Vini bio | Bianco, rosso. Soprattutto verde?

di Fiorenzo Sartore

Mentre i cugini di Dissapore confabulano di cibo bio, qua si medita sul vino bio, o meglio, naturale.green love

Preferisco parlare di vino naturale, piuttosto che usare il termine biologico, o biodinamico. La divisione tra vini naturali e tutti gli altri – rinuncio a definirli, altrimenti dovrei usare innaturali, che è abbastanza bruttino – dovrebbe essere la prossima, vera divisione su cui accapigliarci allegramente.

Più che modernisti contro tradizionalisti, oppure barrique contro botte di cemento. Avete presente. Agli elementi di naturalità si aggiungono anche altri aspetti di natura ecologica.

Un articolo su Il Centro del 2 agosto prevede che, in futuro, l’etichetta servirà come “certificato verde”, arrivando ad indicare la quantità di carbonio emessa dalla filiera produttiva di quel vino.

Sul Centro leggo: “un vino australiano per arrivare sulle nostre tavole percorre 16 mila chilometri, producendo 23,9 chili di anidride carbonica. Un trebbiano fa pochi chilometri, con emissione di pochi grammi di gas serra”.

Quanto siete sensibili a questo dato? E soprattutto: è vero che diventeremo, tutti, sempre più attenti a questo aspetto, col passare del tempo?

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

20 Commenti

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Kapakkio

circa 10 anni fa - Link

Anche qui cedo che occorra buon senso. E' semplicemente folle che prodotti freschi attraversino l'oceano per giungere a noi e costare stranamente meno dei prodotti di casa nostra ma il vino è sopratutto un prodotto dell'ingegno umano e che oltretutto può conservarsi facilmente per lunghi periodi una volta imbottigliato. Perchè quindi dobbiamo privarci della possibilità di bere un vino fatto dall'altra parte del mondo se ne vale la pena? Altro invece è importare e consumare prodotti di fascia bassa che sono peggiori del nostro sfuso ma che la logica della GDO ci fa trovare allo scaffale ad un prezzo ridicolo.

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Paolo Cianferoni

circa 10 anni fa - Link

Filiere corte, limitate emissioni di co2, prodotti sani, mentalità nuove, queste sono le basi del futuro dell'umanità se vuole sopravvivere. Io parlerei di cibo in genere e non solo di vino (che E' CIBO). Siamo agli inizi, oggi, trenta anni fa io ero un pioniere con queste idee. Meglio tardi che mai. Non vedrò i cambiamenti, ma sono certo che sono in atto anche grazie alla recessione causata da un modello economico insostenibile.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

Sarebbe bello, ma credo che sia necessaria una distinzione a secona della qualità del vino. Personalmente, per quanto riguarda i vini qualitativamente più semplici (ed anche economicamente meno impegnativi)sono del parere che meno strada fanno meglio sia. Se però si tratta di vini di un certo "spessore" si entra nel campo della cultura, e a quel punto ritengo giusto, anzi doveroso, eseguire una ricerca che non badi a latitudini. non dovremmo mai dimenticare che finchè l'Italia non si è aperta al consumo dei vini esteri era impossibile fare paragoni e la qualità enolgica non era proprio di prima classe. Infine: chi acquista vini spendendo tra 1 e 6 euro non va tanto per il sottile riguardo la provenienza, le emissioni di CO2 etc.etc.; bada a un gusto elementare, magari tarocco ma soddisfacente e, sincermente, dopo 15 anni di selezioni di vini per il mio locale, non è che la scelta sia da impazzire.

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andrea beccaceci

circa 10 anni fa - Link

da abruzzese dico però la cosa più banale del mondo e cioè che se i vini smettessero di viaggiare per il mondo, fallirebbero in maniera equa e solidale il 90% delle aziende vitivinicole abruzzesi......come la mettiamo ?

