The Great Noble Sweet Wine of The World a Vienna. Ma tra i più grandi vini dolci del mondo, nemmeno un italiano

di Andrea Gori

Sarà che l’Austria ci ha già maltrattato, per colpa delle nostre finanze nella UE, e allora certi sgarbi pesano di più. Durante VieVinum il prestigioso istituto dei Master of Wine (a proposito: l’avete vista la prova d’esame? Si capisce che non è roba per noi) organizza una degustazione con 7 grandissimi vini dolci, “The Great Noble Sweet Wine of the World”. Ebbene, dimentica del tutto il nostro paese. Intendiamoci, i vini presenti erano tutti di livello stellare, ma pur consentendo il dovuto spazio all’Austria padrona di casa con ben due etichette, viene da chiedersi: il resto del mondo è davvero solo Francia, Tokaj, SudAfrica e Germania? Ma lasciamo le amarezze da parte, e gustiamoci questi nettari luccicanti.

Robert Weil 2008 Beerenauslese Kiedrich Grafenberg
Uno dei vigneti più celebrati del Rheingau dal 1100, il vino più costoso al mondo almeno fino ai primi del ‘900 e anche forse il vigneto dalla maggior costanza produttiva e climatica con tutte le varietà possibili, dal Kabinett al TBA e Eiswein, passando per BA e Spatlese prodotte ogni anno dal 1989 ad oggi. Suolo di media profondità, pendenza media del 60%, ricco di fillite (roccia metamorfica a strati di silicati) e loess, terriccio e anche pietre  più grandi a garantire ritenzione idrica perfetta. Ovviamente 100% Riesling, si presenta con una struggente albicocca passita e papaya, netti sentori dimango e susina, bocca incredibilmente fresca, nocciolata, sontuosa e solare, dissetante grazie al finale minerale affilato pur sviluppando un volume in bocca impressionante. 97

Beres Bor Tokaji Edes Magita Cuvée 2008
Al centro geografico della regione ungherese del Tocaj, quest’azienda ri-fondata nel 2002 è la stessa che produce le “famose” gocce di Beres usate come ricostituente: ovviamente provano a spacciare pure il vino come salutare. Deliri a parte, l’azienda è grandina in quanto conta 45 ettari piantati principalmente a furmint e hárslevelű più altre varietà minori. Questa Cuvée Magita che deve il nome ad una eroina locale distintasi nella lotta contro i Turchi è un Tokaji molto interessante, minerale e affilato, con note di alchechengi e susina bianca, zafferano e una bocca fresca leggera dal finale dolce ma non esagerato (86 gr/l). 90

Dobogó Pincészet Kft 2008 tokaji 6 puttonyos Aszù
Fondata nel 1869, deve il suo nome al suono onomatopeico dei cavalli che trainavano i carri carichi di uve passite, dai vigneti verso questa city winery. Questo Aszu da 6 Puttonyos (il grado più alto di dolcezza, 204 gr/l di zuccheri residui) viene prodotto solo in grandissime annate da – approssimativamente – 60% Furmint, 30% Hárslevelû, 10% Muscat ottonel per un totale che raramente supera le 5mila bottiglie. Il naso è appena canforato con note intense di menta, cedro candito, appena un velo di tabacco, la bocca è particolare, quasi tagliente e non troppo dolce come risultato e il finale gustoso è un misto di frutta, ferro e torta di mele. 92

Heidi Schröck Roster Ausbruch Turner 2007 100% furmint
Siamo in Austria sulle sponde del magico lago Neusiedler, che grazie alla grande umidità e il sole costante garantisce condizioni perfette per la botritizzazione e la realizzazione di vini dolci eccezionali. Qui la mano è femminile (Heidi fa parte dell’Associazione donne del vino) e il vitigno è ungherese anche se, appunto, siamo in Austria; del resto la zona è ancora molto legato all’Ungheria come territorio e tradizione enogastronomica. I sentori sono fortemente iodati, torta di mele, rafano, smalto, confettura di arance amare, la bocca è ben contrastata anche se l’alcol spunta fuori, i ricordi sono densi di mela caramellata e noci. 86

