70 anni di Badia a Coltibuono. Dove il Chianti è Classico, molto Classico, vergognosamente Classico

di Francesco Oddenino

Mettere in fila 24 annate di Chianti Classico Riserva di Badia a Coltibuono, dal 2008 al 1946 consente una ricognizione dalle proporzioni quantomeno significative. Abbiamo assaggiato all’interno di una magnifica abbazia medioevale, in una sala affrescata dove una decina di santi e abati ci guardava dalle pareti con occhi invidiosi, immersi tra i boschi e i poderi di Gaiole in Chianti.

Presente all’evento il gotha del giornalismo italiano e qualche selezionato giornalista americano, tipo James Suckling di Jamessuckling-dot-com (così si è presentato) e Kerin O’Keefe di Wine Enthusiast. A condurre la degustazione i fratelli Emanuela e Roberto Stucchi Prinetti, proprietari della tenuta (mentre quelli qui sotto siamo io e il Gori e non possediamo una ceppa).

Chianti Classico Riserva Badia a Coltibuono, dicevamo. Già la lista completa delle annate in degustazione mette un misto di curiosità infinita e ansia da prestazione: 2008, 2006, 2004, 2003, 2000, 1998, 1994, 1993, 1990, 1986, 1985, 1982, 1980, 1979, 1976, 1975, 1971, 1969, 1968, 1966, 1962, 1958, 1949 e 1946 da bottiglie immacolate (beh, un po’ di polvere/muffa/schifezze sopra il vetro ovviamente c’erano). È stato un peccato non poter andare ancora più indietro nel tempo, a cavallo tra le due guerre o prima, ma durante la Seconda Guerra Mondiale passarono dall’abbazia soldati che svuotarono le cantine. Evidentemente anche loro per fare verticali storiche di Chianti Classico.

Il vino prodotto a Coltibuono è stato fatto all’incirca nello stesso modo durante gli ultimi 70 anni: taglio superclassico in maggioranza sangiovese, poi ciliegiolo, canaiolo, colorino e altri vitigni autoctoni minori, senza uso di uve a bacca bianca. Le vigne di provenienza sono a Monti in Chianti, nel Comune di Gaiole, a circa 18 km dalla sede aziendale storica, in una delle zone più calde del comprensorio.

Proprio il fatto che le vigne siano ora tra le più calde del comune, se non dell’intera denominazione, fa capire quanto fossero reputate le uve di quella zona in periodi storici nei quali il sangiovese – vuoi per eccessive rese, vuoi per un clima più fresco – faticava a maturare. Quelle uve invece maturavano quasi sempre, raggiungendo gli “straordinari” 12% di alcool negli anni ’60 e ’70, e alla fine venivano considerate le migliori per fare una Riserva (all’interno di una proprietà che contava altre decine di ettari vitati).

Tra le annate bevute sono saltati fuori quattro distinti periodi storici.

1) Dal 2008 all’annata 1998: i Chianti Classico sono figli di uve già coltivate in biologico, lasciano trasparire in alcune annate come sia stato talvolta difficile tenere a bada il calore della vigna e maturazioni che tendevano ad accorciarsi. La fortuna (e la bravura) di Coltibuono è stata però riuscire a mantenere la freschezza, figlia di un contributo acido nel vino che riequilibria qualche scodata alcolica presente nelle annate più calde (come il 2006 o, in parte, il 2004). Proprio per questo, il vino tra quelli che ho assaggiato di questo periodo che mi ha colpito di più è stato proprio il 2003, annata torrida (almeno quanto il 2015 in corso) da cui però è stato prodotto un vino molto pulito al naso, più erbaceo/balsamico (lavanda, rosmarino) e sassoso che fruttato. In bocca sconta una durezza di tannino da annata caldissima ed un corpo da peso medio, coniugati ad un’acidità veramente importante per un 2003: eccellenti per trovare un equilibrio tutto suo.

2) Dal 1994 al 1975: in questa fase da Coltibuono sono uscite bottiglie straordinarie, probabilmente al massimo livello della denominazione. L’archetipo del Chianti Classico si coglie immediatamente in ogni annata: vini che coniugano benissimo la gioiosità del vino per le tavolate domenicali e anche notevoli complessità gusto-olfattive, se realizzato dalle mani giuste. Di queste annate sicuramente metto al top da un lato la 1994 e la 1975: annate classiche, tendenti al freddo, ben terziarizzate ma ancora piene di frutto fresco, balsamiche entrambi, tra gli aghi di pino e il tabacco biondo con bocche sempre golose, fresche, dai tannini risolti che invogliano la beva. Dall’altro lato, invece, stanno 1990 e 1985, più calde e fruttate, talvolta concentrate, dalle bocche energiche, lunghe e prorompenti, fresche e vitali con ancora molta energia da svolgere.