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Luca Ferraro

circa 10 anni fa - Link

Concordo pienmente col sig Andrea Beccaceci Vorrei far notare anche un altro paio di cose: L'annata scorsa è stata veramente difficile in vigna, aziende che non facevano bio hanno perso tutta la produzione a causa della pernospora.come si può pensare di proteggere la vigna con 3 kg di rame per ettaro? Secondo punto:i vini estremi come gravner e radikon (nomino questi 2 solo perchè credo siano i più conosciuti)stanno li per mesi , senza solforosa, senza controllo temperatura. Secondo voi non è mai partita una fermentazione acetica? e se si che si fa? si butta tutto il vino o si passa attraverso delle resine per eliminare l'acido acetico?Mai avuto il cerchio alla testa dopo aver bevuto questo tipo di vini? Io si! Luca

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Sophie

circa 10 anni fa - Link

Grossa cagata (scusate il francesismo) quella di indicare in etichetta la qualità di carbonio emessa dalla filiera del vino, quando sarebbe forse più opportuno indicare le sostanze usate per l’elaborazione di certi vini, che ahimè, con l’uva hanno ben poco a vedere … per non parlare di quelle che vengono utilizzate in vigna (concimi, diserbanti e via dicendo) che vengono assorbite dalla pianta e vanno poi a finire nel vino… Chiediamoci come mai la legge impone all’industria agro-alimentare di indicare sulle confezioni gli ingredienti presenti nei cibi o perché le sostanze presenti nelle acque minerali o bibite devono essere riportate in etichetta mentre per i vini no? Probabilmente il legislatore vuole illudere il consumatore ignaro che il vino viene ancora fatto con l’uso esclusivo del frutto della vigna… o è il tentativo di tenere nascosto l’usanza di sostanze che sono solo salutare per gli affari dell’industria chimica….?

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 10 anni fa - Link

Sottoscrivo !!!!

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fabrizio scarpato

circa 10 anni fa - Link

Alè venghino, venghino signori e signori. Il vino è robaccia chimica, l'uva stessa é robaccia chimica, anzi il vino non si fa con l'uva, creduloni che non siete altro. Bene continuiamo così, tabula rasa: vino, tavola, agricoltura, cuochi, guide, fighetti, enosnob. Sotto a chi tocca, noi che siamo sempre i più informati, i dietròlogi nichilisti, etichettiamo tutto, certifichiamo tutto, abbattiamo tutto e ritroviamoci a Pisa, a casa di Giulia, chè ci sono gli orchi cattivi là fuori. Fuori del nostro caro e idrogenato mulino bianco.

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 10 anni fa - Link

La trova così un'assurdità rendere il consumatore ancora più libero di poter scegliere il proprio prodotto in base alle lavorazioni ed alle trasformazioni che ha subìto? Io sono un enologo, ma prima di tutto un consumatore e sarei molto felice di sapere "per filo e per segno" cosa è accaduto alla tal uva ed alla tal'altra prima che finiscano nel mio (e suo, non se lo dimentichi..il vino, con tutto ciò che si porta dietro, finisce anche nel suo stomaco, non solo in quello degli altri!!) stomaco. Se lei preferisce tracannare senza conoscere faccia pure, del resto più uno conosce più è in grado di decidere secondo il proprio pensiero, il che, spesso, è ritenuto addirittura pericoloso...ebbene, mi piacerebbe essere pericolosissimo! cordiali saluti

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

Ciao Fabrizio, ritengo che in quello che dici vi sia un fondo di verità e non giova a nessuno fare i rivoluzionari. tuttavia con una visione più larga del semplice dell’inquadrare solo il risultato, ovvero il vino in bottiglia, credo concorderai che le pratiche di vigna e di cantina del vino spacciato per "chimico" (tra cui alcuni molto,molto buoni) sono utilizzate per giungere a 2 macro risultati. 1)La sicurezza di poter disporre di un dato quantitativo fisso di quintale per ettaro, che si lega alla gestione commerciale /finanziaria dell'azienda (non ho usato a caso il termine finanziario). 2)Le pratiche "chimiche" di cantina riescono a definire un gusto preciso, alterando parametri naturali. Avvicinandosi a parametri degustativi che si avvicinano molto a quelli delle bevande. Credimi quando dico che il voler giungere a tali risultati, non è di per se sbagliato; di fatto la scelta finale spetta al consumatore. Quello su cui dobbiamo riflettere sono le metodologie di Lavoro. Diserbo: si può effettuare anche a scasso con rivoltamento della crosta superficiale, anche interfilare Tignola: Lotta integrata e non solo insetticidi liquidi (che sulla buccia dell’uva li trovi, non preoccuparti) Potrei andare avanti tutta la notte… Che dire poi dei vari consulenti che seguono 40 aziende ed a ognuna propinano gli stessi prodotti; non è politicamente corretto parlare di “stecche”, chiamamoli “cartelli”. La diatriba sul vino naturale/chimico serve solo a nascondere la Luna dietro al dito. Ciao