Weinlaubenhof Kracher TBA n 9 Zwischen den Seen 2008
La famiglia Kracher è conosciutissima, e i loro vini sono presenti nelle cantine quasi ovunque, compresa la mitica cassettina con i vari TBA (trockenbeerenauslese ovvero muffati) numerati ottenuti da varietà diverse di uva – tutte comunque passate per la mano della botrytis, che nella pianura pannonica non si fa mai pregare. Questo “numero 9” è 100% welschriesling (ovvero il poco glorioso riesling italico), prodotto da vigneti direttamente sul lago, su una sponda sabbiosa; sfoggia un impressionante 252,0 g/l di zucchero residuo ma per fortuna ben 9,8 g/l di acidità e solo 8% di alcol. Al naso è fatto di pepe nero e cannella, albicocca e pesca, resina, senape mentre la bocca è sontuosa con botrytis che sale piano e prende possesso del palato in punta di piedi. Dolcissimo ma non sfinisce, è quasi poroso e soffice tanto delicatamente si posa sulla lingua. Una esperienza fisica eccezionale ancor prima che gustativamente emozionante. 97

Chateau Suduirat 2005 Sauternes
Poco bisogno di presentazioni per questo vino che ruba spesso la scena ad Yquem per gusto e intensità di sapori. Il 2005 è un piccolo grande prodigio di iodio, pesca fresca, arancio, confettura di mandarino tardivo, arancia brasiliana, zafferano e zenzero, bocca fine con riserva di potenza incredibile ma anche grande bevibilità, finale non lieve, da attendere con gioia e impazienza da qui a 50 anni, almeno. 96

Klein Constantia Estate 2006
Sempre emozionante assaggiare questo tentativo di ricostruzione storica del Vin de Costance, famosissimo tra il 18esimo e il 19esimo secolo in tutta Europa, discendente diretto dai vigneti impiantati dal 1685 dall’olandese Simon van der Stel, Governatore del Capo di Buona Speranza. Siamo in una penisola sulla False Bay: le uve di muscat de frontignan maturano e appassiscono lentamente sulla pianta con una ottimale illuminazione restando sanissime grazie alla ventilazione. Gli zuccheri alti, 170g/l, e l’acidità relativamentescarsa di 7g/l ne fanno un vino discretamente massiccio ma caratteristico. I profumi sono quelli, all’inizio, dei nostri moscati migliori; con varietale passito intenso stile Pantelleria, floreale stramaturo, agrumato e caramello, zucchero filato, mango, passion fruit, pepe bianco, ananas candito, arancio rosso: in realtà si rivela non pesantissimo in bocca, si lascia bere con una curiosa nota metallica, ritorni di ginepro, gomma, incenso, vino esotico e affascinante. 94

Come dicevamo, parterre di lusso per una degustazione decisamente eccezionale, ben introdotta e orchestrata dai tanti MW presenti, che si sono a lungo interrogati sulla collocazione di questi vini sulla tavola, e in genere nel carrello della spesa degli appassionati. Vini senza tempo ma purtroppo spesso senza mercato, con prezzi molto elevati e che non possono contare sull’acquirente occasionale che vuole sfoggiarli in una occasione particolare. Di certo oltre incoraggiare la loro maggior conoscenza e approfondimento, sono da promuovere abbinamenti che rivelino nuove doti di versatilità che esulino da dolci o formaggi, come la ormai abusata entrèe di Sauternes e foie gras. Sono vini sempre troppo impegnativi per un fine pasto, e in un contesto di alto livello sarebbero da inquadrare in altri momenti durante il pasto, oltre che rassegnarci a usarli come “vino da conversazione” per eccellenza.

Ma appunto, non c’era proprio spazio per un Vin Santo o un Pantelleria in tutto questo ?

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

18 Commenti

avatar

gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

diciamo che da noi manca un elemento fondamentale (salvo eccezioni rare): la muffetta nobile. Ho aperto un 2000 di Klein Constantia a Natale, che avevo comprato in cantina anni addietro. Non so se era la bottiglia, ma il vino era poco espressivo, buono, ma non indimenticabile.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

il Costantia non sempre usa uve muffate...per di più gode dello status di mito autoconferitosi nella versione attuale ma è una ricostruzione moderna che non ha fondamenti esatti di terroir In effetti da noi la muffetta la vediamo poco ma non è elemento imprescindibile per aver grandi vini dolci! La magia dei Vin santo toscani o dei Marsala è pari a tanti muffati ma molto meno celebrata purtroppo