3) Dal 1971 al 1958: periodo difficile per la regione chiantigiana, con le campagne che si spopolavano e la chimica spinta che cominciava a “modernizzare” l’agricoltura facendo i primi danni. Tutte le riserve assaggiate di questo periodo sono state imbottigliate nella seconda metà degli anni ’80, dopo parecchi anni passati in botti neutre, perché secondo il padre degli attuali proprietari era un peccato vendere sfuso un vino di tale qualità: al contempo, non c’era sufficiente mercato per assorbire una grossa produzione e vendita di Chianti Riserva. Pertanto, pur essendo l’azienda già presente sul mercato americano ed europeo, le migliori partite di Riserva rimasero per anni in botti ad aspettare tempi commercialmente migliori.
Di questo periodo mi è rimasta impressa l’annata 1971, ancora figlia di un’enologia “arcaica” con uve quasi sicuramente non diraspate, in grado di dare un vino vicino ai 45 anni ma ancora vivo, declinato sulle terziarizzazioni ma ancora assolutamente interessante in bocca e al naso, lungo, senza scodate ossidative, con quella nota fresca e balsamica che accomuna un po’ tutte le annate.

4) L’ultimo periodo racchiude due annate: 1949 e la straordinaria 1946. Non si usava ancora il trattore, in vigna non si produceva solo uva ma anche patate, grano e altre colture. Tempi in cui sapevano però imbottigliare molto bene il vino: uno strato di cera/paraffina sopra ai tappi di altissima qualità (in confronto agli standard moderni) proteggeva dal contatto con l’aria; una capsula di piombo e una fascetta di metallo piombata completavano la chiusura. Le bottiglie in questo modo avevano uno scambio con l’aria veramente limitato, dei livelli irrealmente alti (ancora a base collo) per bottiglie di 70 anni. Il vino all’interno sembrava essere quasi rimasto “ibernato” aromaticamente.
Il colore della ’46 era molto più scuro delle annate seguenti. Naso ancora dolce con scorza di arancia, anguria e un impossibile sentore di ciliegia. Bocca dall’iniziale accenno metallico ma poi presente, acida e dolce, pronta alla beva ma senza fretta. Peccato averne potuto bere un solo bicchiere: a tavola in seguito sarebbe stato un compagno ideale, incredibile per tenuta e golosità.

A corollario della degustazione, un’ottima cena al ristorante nelle ex scuderie dell’azienda e un pranzo cucinato da Benedetta Vitali, icona della cucina toscana che collabora con Coltibuono per i corsi di cucina che si tengono nella Badia. In entrambi i pasti abbiamo bevuto i vini attualmente in commercio dell’azienda: oltre al  Sangioveto 2011, supertuscan a base sangiovese rivolto ad un pubblico dal gusto più concentrato e internazionale, un ottimo Chianti Classico Riserva 2009, goloso e invitante, fresco e completo, e uno straordinario Chianti “base” 2013, floreale, fruttato, dolce, beverino, leggero e inarrivabile compagno a tavola.

Proprio bevendo questi vini Roberto Stucchi Prinetti mi spiegava come negli ultimi anni (dal 2008 in poi) dalla vigna alla vinificazione si sia cercato – e riuscito, per quanto ho potuto assaggiare – di tornare ad impostazioni di Chianti più fresche, meno alcoliche, lavorando con estrema cura in vigna, talvolta alzando le rese senza perdere però in complessità e qualità. La sensazione è che, dopo un periodo in cui l’azienda ha dovuto combattere contro l’eccessiva precocità nella maturazione delle uve, contro gradi zuccherini elevati e difficoltà di vinificazione coi lieviti indigeni, sia ora riuscita a trovare una quadra tornando a produrre Chianti Classico più simili a quelli del suo periodo d’oro.

Insomma, ho molto goduto passando una notte ed un giorno nella Badia, così lontana dalla concezione moderna dell’ospitalità toscana, capace oramai di offrire quasi solo resort con spa come in qualsiasi altra parte del mondo, tra receptionist ammiccanti e inglesi alticci. La Badia era e rimane un convento, dove si può dormire nelle cellette dei monaci, dove è ben presente un’anima toscana, nobile, ma anche serenamente ed orgogliosamente contadina.

Aggiornamento: nel video di Andrea Gori, la visita alla cantina di Badia a Coltibuono.

[Foto: Badia a Coltibuono]

4 Commenti

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MG

circa 3 anni fa - Link

Che emozione che dev'essere stata! Complimenti per essere riusciti, addirittura in due a parteciparvi :)

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Alessandro Morichetti

circa 3 anni fa - Link

Marco, devo svelarti un segreto: era su invito quindi non parlerei propriamente di meriti. E c'era anche il prof. Romanelli. La verità è che siamo troppo simpatici :D

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Paolo Cianferoni

circa 3 anni fa - Link

Ho sempre amato i vini di Badia Coltibuono. Inoltre ho sempre apprezzato l'umanità di Roberto ed Emanuela... e ho avuto l'onore di conoscere il padre: un grande nella Storia del Chianti - vero -. Tutto questo lo si ritrova nel bicchiere.

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Marco Valentini

circa 1 anno fa - Link

Ho avuto l'onore di partecipare ad una verticale di Badia dell'ais a Milano un esperienza idimenticabile.

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