Capalbio e l’invenzione di un terroir in 13 assaggi

di Andrea Gori

Capalbio sembra una di quelle vecchie barzellette del tipo: ci sono un armatore in cerca di vino per il matrimonio del figlio, un ex produttore cinematografico, un diplomatico argentino, Achille Occhetto, un enologo cresciuto in Loira, il direttore di una Biennale, un industriale tedesco, una famiglia milanese che torna alla natura, un contadino di Viterbo, un catalano giramondo e un romagnolo ex pilota di motocross.

Che hanno in comune costoro? Per ciascuno la risposta potrebbe essere la stessa: il vino. Ma il modo non è identico, perché il vino è capace di creare storie e intessere vite in maniera inaspettata e sorprendente, specie in questo angolo così particolare di Maremma.

Oltre la struggente meraviglia del Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, tante sono le suggestioni di questo borgo turrito collinare che nei secoli ha visto passare tanta storia maremmana, con un momento di gloria a cavallo del 1500 sotto Siena. Seguono secoli di abbandono e di poca ribalta, almeno fino al secondo dopoguerra quando l’Ente Maremma bonifica le paludi che giacevano sotto il borgo e le ridistribuisce ai contadini e alle loro famiglie in appezzamenti che comprendevano una casa colonica e circa 10 ettari di terreno da coltivare in proprio.

La cosa funzionò almeno fino al boom turistico degli anni ’80, quando Capalbio fu scelta come meta d’elezione per l’intellighenzia di sinistra all’epoca di Achille Occhetto. Tanti furono i contadini che si affrettarono a vendere le proprie case e terreni ai romani benestanti che cercavano un angolo bucolico in Toscana ma che fosse raggiungibile in 1 ora e 15′ da Roma. Nacque così la “Piccola Atene”, un centro culturale e politico in cui godere al contempo del paesaggio, del clima mite e di un mare incontaminato in cui si specchia l’Argentario e su cui si affacciano aree faunistiche e botaniche protette di struggente bellezza. E che tra una duna e l’altra, vede anche agitarsi qualche VIP e personaggio televisivo in cerca di relax (noi nel nostro piccolo almeno Alba Parietti in splendida forma l’abbiamo vista sulla spiaggia).

Un luogo insomma perfettamente radical chic, una definizione che non piace più di tanto ai produttori ma che sottolinea una caratteristica del territorio che si riflette anche nei vini stessi. Non stiamo parlando dei vini in sé, che tranne un paio di occasioni proprio di sinistra non sono, ma del terroir particolare di Capalbio, quel suo essere mare-non mare perché il mare è presente, si sente e si respira ma è solo una componente di un territorio che è agricolo e generoso (basta assaggiare gli ortaggi in zona per rendersi conto dello stato di grazia delle coltivazioni) ma anche con influenze climatiche del Monte Amiata che su certi versanti consentono freschezza e aromaticità difficili in altre zone litoranee d’Italia. Metteteci poi la vicinanza di Pitigliano e, tutto sommato, Orvieto per capire che il mix di suoli esposizioni e microclimi è davvero interessante.

Dal punto di vista enoico il livello medio della produzione è davvero elevato come del resto ci si aspetta da un territorio dove operano o hanno operato enologi del calibro di Carlo Ferrini, Michel Rolland, Paolo Carfagna, Franco Bernabei, Mario Ercolino ma dove esistono anche interessanti esperimenti in biologico e biodinamico e attenzioni speciali all’ambiente.

Dal punto di vista dei vini bianchi la presenza di ansonica e vermentino (con innesti di viogner qua e là) è garanzia di territorialità con i profumi tipici delle uve e una  componente marina sapida e aromatica spiccata. Il livello è davvero notevole con vini tutti piacevoli puliti e con qualche possibilità di evoluzione futura nei casi migliori. Tra i rossi c’è maggiore eterogeneità di vitigni con tutta la gamma bordolese in grande spolvero, soprattutto cabernet sauvignon e petit verdot, e zone in cui, invece, prevale il syrah. La componente autoctona è ben rappresentata da una buona presenza del sangiovese, in parte simile a quello del Morellino in parte più rustico e corposo, del ciliegiolo e soprattutto dell’alicante sia grenache che bousquet.

Il terroir si sente sotto forma di grande sapidità, note mediterranee balsamiche costanti e frutto molto vivace che si mantiene bene in bocca anche nel tempo. Freschezza di assaggio sorprendente se si considerano le gradazioni alcoliche piuttosto elevate che si riscontrano specie nei vini principali.