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

infatti, Klein Constantia non ha la muffa, e infatti e' se me lo permetti a distanze siderali dagli altri. La muffa non e' necessaria sempre per avere grandi vini, per es gli Ice Wines or Eis Weine hanno una purezza del frutto che nessun altro vino dolce ha, neanche i muffati, che pero' hanno una complessita maggiore e sono decisamente i vini che evolvono in modo piu' interessante. In Italia certo ci sono delle buone possibilita di fare dei grandi vini dolci, proprio sullo stile spagnolo per l'appunto, anche se per la verita' il Marsala e' piu' un vino fortificato che un vino dolce, e anzi i piu' buoni italiani non sono dolci. Da noi potrebbero venire grandi prodotti ossidativi, come per l'appunto il vin santo e', fortificati o non fortificati. Io ne faccio due, un rosso che commercializzo e un ansonica stile oloroso semidolce che praticamente non vendo e che mi piace da morire. Il problema e' che ci vogliono molti anni per produrli, qundi dal momento in cui si inizia a sperimentare a quando si vedono i risultati passano ogni volta almeno 4 o 5 anni. In piu' da noi la fortificazione e' scoraggiata per pratiche burocratiche legate al fatto che il prodotto da vino passa a liquore, il che burocraticamente diventa complicatissimo. Da ultimo c'e' anche il fatto che i vini dolci sono una tipologia generalmente poco apprezzata dal pubblico, e questo e' vero particolarmente in Italia, purtroppo.

Rispondi
avatar

Marco Grossi

circa 7 anni fa - Link

Credo che il più grosso problema in Italia per quanto riguarda i vini dolci sia più che altro la carenza di acidità che li rende molli, stucchevoli e fini a se stessi. In Germania e Ungheria (soprattutto nella seconda) i livelli di acidità sono talmente alti da rendere beverini vini con residui mostruosi, anche oltre i 300 grammi litro. Estremizzando l'Eszencia 2002 di Oremus ha un residuo zuccherino imbarazzante ma contemporaneamente un'acidità da paralizzarti la bocca, il tutto in un quadro di equilibrio esemplare. E 4% di alcool. Una 0,5L di Tokaji la finiamo in due, con molti altri vini dolci faccio fatica ad andare oltre il primo bicchiere.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

in effetti i Tokaji sono stati una delle più belle scoperte degli ultimi anni, peccato che sono stati per così tanto tempo "chiusi" all'Occidente. Ma guarda cosa Hugh Johnson tra tutti i posti del mondo dove investire ha scelto proprio lì...

avatar

gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

infatti, e' per quello che in Italia sarebbero piu' indicati passiti ossidativi, che hanno la capacita di dare vivacita' e bilanciamento, e grande longevita', nelle zone calde.

avatar

Marco Grossi

circa 7 anni fa - Link

Hárslevelű e non Hárslevelû, Tokaj è il paese, Tokaji è il vino (e per caritàdiddio non Tocaj!) Per quanto riguarda la scelta dei produttori si poteva fare meglio: sia Dobogo che Béres non rappresentano secondo me la massima punta qualitativa della regione e oltretutto di Béres non hanno nemmeno messo in degustazione un Aszú (forse perchè l'ultima uscita è una 2005). I punteggi per quanto possano contare e avere senso lo dimostrano. Da giusto produttore e annata il Tokaji è il migliore vino dolce del mondo insieme ai grandi TBA crucchi. Sempre secondo me, ovvio :) corretto graz. la prossima volta mando a te i testi per il debug, che sei skillato :D [f.s.]

Rispondi
avatar

Marco Grossi

circa 7 anni fa - Link

C'ho un'autoctona in casa :-)

Rispondi
avatar

Fabio Cagnetti

circa 7 anni fa - Link

Perfettamente d'accordo con Giampaolo e Marco, alle nostre latitudini non ci sono, generalmente, i presupposti per fare grandi vini muffati. Le eccezioni sono poche e prodotte in quantità omeopatiche, mi viene da citare il Buca delle Canne de La Stoppa. Che certamente non avrebbe sfigurato lì in mezzo, come non avrebbero sfigurato Barattieri o Forteto della Luja o l'AR di Zerbina. Tutti vini che viste le quantità prodotte esauriscono il proprio mercato tra pochi ristoranti e aficionados che si strappano di mano le preziose bottiglie in questione. Molte perplessità anche sulla scelta delle aziende, Kracher e Suduiraut le uniche che potevano starci. A volte il TBA di Robert Weil è ancora il vino più caro del mondo. Ricordo due anni fa in asta al Kloster Eberbach di avere assaggiato il suo 2003, che faceva 360° Oechsle, di averlo trovato enorme, smisurato, infinito, ma senz'anima, e sputato con nonchalance. Quella bottiglia è finita a oltre seimila euro commissioni incluse. Mentre non sputai il TBA pari annata di Donnhoff, proveniente, caso raro, dalle uve del vigneto Brucke (che generalmente danno i più grandi Eiswein al mondo) e non dall'Hermannshohle da cui vengono prodotti, il più delle volte, i TBA. Largo, lungo, profondo, complesso, una spremuta di uvette senza botrite come è giusto che sia dal 2003, mai monocorde ma armonico e pienamente integrato anche nel finale infinito. Quello era un grande vino, provai anche ad accaparrarmene una mezzina ma finì sopra i mille euro. Quest'anno sarà necessario riprovarci con il fuder 31 (vendemmiato il 26 dicembre, da non confondersi con il #30, raccolto tre settimane prima, che è solo un ottimo Eiswein di stile classico) dell'Eiswein raccolto dal vigneto Brucke, uno dei più grandi di sempre. In ogni caso tutti sanno che i più grandi vini botritizzati di Germania vengono dalla Mosella e dalla Saar; in Rheingau ci sono sì altri grandi vini, ma in particolare lo stile di Robert Weil non mi ha mai fatto impazzire, vini troppo precisi, troppo guidati, troppo tecnici, anche se, uno potrebbe dire, vini da punteggio. Che vanno di moda da un bel po', e i prezzi lo riflettono. Come vanno di moda i vini di Keller. E non mi sarebbe spiaciuto vedere lì una grande SGN alsaziana: una delle Cuvée d'Or di Weinbach o il Clos Jebsal Trie Speciale di Zind-Humbrecht avrebbero fatto carne di porco di molti degli altri vini in degustazione, probabilmente di tutti.

