipende da quanto rimarrà all'apice della parabola. Il Monfortino 1999 mi è sembrato davvero eccezionale. A proposito, di Clos de Tart che ne pensi?

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Spanna

circa 6 anni fa - Link

Felice per i 32 secondi ( tempo di lettura dell'ultima parte del post) di notorietà intravinica, di quella giornata mi porto a casa l'incontro con il Morichetti ( la facevo più basso e un po' più tarchiato sa) e la sensazione di aver varcato una nuova porta nel mondo del vino , l'inebriante scoperta che ci sono territori enoici ancora inesplorati la cui bellezza mi attira irresistibilmente e, come ho scritto altrove, un po' mi inquieta. Dico bellezza perchè nel procedere della degustazione ,il semplice apprezzamento gustativo è stato accompagnato dallo svilupparsi di un piacere di natura estetica , come quando si ammira una cattredale antica,che ho poi collegato alla ricchezza dei particolari, all'armonia di un sistema "ben temperato". Ho trovato una capacità di raccontare il "terroir" che in altri vini che ho incontrato non è così ricca e a questa profondità. Le note del mio taccuino si sono rarefatte col procedere degli assaggi perchè è prevalsa una silenziosa gratitudine verso chi è riuscito a cotanta impresa! Poi i Clos de Tart 2006,2002 e 1999 avevano da una parte un naso difficile con una nota agrumata spiccata nel 2006 e delle note metalliche ( quasi rugginose) nel 2002 e nel 1999 non così piacevoli. Ma in bocca una setosità dei tannini mai sentita prima. Se si parla di eccesso di legno piccolo in vini così, e qualcuno lo ha detto nel corso della degustazione, mi chiedevo cosa avessero mai bevuto in questi ultimi anni in Italia. Il Cols de Tart 1996 resta per me oggi la quintessenza della Borgogna e mi ha commosso. Il Monfortino 2002 è stata una meravigliosa sorpresa perchè è un vino scattante e dinamico che vorrei sempre a tavola (potendo permetterselo). Ma devo ringraziare il Monfortino '99 perchè mi ha fatto sentire "a casa" ricordandomi ancora una volta che le mie radici affondano nel nebbiolo. PS Il ragazzo seduto di fianco a me, enologo in una nota cantina di Gattinara, ha lasciato una certa quota di vino nei bicchieri al termine della degustazione( faccina arrabbiata). Mai come questa volta ho dovuto trattenermi dall'approffitarne visto che i miei erano già vuoti da un po'!

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Grosso errore, perché quel vino l'ho finito io. Non scherzo, è che avevo molta sete ;-).

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Bravo Ale. Bella cronaca, sebbene l'abbia letta rosicando a profusione.

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Ermanno

circa 6 anni fa - Link

Complimenti, gran bel pezzo. Mi è sembrato di assaggiar lì con te i vini... :)

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Domenico

circa 6 anni fa - Link

Io non c'ero, ma di Monfortini ne ho bevuti e anche di Clos de Tart ( per me l'82 e' stato pazzesco) e Comunque l'appunto mio e' sulla questione dell'annata 2002. Non posso, voglio e non sarebbe giusto mettere in discussione chi lo ha prodotto facendone addirittura una riserva, ma vorrei solo dire che a me un po' tutto questo parlare di questo vino in questa annata non mi affascina piu''. Sono altri i produttori che mi affascinano, sia per la "vera" natura contadina e per la loro autentica verita' (scusate il rafforzativo). Per me i vini che vengono tenuti in legno, e non imbottigliati, per cosi' tanti anni devono essere considerati con parametri differenti dagli altri. E' come giocare con regole diverse. Detto questo ho bevuto grandi bottiglie di questo vino, ma chiederei solo un po' di maggior rispetto per chi la 2002 non l'ha proprio, onestamente, correttamente e con rammarico fatta, anche se di uva discreta, ne aveva a disposizione. E' una questione di squadra, di coro. la 2002 e' stata quello che e' stata, voler fare passare il messaggio contrario, da parte di un'azienda, non lo trovo, diciamo, carino...semplicemente questo. Io non sono ai livelli di chi ha scritto e scrive su questo blog, ma lavoro con il Nebbiolo quotidianamente su moltissimi mercati del mondo e in particolare su quelli piu' nuovi, difficili e da educare e questo romai da 18 anni. Alle volte mi rattrista vedere come noi in Italia non siamo capaci ancora di prendere decisioni in coro anche difronte all'obbiettivita' della natura e dei suoi corsi. Sempre e comunque ognuno per la sua strada...ripeto questo oltre che essere controproducente commercialmente e' un po' triste. Il Nebbiolo e il Pinot Nero sono per me IL VINO e quello che ho scritto e' dettato da questo amore continuo e affamato. Grazie e spero di non avere irritatto e offeso nessuno...se si chiedo fin da ora venia...nonnera mia intenzione. Domenico

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Cristiana Lauro

circa 6 anni fa - Link

Io sono d'accordo con te. Indipendentemente dal buon risultato in bottiglia del 2002 di Monfortino. Clos de Tart 82 è uno dei più buoni mai bevuti. Pazzesco, giusto!

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Domenico

circa 6 anni fa - Link

Grazie :)

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RobertoBardelli

circa 6 anni fa - Link

Io,come quel signore con la barba,c'ero ed ero uno dei pochi appassionati non professionisti o giornalisti.E' stato un bell'evento,peraltro organizzato da volti conosciuti e di cui sono al corrente da quando e' nato,visto che come i fondatori di Artevino con amici sommelier e appassionati battiamo la Borgogna da 10 anni. Devo dire che il Clos de Tart e' stata una piccola delusione,soprattutto sui millesimi piu' recenti,quelli cioe' in cui Pitiot ha impresso a fuoco la sua impronta enologica.In generale,al di la' delle differenze delle annate,lo stile di questo vino e' un po' troppo "bordolese",se mi si passa il termine,un tratto che ultimamente caratterizza anche il Clos de Lambrays di Thierry Brouin.Per esempio,tra i vini che Morichetti ha avuto la fortuna di assaggiare nella cena successiva,trovo piu' rappresentativo del piu' puro stile borgognone il Suchots di Confuron-Conteditot,un vino che ho assaggiato in alcuni millesimi diversi dal produttore e che trovo eccezionale per profondita' e complessita'. PS. Prima della degustazione abbiamo fatto un salto da G.D. Vajra a Vergne,accoglienza squisita e un magnifico Riesling da segnalare!

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