Il Sangiovese a Castello di Monsanto ovvero i primi 50 anni de Il Poggio dal 1962 al 2008

di Andrea Gori

Quando nel 1962 Fabrizio Bianchi decise di vinificare Il Poggio separatamente dagli altri vigneti aziendali, il Chianti Classico era ancora sangiovese e uve bianche, governo alla toscana, vinificazione con i raspi e botti di castagno. Oggi Castello di Monsanto è una realtà che rappresenta la tradizione nata dall’innovazione, e allo stesso tempo un forte riconoscimento alla grandezza del Sangiovese.

Questa verticale serve a confermare in maniera inequivocabile che per capire il Sangiovese, oggi, è necessario ripercorrerne la storia fatta di uomini, di idee, di rivoluzioni ed evoluzioni e di cambiamenti climatici e degustativi. Davanti a noi scorrono così le diverse epoche del vino italiano a confronto, le origine moderne (anni ’60), l’evoluzione massima di un certo stile fino alla fine degli anni ’80, il cambio di guardia modernista degli anni ’90 con legno piccolo e dolcezza, e il ritorno all’antico con la nuova consapevolezza dal 2004 in avanti.

Nella verticale assaggiamo annate storiche ed emblematiche, mentre (volutamente) sono assenti alcune vendemmie celebrate come 1982 e 1990, per lasciare spazio a interpretazioni personali e umorali, a dare l’idea della cifra espressiva del vigneto che al di là delle annate è sempre capace di essere sé stesso.

Il Poggio è un cru di circa 5 ettari posti a 310 metri s.l.m. a giropoggio, dominante sulla Val d’Elsa, inizialmente (nel 1962) piantato a Sangiovese Colorino e Canaiolo, e uve bianche Malvasia e Trebbiano, eliminate poi dal 1968. Il terreno è il galestro classico chiantigiano: argilla e carbonato di calcio presente come blocchi in profondità e in forma di ghiaia in superficie friabile, che permette la penetrazione delle radici in profondità e garantisce l’approvvigionamento di acqua costante. Un carattere tutto particolare che lo rende riconoscibile al di là delle annate come sottolinea Francesco Guazzugli Marini. Ecco il racconto delle annate in assaggio.

1962 (13% alcol, ph 3,29, acidità 6,05 gr/l) 5730 bottiglie prodotte. Governo alla toscana, raspi e uva bianca, botte di castagno. Caffè e frutta sotto spirito e canditi, zenzero, sandalo, crostata di ciliegie; bocca esile e sussurrata, ritorni di chinotto, agrumi e resina, tannino ancora presente flebile ma vivo, fresco e saporito con persistenza impressionante. 91

1968 (13% alcol, ph 3,36, acidità 5,9 gr/l) 12.550 bottiglie. Primo Poggio moderno ovvero senza raspi, uve bianche e governo e difatti all’epoca tutti dicevano che non sarebbe durato perché troppo buono da giovane: mancava la durezza dei raspi. Presenta tostato e caramello, prugna in confettura, rosmarino e sandalo, mirtilli su torta; bocca succulenta con un equilibrio tutto particolare, tannini che tengono, alcol lievissimo, invoglia a berne. 93

1974 (13,8% alcol, ph 3,34, acidità 5,60 gr/l) 22.000 bottiglie. Prima annata in botti di rovere di Slavonia. Sottobosco e humus, resina e matita appena appuntata, umami; bocca fine ma con polpa e struttura, con note di fragole e amarene sotto spirito. 85

1979 (13,8% alcol, ph 3,30, acidità 6,00 gr/l) 30.000 bottiglie. Mughetto e cipria, tabacco dolce, ambra, floreale, viola e frutta nera e rossa in confettura, macchia mediterranea, pepe rosa e sale di maldon; bocca stupenda, carnosa e stuzzicante. 90

1985 (14,5% alcol, ph 3,36, acidità 6,05 gr/l) 25.400 bottiglie più 220 magnum e 62 da 3lt. Naso da pinot nero, frutta di bosco mescolato ad agrumi e zenzero candito, dolce di pan pepato; la bocca è pulsante e viva, susina matura e miele di castagno, finale pepato e freschissimo, sapido. 88

1988 (14,05% alcol, ph 3,34, acidità 5,55 gr/l) 20.000 bottiglie più 200 magnum e 30 da 3lt. Incredibile dolce e ruffiano di acqua di colonia della nonna, pur ravvivato da una nota ematica importante, sandalo e mirto; bocca sapida e ben contrastata, con effetto menta e freschezza altissima, meno ciccia ma beva stupenda, resiste nel bicchiere per una buona mezz’ora e migliora in continuazione. 95. Ecco un primo commento a questa sequenza mozzafiato.

