Palazzone: qui l’Orvieto ha il sapore della concretezza

di Alessio Pietrobattista

Sabato mattina e Caronte che se la ride trasportando tutti in un inferno di caldo e sudore: avrei potuto scegliere un giorno migliore per fare una visita ad un’azienda? Ovviamente sì ma ormai l’appuntamento è fissato e io sono uno che ci tiene a rispettare i propri impegni. Quindi mi incammino sulla A1, intonando un mantra di maledizioni dedicate al caldo infernale e gioiose benedizioni al dio dell’aria condizionata, sempre sia lodato!
Il produttore è di quelli storici nella denominazione, quindi non scopro nulla, anche perché il nostro bravo e attento Jacopo Cossater aveva già parlato circa due anni or sono dell’azienda e del suo vino di punta, Il Campo del Guardiano. Da tempo bevo i vini di Palazzone, gli Orvieto in particolare, ed è stupefacente come riescano a sfidare il tempo, pur giocando un campionato diverso da quello dei vini sottili, acidi e delicati. Bianchi strutturati, intensi, con una carica sapida notevole come conferma Giovanni Dubini, titolare dell’azienda, mentre mi descrive le caratteristiche delle varie sottozone della DOC; se a Sud di Orvieto, ai confini del Lazio e oltre, dominano terreni di origine vulcanica (la vicinanza col Lago di Bolsena è indicativa), a Nord i terreni sono di tipo sedimentario con diverse caratteristiche: sul versante sinistro del fiume Paglia prevalgono terreni di tipo sabbioso, sul versante destro, quello dove si trovano le vigne di Palazzone, prevale l’argilla, quindi vini più “maschi”.
Fitte (e accaldate) le chiacchiere tra viti e cantina, parlando di temi d’attualità e filosofia dell’azienda e di sicuro gli spunti di riflessione e discussione sono molti.

La densità di impianto che trasforma la vigna in una giungla? Con terreni del genere diventa dannosa. Bisogna anzi contenere la forza e la vigoria strutturale dei vini, cercare maggior rilassatezza, soprattutto in relazione ad annate sempre più calde e siccitose. L’esposizione Nord-Est dei vigneti è un fattore che ha reso meno “grossi” del preventivato i vini in questi anni ma è sempre meglio non esagerare con la ricerca della potenza.

Inerbimento in vigna? Tentato, sperimentato ma senza grosso successo e vantaggio evidente (il diserbo praticato è comunque meccanico e non chimico). Le “ricette” non sono applicabili ovunque e ogni terreno risponde in maniera diversa alle pratiche colturali, comunque valide e funzionanti altrove.

Lieviti utilizzati? Selezionati ma non invadenti dal punto di vista aromatico. Con uve con cariche zuccherine del genere, meglio andare sul sicuro e non affidarsi all’ imprevedibilità del lievito autoctono che potrebbe non svolgere tutta la fermentazione, lasciando un residuo marcato e penalizzante per la beva. Se poi un vino è venduto come secco, deve essere secco, anche per onestà nei confronti del cliente.

Punti di vista forti, decisi, pragmatici, certamente non banali o allineati a mode del momento e che rivelano la voglia di cercar di fornire un prodotto esente da difetti tecnici mantenendo carattere e territorialità.
Oltre a questo, riflessioni sparse e appassionate sul presente e il futuro dell’ Orvieto, dei suoi bianchi che sono e dovranno essere il vero punto di forza da valorizzare. Perché è la storia di questi territori a dirlo e perché il mercato oggi chiede sempre vini in grado di raccontare il territorio. Serve riacquisire slancio e uscire dal pregiudizio che indica i vini di questa zona come banali e di scarso interesse e gli autoctoni Procanico, Grechetto, Verdello, Drupeggio e Malvasia devono essere la chiave per questo rilancio.
Sentendo le parole di Giovanni si percepisce estrema concretezza ma c’è lo spazio anche per i sogni, come quello di tornare a fare vino nella vecchia cantina di famiglia. Un luogo magico, una grotta di origine etrusca in grado di lasciare letteralmente a bocca aperta. Lì Giovanni produrrà (burocrazia permettendo) il suo vino; una sua creatura, probabilmente diversa da tutti i vini prodotti sin’ora eppure fedele alla tradizionale composizione dei bianchi orvietani.
Sperando che il sogno diventi realtà, nel frattempo mi consolo con una bella panoramica (dove non indicato, l’affinamento è svolto interamente in acciaio):