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Lizzy

circa 10 anni fa - Link

Perchè per i vini non vengono menzionate in etichetta le sostanze (lecite e ammesse) usate? perchè, come ben sa chiunque pratichi le cantine ficcando il naso anche nei laboratori di analisi delle stesse, tali sostanze sono talmente tante che l'etichetta non basta, ci vorrebbe un manualetto annesso alla bottiglia per citarle tutte. A parte questo, come anche per gran parte di questi ingredienti enologici, dubito molto che ad esplicitare in etichetta la quantità di CO2 emessa possa orientare la scelta di un semplice appassionato. E poi è vero, nel vino "convenzionale" (io uso questo termine per distinguerlo dal vino "bio"-coso) sono talmente tante le sostanze coinvolte che parlare solo di CO2 farebbe lo stesso effetto di chi a tavola mangia come un toro, ma quando arriva al caffè ci mette la saccarina, perchè lo zucchero ingrassa. :P L.

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Sophie Riby

circa 10 anni fa - Link

Qua non si tratta di dare un’analisi dettagliata del vino, tipo analisi del sangue, bensì di evidenziare in etichetta le sostanze chimiche aggiunte nel vino, così come si usa segnalare additivi alimentari o OGM sulle confezioni degli alimenti, in modo che il consumatore sia consapevole di quello che compra e consuma. Fino a qualche anno fa, ci avvelenavamo con OGM o grassi idrogenati senza saperlo perché la loro presenza non veniva segnalata sulle confezioni. Oggi, ci è data la possibilità di scegliere … Penso quindi che l’indicazione precisa di alcuni dati, tipo la quantità di solforosa presente in un vino, sia fondamentale. Anzi, considero che il contenuto di SO2 nei vini sia un vero e proprio indice di qualità… Anche se è vero che l’impiego dell’anidride solforosa è una tecnica necessaria e consolidata da tempo in enologia, sono sempre più numerosi i produttori di vino, e non solo quelli biologici, che cercano di limitare l’impiego di solfiti perché sempre più consapevoli della sua azione tossica. L’obbligo di riportare in etichetta la presenza (invece della quantità) di solfiti nei vini è una vera presa per i fondelli in quanto non fa distinzione fra la solforosa aggiunta e quella naturalmente presente nel vino. Chiunque pratica le cantine e ficca il naso nei laboratori di analisi, per riprendere le tue parole cara Lizzy, sa benissimo che durante la fermentazione, un certo quantitativo di solforosa viene prodotto da alcuni lieviti e che di conseguenza i vini zero solfiti non esistono, esistono solo ‘vini senza solfiti aggiunti’ o ‘vini con solfiti aggiunti’ e che un vino con 35mg/l di solforosa aggiunta non è proprio la stessa cosa di un vino che ne contiene anche 200mg/l come consentito dalla legge….

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

Concordo con Sophie, e non capisco perche quando si affronta l'argomento "Vini Naturali" noto un certo sviare dalle vere tematiche in questione, cominciamo con la PRIMA. Un azienda che possiede 100 ettari è di medie/grandi dimensioni. Mi chiedo è possibile che si debba utilizzare diserbanti su 100 ettari? DICO, 100 ettari. Mi piacerebbe essere convinto!! (Scherzo, giammai)

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Teo

circa 10 anni fa - Link

No, non è vero che diverremo attenti a questo aspetto. Come sempre saremo attenti a quanti soldi ci escono di tasca, per questo SE una qualsiasi prodotto lascia una pesante impronta di costi indiretti che paga ''la natura'' sarebbe giusta una sovratassazione fine a mettere una pezza al consumo di mondo causato. Ma tutto questo è un pensiero da no-global e quindi da persona che và a spaccare le macchine ai g8. Riguardo all'etichette chilometirca la questione è più che semplice. I registri di cantina esistonoe dicono praticamente anhce quante volte il cantiere si gratta le chiappe durante i travasi (in teoria). Basterebbe un regostro internet consultabile inserendo in modo univoco la boccia. pensate che gioia leggere ''giorno x trattamento con ferrocianurodipotassio''... roba che il consumatore medio prenota una lavanda gastrica d'urgenza!