1995 (13,8% alcol, ph 3,32, acidità 6,00 gr/l) 27.000 bottiglie più 200 magnum e 30 da 3lt. Fresco e ricchissimo di frutta: amarene, susine mature e ribes nero, tocco di vaniglia, pepe nero in grani,  e filo di goudron; in bocca scalcia e ravviva di continuo il sorso, gusto pieno, largo, saporito. 88

1999 (14,25% alcol, ph 3,30, acidità 5,95 gr/l) 25.000 bottiglie più 400 magnum e 120 da 3lt. Macerazione lunghissima (30 giorni) senza solforosa, una bomba di profumi e sensazioni, ricco, intenso di fragole mature, ciliegie e ribes rosso, note di colonia dolce, rabarbaro; secondo Fabrizio un vino che dura cent’anni: estratto in bocca incredibile, sostanza e complessità, il Sangiovese nella sua forma più rabbiosa e croccante, pronto e immediato ma anche immortale. 99

2001 (14,3% alcol, ph 3,42, acidità 5,85 gr/l) 25.000 bottiglie più 400 magnum e 120 da 3lt. Non si smentisce mai nella sua grandezza e capacità di sedurre questo millesimo: ciliegia, confettura di fragola, tabacco arancio menta lavanda e sentori di legno ancora presenti ma soprattutto stupisce l’eleganza e la compiutezza in bocca: ricco, giovane, ma allo stesso tempo consapevole della sua grazia superiore. Una interpretazione perfetta dell’annata e un vino in assoluto stato di grazia che riflette un’epoca finita ma che potremo rimpiangere. 98

2008 (13% alcol, ph 3,29, acidità 6,05 gr/l) 5.000 bottiglie più 1200 magnum e 300 da 3 lt. Dal 2004 spariscono le barrique e si arriva al tonneau in cerca di freschezza ed eleganza. Per quest’annata è stato usato solo il versante ovest del Poggio, il restante è confluito nella Riserva 2008. Vino giovanissimo, fresco di lamponi e ribes, irruento di menta, pepe rosso, arancio, aromi di macchia mediterranea, pino, mirto, elicriso; bocca pungente, dal tannino vivace, ma saporita e con una maturità di frutto ideale. Siamo appena sotto al 2001 o al 1999 adesso come prospettiva ma è già grandissimo. 96+. Un modello per i Chianti Classico del futuro. Ecco il commento a caldo di Leonardo Romanelli.

Una verticale bella, appassionante e raccontata con grazia, stile, orgoglio ed entusiasmo che derivano dalla certezza di aver visto giusto in tante circostanze, e di aver regalato interpretazioni del Sangiovese importanti: testimonianza della ricchezza e della personalità dei vini da questo vitigno in tempi in cui era considerato poco più di un’uva buona per vini da tavola. Da chi ha osato, è giusto adesso aspettarsi indicazioni per il futuro e il 2008 (e anche la sequenza 2004-2006-2007) dimostrano che c’è ancora una via all’eleganza chiantigiana del sangiovese nonostante il cambiamento del clima e la mentalità imperante.

[www.castellodimonsanto.it]

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

24 Commenti

avatar

gionni1979

circa 6 anni fa - Link

Che bellezza! Il Poggio è uno dei miei vini preferiti....