Ecco i nostri migliori assaggi, cominciando dai bianchi.

Villa Pinciana Airali 2013 Vermentino-Viogner: ha naso molto reticente e ridotto, ancora embrionale, ma bella la presenza di agrumi rossi, menta; bocca con salsedine, mandarino albicocca e salvia, finale ancora rapido ma salino e con una freschezza impressionante, vino in divenire da aspettare ancora un poco. 86+

Monteverro Chardonnay 2011: è sontuoso e ricchissimo tra burro, noci, alchechengi, papaya e arancio del Gargano, lime e zenzero; la bocca mantiene le promesse ma aggiunge tostature, arachidi e pompelmo maturo oltre una notevole freschezza e una sapidità che ben sorregge struttura e un alcol davvero importanti. 91 (notevoli anche gli assaggi da barrique di campioni 2013, un passo avanti in termini di freschezza).

Il Cerchio Ansonica 2012 Biologico: arancio vivo dorato e classico, ginestra e robinia; bocca carnosa e fresca con note iodate e floreali, che pesa e dà soddisfazione, con un tocco di ossidazione controllata che arricchisce senza appiattire. 86

Di seguito infine ecco gli assaggi dei rossi.

Monteti 2008: l’azienda è di fronte al Monteti, la cima più alta della zona, con influenze dall’Amiata e col mare più lontano. Grandi massi nel sottosuolo, petit verdot (50%) più cabernet franc, cabernet sauvignon; ha naso bello e sfaccettato di oliva tostata, peperone grigliato e anice, mirtillo e mora di gelso, cacao e cenno di goudron, tocchi legno e tostato, mughetto e rafano; bocca ariosa e meno imperiosa del naso, finale balsamico e saporito, tannino in bella forma, persistenza notevole con un palato accarezzato a lungo. 92

BorgoCiro 2012: sangiovese, petit verdot, barbera, da un vigneto bene in quota sulla Càpita e in vista mare, ha note di ciliegia cotta e liquirizia, ribes nero in confettura; bocca dall’acidità sostenuta e piccante, tannino lieve, finale fruttato e pepato, non banale. 84

Celler del Gat Cinquevite 2012: dall’enologo giramondo Jaume Tarazona, un blend di sangiovese-cabernet franc-syrah-alicante da vari vigneti abbandonati di produttori locali, ha note da pomeriggio mediterraneo tra resina di pino alloro e elicriso, ciliegie e lamponi in confettura, bocca precisa e netta con buona scorrevolezza, finale frutta rossa e nera, pepe e sale, rosmarino e balsamico. 87

Monteverro 2011: il grand vin della tenuta si presenta ricco profondo e intenso, sa di macchia, lavanda e rosmarino, frutta di bosco scura e matura, smalto, pepe, resina, marroni, la bocca è giovanile ma di carattere, grande la profondità e la stoffa. 92


Pianese Fosso degli Sciadatti Igt 2008: resina e frutta rossa e nera, sapida e croccante con una nota mentolata intrigante e rocciosa, bel tannino e bel frutto anche in bocca dove scorre piacevolmente ricco e con corpo saldo e deciso, gran finale. 90

Villa Pinciana Tilaria 2011: pimpante ma delicato, sapido e gustoso, tostato leggero, bocca agile fresca e dal finale di lampone. pepe e ribes rosso, mediterraneo e sapido. 88

Il Cerchio Valmarina Biologico Sangiovese 2011: con 85% sangiovese e 15% alicante, quasi solo acciaio, ferroso e iodato, minerale e sassoso, liquirizia e alloro, tannino bello ricco e fresco con ritorni di lamponi, polveroso ma rustico e ben estratto, vino che sveglia e suggestiona di mediterraneo e macchia. 87

Il Ponte di Capalbio T-Lex 2011: rosso sangiovese e merlot incalzante e mentolato, ribes nero, sandalo e cipria, finale con bel vegetale e macchia, vino divertente e brioso. 87

La Vigna Sul Mare Guido Moro 2011: da un’azienda da poco rilevata sulla Càpita, vista mare, elevazione buona, ottima pendenza e circondata dal bosco su tre lati, è un syrah dal naso calmo e mediterraneo, pacato e solare, olive mirto e ribes nero, bocca piccante e saporita con discreta freschezza e rotondità. 84

