Denominazioni | Chi sale e chi scende?

di Fiorenzo Sartore

L’immagine di certe denominazioni d’origine soffre terribilmente. Il motivo è la corsa verso il basso scatenata dall’industria pur di spuntare prezzi ridicoli. Ribassa oggi il prezzo, domani la qualità, l’immagine finisce sottozero.coppa

Un esempio? L’Asti Spumante. Denominazione stritolata da due o tre industrie nazionali, che l’hanno ridotta a una bottiglia da 3 euro sotto Natale. Il contenuto quasi sempre è tragico. Il consumatore non votato al martirio identifica l’Asti Spumante con un vino cheap.

Eppure il moscato di Canelli è un vitigno formidabile, unico, autoctono, capace di creare vini emozionanti. Come è potuto succedere? Ma soprattutto: a quante altre denominazioni sta capitando? Penso al Chianti, che dopo gli anni bui prima dei ’90, ha ammesso l’uso di vitigni migliorativi e oggi soffre le conseguenze di un’immagine appannata: troppo global, poco territoriale.

In realtà le denominazioni in affanno, in termini di immagine, sono parecchie. Mi piacerebbe sapere: esiste una denominazione che vi fa dire “no” a prescindere? Perché? E, al contrario: esiste una denominazione in ascesa?

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

12 Commenti

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

Questo si che è un post interessante/divertente. Lancio qualche flash poi torno. 1) Esempi toscani che conosco più direttamente: La Vernaccia di San Gimignano ha subito la stessa sorte del Moscato d'Asti. Se vogliamo dare i numeri diremmo 10-15% delle 5 Milioni di Bottiglie prodotte vengono considrate attinenti al vitigno e lodevoli di recensioni, il Vermentino Colli di Luni grazie all'impossibilità geografica di estendere le coltivazioni non ha subito la stessa sorte. Quindi un principio si salvaguardia è certamente il minor interesse commerciale laddove non si realizzano volumi. 2)Penso al Chianti: i vitigni migliorativi (o peggiorativi) rappresentano l'incapacità di proporre un prodotto attraverso le sue caratteristiche (tannicità, aciditità), ma soprattutto la certezza di poter produrre tutte le annate una determinata quantità di prodotto. Anche nel Colli di Luni sono ammessi questi vitigni (bianchi) ma il progetto enologico/imprenditoriale nè ridimensiona l'usa e non trasferisce nel vino l'importanza commerciale. Ciao

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Kapakkio

circa 10 anni fa - Link

Finalmente un post serio: Il problema delle denominazioni è che ce ne sono troppe e i disciplinari di molte sono ancorati al dopoguerra, altro che vitigni migliorativi. Alcuni esempi nella mia regione: Solopaca e Guardiolo prevedono ancora nel disciplinare malvasia bianca, trebbiano e sangiovese ergo nessuno produce più vini di qualità sotto queste denominazioni. Sono ormai vent'anni che il beneventano significa aglianico e falanghina ma i disciplinari di queste denominazioni sembrano non accorgersene. Stesso discorso per la doc Castel San Lorenzo: nel Cilento i bianchi si qualità si fanno col fiano e i rossi col solito aglianico ma il disciplinare in questo caso prevede di nuovo trebbiano, malvasia bianca, sangiovese e barbera. Risulato:vini completamente fuori dal gusto dei consumatori, slegati da qualsiasi tradizione di territorio. Quando verranno sradicati il sangiovese e il barbera in Campania? Se questi sono i disciplinari meglio il merlot e il cabernet.

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Alessandro Franceschini

circa 10 anni fa - Link

Potresti sostituire Asti Spumante con Oltrepò Pavese e Moscato di Canelli con Barbera di Rovescala ed il discorso è putroppo identico

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Renato Luise

circa 10 anni fa - Link

Chi ri-sale: Gattinara (vedi Antoniolo) Chi scende: le DOC o IGT Regionali, di grandi (=estese) regioni, come DOC Veneto, IGT Toscana etc (che senso ha una denominazione cosi' generica del punto di vista del terroir?).