Rispondi
avatar

Gianpaolo Paglia

circa 6 anni fa - Link

dal tuo racconto non traspare nessun confronto tra le influenze dei diversi stili di vinificazione, dal modernista degli anni 90 con le barriques, al ritorno ad un uso del legno piu' moderato. Mi interesserebbe molto capire quale inflenza queste scelte hanno avuto e i risultati sui vini gia' ormai fatti e maturi.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

si sente abbastanza il legno nel 1999 e nel 2001 ma soprattutto quest'ultimo. Apprezzabile anche il tono dato dalle botti di castagno sulla prima annata. Sugli altri anni l'influenza del legno (fino al 1988) pare abbastanza neutra. Il 2008 in tonneau per certi versi è poco valutabile essendo stato fatto solo con una porzione del vigneto e non con la sua totalità. In ogni caso un Poggio moderno anche come influenze del legno. Però non ho chiesto di preciso la provenienza o la ditta che li produce. Ma credo che due chiacchere con Andrea Giovannini (l'enologo) sarebbero interessanti al riguardo! Prova a scrivergli, ti risponde volentieri

Rispondi
avatar

Montosoli

circa 6 anni fa - Link

Come mai si e passati dalle 25.000 bottiglie fatte in passato alle sole 5000 con l'annata 2008 ? E uno sbaglio ? A che prezzo gira il Poggio ? Grazie

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

come detto nel testo, nel 2008 la maggior parte de Il Poggio è finita nel Chianti Classico Riserva 2008 in edizione speciale per celebrare i 50 anni e come Poggio è uscito un vino fatto dalla sola parte ovest del vigneto totale. Il Poggio sta intorno ai 50 euro in enoteca e se cercate il 99 ancora qualche bottiglia a giro si trova anche a meno!

Rispondi
avatar

laura

circa 6 anni fa - Link

ciao sono laura da monsanto , non è uno sbaglio : nell'annata 2008 abbiamo deciso di sacrificare una parte del vino proveniente dalle due esposizioni a nord e ad est del vigneto ( che essendo a giropoggio ha 4 esposizioni - che di solito vengono vendemmiate in 3 momenti diversi con una differenza di qualche giorno )per migliorare la qualita del nostro Chianti Classico Riserva ( quello con l'etichetta gialla ). Dato che l'annata 2008 del Poggio sarebbe uscita nell'anno del Cinquantenario abbiamo imbottigliato il Poggio prodotto nella parte più a sud ovest del vigneto con un'etichetta commemorativa di questa tappa importante.Ecco perchè la minor produzione di questa annata. Vi aspetto in azienda. Laura Bianchi

Rispondi
avatar

Cristiano Castagno

circa 6 anni fa - Link

Bella degustazione deve essere stata ! Sottolinea l'importanza di poter disporre di verticali di annate vecchie, risalenti in questo caso, anche a mezzo secolo fa e stoccate in condizioni ottimali. Le bellissime cantine di Monsanto,con un'investimento coraggioso e soprattutto lungimirante ha permesso tutto questo. Bravo Fabrizio Bianchi.

Rispondi
avatar

Rossano Ferrazzano

circa 6 anni fa - Link

Ciao Andrea, mi farebbe piacere a cosa ti riferisci con esattezza quando parli di "mentalità imperante" nella chiusura del pezzo, e se è una tua idea, oppure quella che ti è stata trasmessa dai Bianchi, quella che si percepisce come tale a Monsanto. Verrebbe da pensare al solito refrain di concentrazione e legni nuovi, salvo che quella fu la mentalità imperante fino al 2004, a volerla tirare lunga. O mi sbaglio?

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

"mentalità imperante" intesa nel senso di fare il vino come si è fatto negli ultimi anni a partire dal sesto d'impianto fino alla gestione del verde o in vendemmia. Tutto fatto per ottenere concentrazione e maturità massima ma sugli esempi francesi che avevano sempre problemi a far maturare uva e tannini In Toscana questo problema almeno dal 1997 non esiste più ma si ècontinuato a lavorare come se il clima fosse sempre lo stesso e siamo a parlare di dealcolazione con riserve di Chianti Classico che vanno oltre i 15,5%... La concentrazione e legni nuovi sono stati una parentesi a Monsanto, gestita benissima direi, ma anche un capitolo ormai chiuso. Mi pare insomma che anche questa volta Fabrizio Bianchi e il suo team si siano mossi per tempo....

