Altro che mal d’Africa. I piatti pazzi della nostra corrispondente svalvolata

di Cristiana Lauro

Amici, mi trovo a Zanzibar per le vacanze di Natale e Capodanno. Contrariamente alle aspettative generate dall’agenzia di viaggi “Volacolomba”, non mi diverto come una Pasqua e per riempire i tempi morti fra un rimorchio andato storto e una mezza storia finita a ramengo senza passare da preliminari e paccate, ho pensato di mandarvi un breve report sulla cucina locale.

La cucina di Zanzibar (e africana in generale) è ricca di verdure, ortaggi, cereali e legumi. Si fa un gran uso di cipolla a crudo e di aglio che, tuttavia, non credo sia la causa principale dei miei rimorchi andati a vuoto. Comunque sia, ho fatto caso che anche le zanzare mi girano alla larga e l’unica colonia censita sull’isola è stata vista prendere la via dell’aeroporto non si sa diretta dove: a giudicare dal volume dei bagagli e dallo skipass legato al collo, potrebbe aver cambiato continente.

Per inciso, il nome Zanzibar è decisamente fuorviante non avendo trovato né zanzare, né bar di un certo livello.

Dopo aver sperimentato vari ristorantini segnalati da una bellissima, ancorché datata, trasmissione di Licia Colò, ne ho trovato finalmente uno in grado di soddisfare le mie esigenze. Ecco alcuni piatti che ho provato da “La piramide di Mandingo”, dove mi ero evidentemente recata con grandi e grosse aspettative.

Sampietrini di impala su letto di cactus
Si tratta di un piatto tipico regionale veramente squisito. Le pregiate carni dell’impala, morto di vecchiaia e senza debiti con l’erario (quindi senza stress), dopo essere state sbrindellate e marinate per un quarto di secolo con aglio, cipolla e spezie locali, vengono cotte su terracotta (cotta a sua volta per un paio d’anni prima d’esser ritenuta pronta all’uso come pignatta) per diversi giorni, a mò di spezzatino. La cottura lenta, lunga (interminabile direi), fa sì che le fibre si sfibrino e si rompano i coglioni. In pratica l’animale a pezzi (fisicamente e psicologicamente) decide di arrivare a fine cottura per i cacchi suoi, per sfinimento. Tant’è che a un certo punto potete anche spegnere il gas o cambiare sia combustibile che comburente giungendo ugualmente al risultato finale. Una sorta di autocombustione dovuta all’energia prodotta dal giramento di coglioni dell’Impala, porta la carne esausta al punto di cottura perfetto. Successivamente la preparazione viene posata su un letto di cactus, tutt’altro che friendly, dal sapore pungente ma decisamente unico. Munitevi di pinzetta per le sopracciglia da utilizzare il giorno seguente per ripulirvi le tonsille ridotte a due fichi d’india.
Abbinamento suggerito: Negroamaro rosato del Salento, Puglia.

Grilled-fish di pesce Pitbull
Trattasi di una specie di pesce rara (per questo assai rinomata e costosa), dalle carni scontrose, lunatiche e umorali, risultate indomabili anche dalla frusta di Nando Orfei, dopo che il metodo Montessori non aveva dato risultati soddisfacenti. Per cucinare, evitando rogne, il pesce Pitbull, sono necessari guinzaglio a catena e la museruola di Hannibal Lecter. Dopo due ore di cottura a temperatura di fornace accertatevi, indossando apposite presine ignifughe, che la bestia abbia realmente tirato le cuoia e procedete liberando il pesce Pitbull da guinzaglio e museruola che potete tranquillamente riutilizzare per portare a spasso il vostro alligatore. Il pesce Pitbull viene servito su una base di Chapati, un tipo di pane africano, preparato con lievito madre della nonna di tua madre. Gustosissimo, una bontà!
Abbinamento suggerito: amaro del Capo.