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Dolomitewine

circa 10 anni fa - Link

"DOC Trentino", in mano per più del 90% al sistema cooperativo trentino, che vende per più del 90% in GDA, con la conseguenza che i produttori privati l'abbandonano per scegliere la IGT "Vigneti delle Dolomiti" di maggiore appeal all'estero.

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Paolo Cantele

circa 10 anni fa - Link

Credo che il problema delle doc sia legato (e lo sarà sempre di più) alla reale percezione qualitativa che viene trasmessa al consumatore finale. L'alto numero di vini a denominazione di origine controllata ha creato non poca confusione. In Puglia ci sono ben 25 doc (forse anche qualcuna in più, ho perso il conto) e nel Salento ce ne sono una decina praticamente identiche, tutte a base di Negroamaro. Se quella più conosciuta, Salice Salentino, fa ancora molta fatica ad affermarsi sui mercati, figuriamoci le altre. E non credo sia una caso se i consumatori, sempre più competenti, pongano l'attenzione sul nome di vitigno e su quello del produttore piuttosto che sulle sigle igt, doc o docg.

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Stefano Caffarri

circa 10 anni fa - Link

Non ho particolare amore per il sistema delle DOC e delle IGT, che mi pare gestito più da Burosauri che da reali appassionati e competenti amministratori. La DOC che mi fa paura è Orvieto, quella dolente è Lambrusco, scuoiata nei ridenti seventies e poi "ristrutturata" da Jack-o'bassi is my wine in lattina nei tristi ottanta. Tutt'attorno oggi una gran rinascita delle uve lambrusche tradizionali, ma i produttori sono costretti a rifugiarsi nelle più lasche IGT o addirittura VdT o VSQ.

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fabrizio scarpato

circa 10 anni fa - Link

Mi sembra che le doc non contino più nulla, solo prebende politiche alivello locale. La battaglia si è spostata sulle docg, che cominciano a esser tante, considerato che fino a cinque anni fa non erano nemmeno una ventina, oggi quasi cinquanta. L'Asti spumante è stato deleterio per il Moscato, i più confondono e non sanno che moscati come La Spinetta, Caudrina, Vignaioli Santo Stefano sono bellissimi vini mossi, anche se non hanno il tappo a fungo. Il tutto sta facendo perdere di vista la attestazione di vino di qualità, perchè credo che troppe denominazioni alla fine portino solo confusione e impossibilità di selezionare. Nessuno guarda più le denominazioni. Mi lasciano perplesso i Chianti, la Vernaccia, il Gavi, mentre mi sembrano in ascesa i vini delle Marche, l'Aglianico del Vulture, il Cesanese e il ritrovato Lambrusco.

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patrizia

circa 10 anni fa - Link

La grande massa dei consumatori scorre con gli occhi i ridenti banchi della GD e passa in rassegna tutte le denominazioni italiane. Il problema è che la grande massa di consumatori questa è la principale fonte di informazioni sull'argomento vino. Se aggiungiamo che i nomi di richiamo - barbera, chianti, valpolicella, soave, moscato, nero d'avola - sono stati massacrati da una produzione inqualificabile e posta in vendita a prezzi stracciati, è facile immaginare come la pubblica opinione giudichi " a priori" questi vini ed è altrettanmto facile concludere che ben difficilmente cambierà idea davanti a bottiglie di valore che si chiamano barbera,soave, valpolicella... Se invece ragioniamo relativamente ad appassionati, qui troviamo senz'altro più consapevolezza sulla qualità delle varie denominazioni, ma comunque esiste una voglia di nuovo, che è poi l'interfaccia di una diffidenza e di una noia che si sono create sulle denominazioni più comuni, peraltro rese discutibili anche dalle scelte dei produttori che hanno infilato vitigni "migliorativi" dappertutto, anche nel bardolino. Ben vengano dunque ventate di novità con Gattinara & C., ma il problema dell'identità del vino e delle denominazioni resta assolutamente, perchè è un fatto di cultura che il nostro popolo non possiede in modo affidabile e diffuso.

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