Rispondi
avatar

Rossano Ferrazzano

circa 6 anni fa - Link

Ah, ho capito, la mentalità imperante in Toscana, intendevi. Non a Monsanto. Mi pareva che qualcosa non tornasse. In effetti una buona parte dell'enologia che conta di quella regione pare ancora rivolta al passaggio storico appena concluso, come testimoniato anche dalle recenti vicende del Consorzio del suo vino più importante. Bisogna sempre che venga giù qualcuno di Gallarate a spiegare a voialtri come si fa a fare del vino davvero buono... :-DDD Scherzi a parte, secondo te a che cosa è dovuto questo fenomeno? Anche in Piemonte si sono conosciute le stesse dinamiche, ma si è superato il punto in tempi fisiologici, ed oggi si vive un'atmosfera decisamente meno ideologizzata che in passato, su entrambe le sponde.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

in Toscana si cerca di accontentare tutti sempre...e tutt'ora ci sono tantissimi fan dei vini in barrique e anche legnosi. Cose che voi umani non tocchereste neanche con un legnetto ma che la gente ama alla follia! IN Toscana non esistono dogmi, soprattutto esiste il mercato, specie sopra un certo numero di bottiglie e secondo me hanno pienamente ragione in molti casi dato che è raro che il sangiovese si esprima in maniera completa e appagante in alcune zone. Diverso il Piemonte dove almeno nelle Langhe il Nebbiolo ha sempre riconoscibilità e caratteristiche particolari e uniche in purezza

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 6 anni fa - Link

Pero' e' anche vero che il Sangiovese era storicamente tagliato con altre uve, tipo Ciligiolo (che e' storicamente piu' vecchio del sangiovese), Mammolo, Colorino, varie Malvasie, persino Marzemino e Barbera. Quindi secondo me non e' un tabu' quello di dire che il Sangiovese puo' non essere 100% (tranne che a Montalcino), pero' si potrebbe evitare di cabernettizarlo e merlottizarlo, perche' secondo me si trasforma in un altro vino completamente.

avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

secondo me in alcune zone lo cabernottizzi o lo merlottizzi oppure tanto vale farci altro...

avatar

Gabriele Succi

circa 6 anni fa - Link

Sono d'accordo; chi fa (faceva, e non solo in TOscana) impianti nuovi, se non propone sesti da almeno 8.000 ceppi/ha, è un retrogrado... ...quando invece, alla fine, l'equilibrio è sempre la cosa che si deve ricercare. Ho visto vigneti piantati così fitti (in terreni ricchi) che si faceva fatica a passare con i trattori a causa della vegetazione ingombrante...quello sarebbe equilibrio? E poi, in effetti, è vero anche il fatto che si ottengono vini con degli alcol fuori misura, complici (chiaramente) anche le ultime annate; caratteristica che la fittezza d'impianto esalta...e guarda caso, in Francia ci sono sempre questi problemi...non credo che gli stessi vengano evidenziati di certo nella mitica "conca d'oro" di Panzano ad esempio. Sull'argomento ho letto un'interessante intervista a Paolo Cianferoni di Caparsa. http://www.stamptoscana.it/articolo/economia/il-chianti-classico-imbevibile.-clima-e-tecniche-agronomiche-lhanno-sciupat

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Queste densità stellari con filari così vicini da essere ingestibili stanno passando. Purtroppo nessuna delle grandi menti che li aveva progettati aveva fatto un banale calcolo geometrico; se due filari sono troppo vicini è inevitabile che si facciano (quasi) sempre ombra, ma se le foglie non ricevono abbastanza sole l'uva non matura. Perchè la vite è una macchina solare, e le foglie sono i suoi pannelli. Un impianto da 8.000 ceppi fa molto fino, ma è davvero raro che raggiunga la maturazione fenolica.