Orvieto Cl. DOC Sup. 2011 Terre Vineate: annata calda? Beh la maschera più che degnamente. Un olfatto che è un affresco a tinte gialle con mela, pesca, banana, pompelmo e una intensa florealità tra la margherita e il tarassaco. Poi escono fuori le note più verdi e rinfrescanti, quasi clorofillose. In bocca la sapidità spinge il sorso, sostenuto da buona acidità e con rimandi di nocciola. Non è il 2010 che tanto mi era piaciuto ma è un miracolo in un’annata dove si è vendemmiato in fretta e furia per l’anticipata maturazione dell’uva. Sugli 8 euro davvero un bel bere.

Umbria IGT Pinot Grigio 2011 TIXE:
in realtà la E dovrebbe essere al contrario ma non so se il carattere esista nella tavola Ascii estesa. Trattasi di uno dei molti esperimenti paralleli condotti da Giovanni, con l’uva proveniente dalla vigna confinante alle proprie. Pinot Grigio in purezza e il colore è già indicativo col un giallo dorato “sporcato” da un lievissimo buccia di cipolla. Al naso domina il frutto rosso chiaro, la croccantezza della mela e del melograno, florealità lieve. Tutto molto misurato, delicato, quasi un profilo da rosato. In bocca la gradazione alcolica importante è mitigata dal connubio acido-sapido che ne distende la beva. Tutto sommato fresco malgrado non sia un mingherlino.

Umbria IGT Viogner 2011 L’Ultima Spiaggia: il nome dice tutto. Tra l’altro, qui lo dico e qui lo nego: il Viogner ha rifiutato la mia richiesta di amicizia. Difficilmente entro in sintonia con questo vitigno ma, in questo caso, va meglio di altre volte tutto sommato, grazie ad una prova sorprendente per l’annata. E pensare che la 2010 non m’era piaciuta affatto. L’olfatto è tutto centrato sui toni fruttati e floreali gialli come il vitigno vuole, con tocchi nocciolati e salmastri. La bocca è strutturata, accompagnata da una bella salinità e lunghezza apprezzabile. Una piccola parte va in legno ma si sente poco o nulla, se non per quel tono nocciolato di cui sopra. Continuo a non andarci pazzo però meglio del previsto.

Orvieto Cl. DOC Sup. 2010 Campo del Guardiano: il top dell’azienda e personalmente il mio preferito. Insieme al Terre Vineate è il vino su cui Giovanni punta maggiormente, lo sente suo, lo rappresenta fino in fondo. Annata davvero ben riuscita, come dimostrato dagli assaggi dello scorso anno, e la conferma è subito lampante: naso tipico, un marchio di fabbrica al profumo di finocchietto selvatico e anice ma anche tanta pesca bianca, mandorla e una ventata marina, elegante, finissima. In bocca è sale, sapore salmastro, lungo eppur appuntito quanto basta per fartene chiedere ancora. Azzarderei un’ottima versione, forse superiore alla 2009 più rotonda, con il piglio giusto del maratoneta che ha appena iniziato a scaldarsi. Proprio per questo Giovanni porta avanti il progetto, iniziato con l’annata 2009, di tenere una “riserva” di bottiglie da far uscire dopo dieci anni. Una scommessa affascinante che potrebbe incuriosire gli appassionati.

Orvieto Cl. DOC Sup. 2001 Terre Vineate:
avete letto bene, 2001. Il fratellino del Campo del Guardiano a più di 10 anni dalla vendemmia ed è semplicemente una bevuta affascinante. L’olfatto è un mix caldo e accogliente di camomilla, albicocca, zafferano, miele, cenni di zucchero filato e cioccolato bianco. La bocca morbida, nocciolata, rilassata eppur lunghissima con una sapidità infiltrante. Malgrado una temperatura di servizio non ideale, dovuta alla stappatura improvvisata e ai 40 gradi esterni, è stata una assaggio godurioso. E chi lo sputa un vino così?!? Un alsaziano a Orvieto.

Umbria IGT Sangiovese 2010 Piviere:
pure qui la temperatura non lo aiuta ma non sembra essere una versione memorabile. Il naso è in bilico tra sensazioni di frutto rosso, aspro e poco maturo e sensazioni quasi verdognole. La temperatura scalda la componente fruttata e fa uscire un po’ di tostatura da legno (comunque barrique di terzo o quarto passaggio). La bocca non ha lo sprint dell’allungo e la polpa giusta, pur avendo una qualità di tannino non disprezzabile. Comunque da riprovare in condizioni migliori.