Scaloppina di coccodrillo al lime
Si narra che anticamente il coccodrillo venisse servito intero con un limone in bocca. In seguito a un singolare episodio di improvviso risveglio, in cui l’animale svenuto si riprese dopo la classica (questa volta incauta) sfumata con l’aceto e tutti i commensali dovettero rientrare a casa privi degli arti superiori, si decise che era meglio fottersene di usanze e tradizioni. Da lì in poi è invalso l’uso di servire il coccodrillo già tagliato a fettine sottili. Una malaugurata presa di coscienza e ricomposizione della bestia ancora viva, nel caso, darebbe tempo ai commensali di darsela a gambe levate.
La scaloppina di coccodrillo ricorda molto il petto di pollo in padella e la sogliola dell’Adratico alla mugnaia. Solo che con sogliole e pollai Hermès non ha mi fatto business. Basti pensare che da sopra Marina di Ravenna a sotto Polignano Mare c’è scarsa presenza di boutique del pregiato brand.
Abbinamento suggerito: ho provato la scaloppina di coccodrillo con un vino bianco locale che avevo bevuto localmente anche in South Africa, a Sonoma, Frosinone e al matrimonio di mia cugina a Brooklyn. Un vino bianco che si localizza un po’ ovunque, in grado di esaltare le tenere carni del coccodrillo e un po’ tutte le carni bianche.

Ora però amici, se volete suggerire altri piatti da provare datevi una mossa. Da quando hanno scoperto anche qui che gallina vecchia fa buon brodo io me la vedo brutta :D.

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Cristiana Lauro

Cantante e attrice di formazione ma fortemente a disagio nell’ambiente dello spettacolo, che ha abbandonato per dedicarsi al vino, sua più grande passione dopo la musica. Lauro è una delle degustatrici più esperte d’Italia e con fierezza si dichiara allieva di palati eccellenti, Daniele Cernilli su tutti. Il suo sogno è un blog monotematico su Christian Louboutin e Renèe Caovilla, benchè una rubrica foodies dal titolo “Uomini e camion” sarebbe più nelle sue corde. Specialista di marketing e comunicazione per aziende di vino è, in pratica, una venditrice di sogni (dice).

7 Commenti

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pietro non stara

circa 4 anni fa - Link

a giudicare dall'articolo forse i bar non erano all'altezza ma le piantagioni di qualcos'altro si ;) Segnalo che a qualcuno la scaloppa di coccodrillo risulta difficile da digerire se non dopo versamenti di lacrime amare.

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carolain cats

circa 4 anni fa - Link

vedi mo che se venivi a mangiarti una fettazza di musetto qua te la spassavi meglio? e invece no! a zanzibar va lei... tzè.. e si lamenta pure del coccodrillo... ps: ma le pelle te la sei fatta dare per farti la borsa? eddaje cri! :)

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Cristiana Lauro

circa 4 anni fa - Link

No Carolain, ma ho venduto loro, a un prezzo accettabile, la pelle di Morichetti per farci delle pattine da usare dentro casa. Dalla schiena, che è ampia, può uscirci anche un pratico zerbino, mentre i ritagli tornan buoni per le presine ignifughe di cui sopra. Insomma non si butta niente. Per me il continente africano ha fatto un affarone e nel contempo ho creato un ponte di relazioni Lango- africane che potrebbe tornar buono per scambi commerciali ma non solo. Tipo: le nostre Langhe vi danno Morichetti e in cambio non pretendono nulla.

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carolain cats

circa 4 anni fa - Link

ah beh allora se hai barattato tutto col moricchio per non aver nulla in cambio, le ferie sono andate più che bene!

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Tino Bolla

circa 4 anni fa - Link

Ricordo di essere stato a “La piramide di Mandingo” ma ho trovato la continua alternanza di morbidezze e durezze, proposte essenzialmente dal titolare, un filo eccessiva.

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Gianni Ruggiero

circa 4 anni fa - Link

Si sacrifica sempre più la sostanza del sapore allo stupore della forma,Petrini lo definisce pornofood. Buon anno a Intravino!

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pietro non stara

circa 4 anni fa - Link

[img]http://ricette.giallozafferano.it/images/ricette/37/3795/foto_hd/hd650x433_wm.jpg[/img] un ottimo dessert a tema!

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