Rispondi
avatar

Gabriele Succi

circa 6 anni fa - Link

Buongiorno Stefano, proprio lì a Montalcino, ho visto cose che voi umani... Sesti talmente fitti che: A - si fa tutto a piedi e allora si passa... B - si usano le macchine "scavallatrici" e si riesce a lavorare; perchè là, un trattore, per quanto possa essere stretto, non ci passa, pena il rischio di calpestare le piante stesse dal ceppo. E poi tenute talmente basse con cimature continue per evitare gli ombreggiamenti che creerebbero i problemi da te descritti. Io vorrei parlare con l'agronomo che li ha progettati quei vigneti per farmi spiegare il perchè di una cosa simile... ...perchè un motivo ci dovrà pur essere...

avatar

gianpaolo

circa 6 anni fa - Link

Hanno copiato dalla Francia, Bordeaux in primis, perche' si sentivano fighi. Tra l'altro, e ne ho esperienza anche io, tanti vigneti sono stati fatti da enologi, che gia' andava bene se conoscevano il mestiere primario, ma che di agronomia capivano poco o nulla. Dei danni mostruosi, che si recupereranno in decine di anni.

avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Buongiorno Gabriele, nel triangolo d'oro Brunello - Nobile - Morellino c'è di tutto e il contrario di tutto, vigne avveniristiche accanto a robe gridano vendetta al cielo. E quelle che gridano vendetta al cielo sono quasi tutte tanto belline, fotogeniche e pettinate, davvero il sogno di Parker. Caro Gianpaolo non so se fanno più danno al vino le archistar o gli enologi stellari, come costi per le aziende se la battono. Se ti va di dare un'occhiata a un vigneto bruttacchiolo a vedersi ma da 90 ore di manodopera per ettaro (raccolta compresa) con uva davvero di tutto rispetto ti aspetto a due passi da casa tua, nella mia azienda del Vivaio là sotto Ghiaccioforte. Luglio e agosto per lo più stò lì.

avatar

gianpaolo

circa 6 anni fa - Link

vengo a trovarti, da meta luglio sono la anche io gp

avatar

Fabio Cagnetti

circa 6 anni fa - Link

Una bandiera del Chianti, che anche se ha avuto le sue derive moderniste è tornato con successo sui suoi passi; ogni anno in degustazione esce fuori come uno dei migliori, meno immediato di altri ma con la compostezza e l'austerità di chi sa sfidare il tempo. E fortunatamente il circolante di vecchie annate è tale da poterlo mostrare con una certa frequenza, come maturano questi vini: forse il più grande è il 1971 (millesimo magico nel Chianti), ma metterei lì vicino 1977, 1990 e 1986.

Rispondi
avatar

jovica todorovic (teo)

circa 6 anni fa - Link

la 1977, bevuta qualche anno fa è stata davvero una delle più belle esperienze chiantigiane.

Rispondi
avatar

jovica todorovic (teo)

circa 6 anni fa - Link

Io starei attento a scomadare il termine "modernista" per Monsanto. Perchè si corre il rischio di lasciar passare il masseggio che Monsanto possa aver per qualche tempo giocato lo stesso campionato di Castello di Fonterutoli, Livernano, Dievole o Molino di Grace. Non so se dico delle sciocchezze. @ Gori Faccio sempre fatica a capire e condividere i tuoi punteggi. L'eccelenza non poù essere tutta e sempre schiacciata in 2 punti. @ tutti tanto per provocare visto che parlate di modernismo provate ad assaggiare il Sangiovese Fabrizio Bianchi 1999 poi mi dite. Quello dovrenne strizzare l'occhio al non classico però mi pare proprio buono. I quattro gatti fiorentini lo possono trovare all'enoteca a piazza Pitti.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

non capisco la critica dei punteggi, normale che tu non li condivida ma qui ci sono dagli 85 ai 96 punti mi pare un discreto spread

Rispondi
avatar

Edoardo Fioravanti

circa 6 anni fa - Link

Emmmh grazie per averci nominato, ma diciamo pure la 1999 ce l'avevo al bicchiere, ormai è finito! 300 Bottiglie numerate, con l'etichetta ripresa dal primo Sangiovese, quello degli anni 70 :) Sono proprio d'accordo sul voto dato alla 1999 dal Gori, (probabilmente ci sono una o due annate del Poggio talmente rappresentative del territorio, da meritare i famosi 100\100), ma anche con te nel non utilizzare l'aggettivo "moderno" per descrivere i vini di Monsanto. Comunque tanti complimenti vanno a tutta la famiglia Bianchi per i 50 anni di attività in uno dei luoghi più belli al mondo !

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.