Cantina Elisa Rogaione Sangiovese Toscana Igt 2012: amarena e ciliegia sotto spirito, tabacco e tocco di viola, bocca accesa e sbarazzina con un cenno di tannino sugoso che intriga con alcol misurato. 86 (ottimo rapporto Q/P)

Come dicevamo vini che nascono da una moltitudine di idee e aspirazioni, dal ritorno al bio e alla natura fino alla grandeur bordolese ma che alla fine si ritrovano in una comunanza di suggestioni e piacevolezze che rispecchiano bene l’anima di Capalbio da sempre in bilico tra nobiltà, eleganza e sana ruralità. In futuro le prospettive paiono buone anche perché il personale in vigneto e in cantina è giovane, spesso giovanissimo a dispetto dei tanti mezzi a disposizioni e c’è tanta fiducia nelle loro teste e nelle loro mani: ce n’è abbastanza per essere ottimisti.

E se poi l’ottimismo non bastasse, si può sempre decidere di scendere in spiaggia (l’Ultima) e rilassarsi, qui sole e vento sembrano non mancare mai.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

9 Commenti

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gianpaolo

circa 5 anni fa - Link

a ben guardare, nell'elenco dei personaggi in cerca di vino, manca proprio quello autoctono capalbiese.E' un bene o un male? Credo che Capalbio abbia delle peculiarità socio-antropologiche che lo distinguono dal resto della Maremma, e questo è un fatto. Cosi come è un fatto che personaggi del calibro di quelli descritti hanno le risorse per tirare fuori la qualità intrinseca dei luoghi, almeno quella che c'è, e forse anche un pelo di più. Un personaggio di primo piano del vino, di orgini romane, che ha lasciato una impronta importante nel panorama vinicolo di questa parte di Toscana, parecchi anni fa mi disse "il potenziale del nome Capalbio è enorme, almeno in Italia, chissa se lo valorizzeranno". A distanza di tempo si può certamente dire che ci stanno provando con convinzione. Mi mancano gli assaggi che ha fatto Andrea, spero di rimediare presto.

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Rossano Ferrazzano

circa 5 anni fa - Link

Il "potenziale del nome Capalbio", cioè la sua notorietà nazionale come luogo turistico e di cronaca, dovuta al fatto che è diventata in un certo periodo buen retiro di molta Roma bene?

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Andrea

circa 5 anni fa - Link

Gianpaolo delle aziende assaggiate forse Villa Pinciana forse è l'unica autoctona. In ogni caso il mix secondo in questo momento storico può funzionare, specie se cominciano a parlare tra loro come negli ultimi mesi. Di certo non esistono terroir in Italia con potenziali (soprattutto economici e mediatici ) simili . Specie uscendo dai canali del vino tradizionali. @rossano in effetti in Italia Capalbio evoca quasi solo quella stagione li ma fuori dall'Italia è più famoso per la natura e il paesaggio

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Rossano Ferrazzano

circa 5 anni fa - Link

La definizione di terroir comprende anche la dimensione economica e mediatica. E io che sto facendo fatica a farci entrare i vitigni autoctoni, in discussioni odierne su facebook... :-D

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indie

circa 5 anni fa - Link

questa discussione mi è tornata in mente mentre ero in una enoteca delle 5 terre; devo dire che lì il potenziale del nome "5 terre" lo sfruttano eccome, con dei prezzi a bottiglia davvero importanti, a fronte di prodotti a mio (davvero) modesto avviso non tali da giustificare richieste mediamente superiori ai 15 euro a bottiglia.

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Andrea Gori

circa 5 anni fa - Link

Alle Cinque Terre c'è l'oggettivo problema della scarsità di bottiglie che inficia il prezzo e non aiuta ad avere un rapporto qualità prezzo interessante. A Capalbio il potenziale di bottiglie è molto elevato (si parla di un potenziale quasi vicino alle 800mila di bottiglie) quindi molto più sfruttabile anche per realizzare una gamma dove trovare vini più abbordabili e alcuni "top". Ma appunto, è quasi tutto da costruire!

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ivan

circa 5 anni fa - Link

il problema delle Cinqueterre e' che costa almeno 12 farlo. Quindi l'ultima cosa di cui si può parlare e' sicuramente la marginalità....

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Marco

circa 2 anni fa - Link

Buonasera, gradirei avere un'opinione su Fosso degli Sciadatti 2005. Grazie

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Andrea Gori

circa 2 anni fa - Link

Salve Marco! purtroppo non l'ho assaggiato! a occhio la 2005 più difficoltosa ma sulla costa non si sa mai...

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