5 imprescindibili libri sul vino che nessuno penserà mai di regalarvi a Natale

di Pietro Stara

La redazione mi chiede: «mi metti insieme “5 libri sul vino” da regalare a Natale?» Pure lo scorso Natale me lo aveva chiesto. E anche quello prima. Due “natali” fa gli risposi che leggevo soltanto libri fuori edizione da almeno un decennio e per di più introvabili (io solo posseggo le ultime copie esaurite in ordine strettamente cronologico).

L’anno scorso addossai una scusa in puro stile Blues Brothers ma quest’anno che faccio? Gli dico di nuovo di no?

“Magari in tono ironico”, aggiungono, ma che cosa  mai ci sarà da ironizzare su di un libro? Mentre mi stavo sbrodolando con una fetta di pandoro ricoperto di panna ho pensato: quelli buoni sono già stati recensiti ed incensati tutti, quelli pessimi sono già stati recensiti ed incensati tutti. Parlare male dei libri di Farinetti, di Vespa, di Bastianich non ha alcun senso, parlarne bene, neppure. Parlare bene dei libri di Sangiorgi, Dottori, Occhipinti, Cogliati, Masnaghetti, Grignaffini, Stara(?) non ha alcun senso. Parlarne molto bene, forse.

Che faccio: la Lauro? Men che non si dica. Intravinica, ultra-recensita. E pure regalata. Guide: idem. Non guide: idem. Riviste: uguale. Sapete già tutto quel che vi serve sapere e avete già letto tutto quel che vi è servito leggere. Sicuramente “Vino al vino”, di Mario Sodati, staziona da almeno un decennio sul comodino del vostro letto (altri avranno Veronelli, altri ancora Monelli). Simpaticamente impolverato, leggermente ingiallito, viene solitamente sovrastato da una lettura domenicale post traumatica.

Alla fine mi sono deciso e per evitare l’ennesima richiesta della redazione il prossimo anno ho scelto questi cinque libri imprescindibili. Alcuni si sono macchiati di panna e tra le pagine è caduta qualche briciola di pandoro ma voi non fateci caso:

1. Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 2007.
“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo. La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono.”

2. Antonio Attorre, Chateau Lumiere: brindisi ed ebbrezze al cinema, Slow Food editore, Bra 2007
“Da Hitchcock a Chabrol, da Tavernier a Iosseliani, da Wilder a Kaurismaki, si rilegge la storia del cinema con il filtro di una coppa di Champagne o di un bicchiere di Chianti. In appendice, una puntuale bibliografia e una ricca filmografia.” (dal sito di Slow Food)

3. Piero Camporesi, Le officine dei sensi, Garzanti, Milano 2009.
Il primo capitolo ha per titolo: “Il geroglifico della voluttà”. Non vi dico altro.

4. Massimo Martinelli* Il Barolo come lo sento io, Sagittario editore, 1993.
“La maturazione di un vino potrebbe essere paragonata alla vita dell’uomo. Nel pieno della maturità il vino Barolo ama la compagnia; è il classico periodo nel quale deve accompagnare a tavola gli arrosti amici. Poi diventa più riservato e solitario, tale e quale i grandi uomini, i grandi artisti.”
*enotecnico, nipote di Renato Ratti, direttore sino al 2009 dell’azienda di Ratti, scrittore, pittore, organizzatore…

5. Alberto Capatti, Massimo Montanari, La cucina italiana. Storia di una cultura, Laterza, Bari-Roma 2005.
“L’Italia delle cento città e dei mille campanili è anche l’Italia delle cento cucine e delle mille ricette. La grande varietà di tradizioni gastronomiche, specchio di un’esperienza storica segnata dal particolarismo e dalla divisione politica, è l’elemento che maggiormente si impone agli occhi e al palato del visitatore, rendendo incredibilmente ricca (e perciò attraente come nessun’altra, oggi che la domanda di diversità e di sapori “di territorio” si è fatta particolarmente forte) la gastronomia del nostro paese. Basta questo per concludere che una cucina italiana in senso proprio non è mai esistita e ancora, in fondo (e fortunatamente), non esiste? È ciò che spesso si è portati a credere, ma la scommessa di questo libro è dimostrare il contrario, in base a una serie di considerazioni che non ci sembrano affatto ovvie e che tendono, anzi, a rovesciare alcuni luoghi comuni e i più consueti modi di approccio alla storia della cucina: attorno a questi temi di fondo è organizzato l’intero percorso del libro, e perciò teniamo a esplicitarli subito.” Dall’introduzione del libro.

5 bis. *Pastiche, Cultura materiale alla Veronelli, Seminario Veronelli, Bergamo 2015.
“Trovare nel cucchiaio un asterisco caduto nella minestra, oppure sentirlo sotto i denti, in un impasto. O ancora provare ad estrarlo con la punta del coltello da un bicchiere di vino prezioso… Da qui parte il gioco: rintracciare – fuori dal piatto, dal bicchiere – l’asterisco gemello e scoprire il rimando. Partire dall’olfatto e dal gusto per trovare gli uomini e le donne che pescano, cacciano, raccolgono, coltivano e allevano, che trasformano e cucinano, che mangiano e bevono. E scoprire altrettanti discorsi sul mondo: memorie, desideri, conflitti, storie, deliri, paure e piaceri”
*Pastiche è un laboratorio gastronomico per bricoleur dell’interpretazione e della creazione, per ingegneri sensibili e utopisti, per assaggiatori del divenire, della traduzione e del tradimento… Occuparsi di gastronomia non significa, forse, occuparsi di questo? Secondo Veronelli sì. E anche secondo noi. Per una memoria fertile e antimonumentale” (Dall’introduzione)

Potrei dirvene altri cinque virgola cinque. E poi altri cinque bis. I prossimi Natale. A meno che la redazione non si distragga.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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Gianni Ruggiero

circa 2 anni fa - Link

Beh...con due righe di Cesare Pavese al giorno la vita assume tutt'altro significato...anche se un pó di Lauro rende un "arrosto"più saporito,comunque complimenti!tutte belle letture

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