Umbria IGT Rosso 2008 Armaleo:
Giovanni lo ammette: è un po’ il suo calimero. Nel senso che è un vino su cui lui stesso non punta con decisione, non lo considera un cavallo vincente ai nastri di partenza, perché secondo lui Orvieto è soprattutto bianchi (e la dimostrazione è la nettissima minoranza di uve rosse tra i filari). Eppure l’Armaleo ha regalato più di una soddisfazione all’azienda e questa versione m’è sembrata sicuramente più centrata rispetto alla 2007. L’affinamento avviene in barrique solo per un terzo nuove, per il resto di secondo e terzo passaggio. Malgrado il problema di temperatura, il naso è interessante per speziatura e avvolgenza. In evidenza la prugna e una componente vegetale di friggitello, quasi come se la percentuale di Cabernet Franc sia più evidente in quest’annata. La bacca, di buona trama tannica e lunghezza, non eccede in inutili tostature. Una buona versione che potrà migliorare con l’invecchiamento.

11 Commenti

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gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

interessante vedere come le uve autoctone sono le stesse che abbiamo ritrovato e vinificato anche noi a Pitigliano: Duropersico (chissa se e' il Drupeggio), Procanico, Francesino, Malvasia, Verdello, Greco, Nocchianello. Un patrimonio unico e quasi scomparso. Tra l'altro Pitigliano, che e' in Toscana, e' con un piede in Umbria e l'altro nel Lazio, vulcanico, tufo, altitudine. Un posto incredibile, che scommetto ha parecchie similitudini con Orvieto al confine.

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Alessio Pietrobattista

circa 7 anni fa - Link

Lo so bene Giampaolo, assaggiai in azienda le tue microvinificazioni e i nomi non mi erano affatto nuovi... ;-)

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Daniele Cacciamano

circa 7 anni fa - Link

Ciao a tutti, è molto tempo che vi leggo ma è la prima volta che commento! Sono di vicino Orvieto, ho un enoteca e voglio sottolineare che l'azienda Palazzone è veramente il fiore all'occhiello della nostra zona. Purtroppo negli anni è stata data un'immagine sbagliata di questa zona vitivinicola con la produzione selvaggia per i grandi mercati dove si badato più che altro alla quantità che alla qualità. Giovanni con i suoi prodotti ci regala immense soddisfazioni in quanto stanno facendo da apripista verso la rinascita di questi vini sotto l'aspetto qualitativo!! che anche altri produttori piano piano iniziano a comprendere e sviluppare!! Ricordiamo che la storia vitivinicola di Orvieto è lunghissima nel tempo!! Complimenti anche ad intravino per gli interessanti articoli proposti! Ciao a tutti Daniele Gusto diVino

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Alessio Pietrobattista

circa 7 anni fa - Link

Grazie dell'apprezzamento Daniele, hai centrato la questione: ad Orvieto si fa vino da sempre, la vocazione c'è e bisogna solamente cercare di valorizzare al meglio il territorio e i vitigni autoctoni, che non mancano di certo.

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postatore_occasionale

circa 7 anni fa - Link

ehm "l’uva proveniente dalla vigna confinante alle proprie" l'ha acquistata, vero ? se no e' una pratica non tanto enologica quanto economica ben conosciuta e applicata ovunque...

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gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

Io spero che l'abbia acquistata, altrimenti vorrebbe dire che l'ha rubata.

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Alessio Pietrobattista

circa 7 anni fa - Link

Con la classica tecnica dello scavalco! :-D

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gianmarco

circa 7 anni fa - Link

è evidente che il pinot grigio si chiama exit (scritto al contrario)

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Alessio Pietrobattista

circa 7 anni fa - Link

Anche a me sembra evidente, ho solo provato a scriverlo come si legge. Ho specificato infatti di non esser riuscito a fare la E al contrario. :-)

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Antonio

circa 7 anni fa - Link

Confermo la versione di Gianmarco, effettivamente si tratta di exit al contrario e la è stampata nel verso opposto serve come indicazione in questo senso. L'uva è stata regolarmente pagata, altrimenti il nome giusto sarebbe stato "Le Vigne degli Altri"!

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