Rispondi
avatar

Francesco Annibali

circa 7 anni fa - Link

Il TBA 03 di Donnhof, l'avevo dimenticato. L'ho letto adesso e m'è salito un brivido. che vino

Rispondi
avatar

Leonardo

circa 7 anni fa - Link

Mi permetto di citare, come esempio di muffa nobile italiana, il Pourritoure Noble di Petreto. Semillon e Sauvignon a Pontassieve (FI), sulle rive dell'Arno.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

Vero Leonardo, bravissimo! Tra l'altro il Pourriture è strabuono e saporitissimo e soprattutto invecchia bene quasi quanto un Sauternes! io ne metto sempre qualche bottiglia da parte, non si sa mai cosa diventa tra vent'anni!

Rispondi
avatar

Daniele

circa 7 anni fa - Link

Io ho un vin santo fatto da mio nonno nel 1971. Eccezionale. Corposo, rotondo, persistente. Un capolavoro anonimo.

Rispondi
avatar

william lee

circa 7 anni fa - Link

Io tengo sempre con me la Malvasia di Bosa di Columbu e la Vernaccia di Oristano Antico Gregori di Contini

Rispondi
avatar

Lizzy

circa 7 anni fa - Link

Vivo in una zona che fa vini dolci bianchi e rossi da che esiste l'uva da queste parti, ovvero dalla preistoria. Ora, pazienza per il Recioto di Soave, che essendo bianco si ritrova un campo di gioco piuttosto affollato già in Italia: ma il Recioto della Valpolicella?? no, dico, avete mai bevuto un vero Recioto della Valpolicella? Non rispondetemi, è una domanda retorica. Perchè nel caso dei vini dolci veronesi (soprattutto rossi) il problema numero uno non è la muffa nobile (che sospettiamo ci sia più spesso di quel che si pensa, anche quando non si vede): sono i produttori. I primi a non avere fiducia nei loro vini sono i produttori stessi. E siccome non hanno fiducia, anche quando li fanno a regola d'arte (non sempre, purtroppo: altro problema!) non li propongono, non li promuovono, non li fanno conoscere. E se non si conoscono nessuno li chiede, e quindi non si vendono, e perciò se ne fanno sempre meno e... Insomma, avete capito. Per qualche dettaglio in merito al Recioto della Valpolicella e a quello che potrebbe fare in tavola - a differenza di tanti suoi colleghi di tipologia, può reggere benissimo un intero pasto, se scelto e servito con giudizio. E spesso costa meno di un Amarone della Valpolicella! - mi permetto rimandarvi a un mio post: http://www.terroiramarone.net/2012/05/31/il-recioto-della-valpolicella-il-re-che-cera/

Rispondi
avatar

valerio

circa 7 anni fa - Link

Meno male che la maestrina ci ha insegnato che esiste anche il recioto della Valpolicella e che si può pure abbinare a tavola. Altra scoperta dell'acqua calda ? Ultimamente se ne leggono sempre piu' spesso e sinceramente incominciano a stancare ( per non dire di peggio )

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

a parte che l'idea del Recioto a tutto pasto non mi pare così "normale" e conosciutissimo, e anzi ho letto molto volentieri dell'esperimento, almeno quello di Lizzy mi è parso un contributo mentre il suo Valerio, cosa aggiunge di preciso alla questione?

Rispondi
avatar

Georgina

circa 7 anni fa - Link

Hi there to every , for the reason that I am actually keen of reading this blog's post to be updated daily. It consists of nice stuff.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.