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

ahhh behhh, se il pensiero no global significa andare a spaccare le macchine al G8......

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 10 anni fa - Link

Giusto! Il consumatore (e quindi anche io stesso, visto che di vino ne consumo), DEVE essere messo al corrente di ciò che è accaduto all'uva che sta bevendo, dai trattamenti in vigna a quelli in cantina, così potrà scegliere come meglio crede in base a ciò che legge...e se non sa cos'è il ferrocianurodipotassio si documenterà. Fosse per me andrebbero indicate anche le quantità di residui più o meno nocivi...che so, metalli pesanti, rame, ocratossina-A e via discorrendo.

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Fede

circa 10 anni fa - Link

Riguardo la questione sollevata nel post, non si tratta di discorso da "no global" o meno, è semplicemente improbabile che, nonostate un numero sempre crescente di presone si dimostri maggiormente attenta a queste problematiche, ciò possa anche solo minimamente influire sulle effetive dinamiche commerciali, che riguardano, per altro, non solamente il vino; Non cominceremo semplicemente a ignorare una gamma di prodotti, perché troppo inquinanti. Forse ci potremmo riflettere maggiormente, ma, posti di fronte allo scaffale di un supermercato, la questione sarebbe semplicemnte troppo vasta, troppo estrema per poter effettuare una scelta di questo tipo con tutti i prodotti a nostra disposizione quotidianamente... Se invece si parla di additivi chimici presenti nei nostri prodotti, beh un cambiamento è possibile, a partire da una sempre maggiore informazione, passando per una legislazione un pelino più attenta a questi fenomeni. insomma non è impossibile pensare che una legge possa quantomeno imporre di fare sapere quali schifezze ci sono in quel tal prodotto; insomma, ce l'ha fatta con Mcdonalds, beh dai ce la può fare anche con il signor Tavernello, no?

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Paulo Rota

circa 9 anni fa - Link

Sono sicuramente d'accordo con l'affermazione secondo la quale non sia giusto nè allo stesso tempo "etico"che un vino debba fare kilometri e kilometri per arrivare sulla nostra tavola e fare "la barba"ai nostri vini peraltro ottimi (ricordandomi però che in Italia c'è il brutto vizio piuttosto diffuso di andare a cercare all'estero quello che in Italia già c'è e magari è pure di qualità). Allo stesso tempo mi trovo ancora d'accordo con il domandarsi perchè non si indichi sull'etichetta la quantità precisa di solfiti contenuta nel vino: questo forse perchè un numero alto indicato potrebbe "scoraggiare "il cliente,facendo scaturire in lui mille dubbi e paturnie che lo porterebbero a scegliere un altro vino con un tasso di solfiti più basso) Consideriamo però il fatto che siamo nel 2010 e più aziende propongono vini bianchi e rossi senza aggiunta di solfiti e,quindi,sarebbe ilmercato che piano piano dovrebbe aprirsi alla vendita di questo tipo di prodotto..ma giudicandolo "biologico" o "biodinamico " o "naturale" lo relegherebbe al commercio diretto dal produttore o mediante un canale preferenziale( la classica scansia del supermercato con la scritta "prodotti biologici"). Insomma quello che voglio dire è che a dover cambiare non è solo lo scrivere che quantità di solfito è presente nel vino ma anche la mentalità sia dei produttori ,che dei distributori(siano essi grandi o piccoli),che dei consumatori( i quali devono cominciare ad essere educati ad un certo tipo di sensibilità). Ognuno degli elementi che ho elencato deve fare la propria parte per poter arrivare ad un fine,cioè quello di essere più sensibili a questo tipo di tematiche. Secondo me ce la si può fare poichè siamo in tempo di cambiamenti ( e di crisi se proprio vogliamo dirla tutta),ed un cambiamento in positivo e in via di sviluppo ci sarà. Paulo

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enrico

circa 9 anni fa - Link

il vino fa male! molto male... bevete della sana acqua

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