Non chiamatelo viticoltore: Eugenio Barbieri (Il Santo)

di Danilo Ingannamorte

Eugenio Barbieri è una persona rara. Se dicessimo che è un figlio del cemento che ritorna alle radici della terra e del suo essere contadino, avremmo usato un’etichetta comune a tanti down-shifters sicuramente valida, ma insufficiente. Il ritorno alla terra per questo giovane ex-ricercatore universitario non è una semplice scelta dettata dall’insofferenza per la vita sclerotica di noi formichine metropolitane, di noi consumatori compulsivi di cose ed esperienze. Il pezzo di terra di famiglia era lì, il Podere del Santo, dal soprannome del bisnonno. Ri-indossare i panni dei suoi avi per lui ha significato ricominciare da dove si erano fermati loro, ma con una coscienza diversa.

La sua azienda agricola di Rivanazzano-Oltrepo, tende al ciclo chiuso, maiali (per salami e cotechini da urlo), qualche manzo (fassone e varzese), animali da cortile, orto biologico, pascolo, bosco e vigna. Tutta la conduzione è rigorosamente naturale. Altrettanto naturale sembra il suo atteggiamento profondamente contadino nei confronti del caso, o per meglio dire della sfiga, che gli ha fatto crepare di infarto poco tempo fa un castrato di svariati quintali pronto a diventare salami (stavo già salivando, mannaggia…) e ha azzerato i grappoli di questa vendemmia con una bella spruzzata di grandine oviforme.

E’ andata così, dice, ma non ha intenzione di allevare più bestie o piantare altra vigna per aumentare la sua produzione. Tira avanti solo con le proprie forze perché tutto deve essere rapportato alla sua capacità di gestire un sistema di cui si sente parte, senza forzarlo. Chissà più avanti, se uno dei quattro figli deciderà di affiancarlo, si vedrà, il sistema crescerà naturalmente. A differenza del nonno non porta i pantaloni di fustagno, bensì jeans e sneaker, e in inverno invece che dedicarsi solo a riparare il granaio, Eugenio ha scelto di condividere il suo sapere contadino con noi zoticoni destagionalizzati. O almeno con quelli che si sintonizzano ogni tanto sulle frequenze della Clerici nazionale e della sua ormai istituzionale “Prova del Cuoco” (per me è perfetto: la trasmissione ha ormai assunto un ruolo terapeutico pari alla tachipirina contro l’influenza). Per gli altri c’è il web.

In tutto questo, fare vino per lui assume una dimensione diversa da quella di tutti gli altri produttori che ho conosciuto. Non ama essere designato con il riduttivo appellativo di vignaiolo e preferisce quello di contadino. E a ragione i prodotti del suo lavoro, dai salami al formaggio, dai polletti ai pomodori sono degni di nota tanto quanto i suoi vini. Fare vino per Eugenio è un’attività non esclusiva. Non per questo accessoria, ma di certo non destinataria delle maggiori attenzioni e energie.

Anche per questo motivo, il risultato lascia piuttosto esterrefatti. Un altro motivo è il metodo di vinificazione che farebbe alzare le sopracciglia anche al più incallito vinonaturista del Carso. Solforosa in quantità irrisorie, vinificazione e affinamento in cemento, travasi quasi inesistenti, lieviti indigeni campioni di body building nei mondiali di microbiologia, macerazioni di un anno. Il cappello di vinacce si trasforma in un tappo più spesso del cemento che fa maturare il vino in riduzione per anni (l’annata più recente che sta per uscire è il 2006). Lo so, vi state già dicendo: ecco un’altra bella recensione apologetica di un vino naturale nei metodi e soprannaturale nel fetore che emana dal bicchiere. Désolé: avete preso un granchio. I due vini dell’azienda Il Santo si distinguono per eleganza e pulizia.

Il Rairon, quasi esclusivamente uva rara, è setoso, balsamico, con spezie dolci e erbe aromatiche. La salivazione e la beva sono garantite, nonostante gli anni, dalle peculiarità di quest’uva, usata in Oltrepo per bilanciare la più zuccherina e molle croatina. Persistenza pari a un boccone di caramelle balsamiche e il tannino ben sviluppato. I sentori di macchia mediterranea spiazzano come le zebre di Cattelan.

Il 900, vino di struttura a base barbera possiede una concentrazione di tutto rispetto, nonché un sostenuto grado alcolico. Entrambi non si avvertono in bocca grazie a uno stupendo equilibrio che lascia prevalere solo nel finale una più spiccata morbidezza: una caratteristica espressione della straordinaria età delle viti. La complessità del naso è del tutto slegata dal paradigma consueto del grappolo piemontese. La speziatura ha toni più virili di pepe, il goudron fa da sfondo a una balsamicità più eterea e il frutto sotto spirito gioca a ping pong con qualche tinta di fiori appassiti. Tannini ben distesi e lunghezza kilometrica. Un vino che ti fa desiderare la nebbia, un fuoco acceso e un bottaggio d’oca in una casseruola di terra cotta. Come il primo promette un invecchiamento interessante e originale. Le due nuove annate – 2006 per la prima e 2004 per la seconda etichetta – stanno per essere imbottigliate. Il prezzo, per noi giustificato dai metodi di vinificazione, non è di primissima fascia, ma lo sarebbe ancora meno se al posto di essere a Rivanazzano, il nostro eroe si trovasse in una doc più blasonata. O forse no, forse per il poeta contadino, come lo chiama la golosa Antonella, non cambierebbe nulla.

14 Commenti

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 6 anni fa - Link

Non ho mai bevuto i suoi vini e la sua conoscenza l'ho fatta poco, pochissimo tempo fa, a questo link: http://www.youtube.com/watch?v=DeuciqMuy1I&feature=related così..a pelle..10 e lode!

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Marossi

circa 6 anni fa - Link

Digerita la parte terribile dell'articolo, in cui si legge: "A differenza del nonno non porta i pantaloni di fustagno, bensì jeans e sneaker" e si rimpiange il nonno, e digerito non senza invidia che questi contadini sono cittadini con la grana (perché compratela voi la fattoria le bestie etc etc, oppure ereditatele voi, il che è lo stesso), fatto tutto ciò bell'articolo, e molta voglia di assaggiare. L'Oltrepò e i suoi vitigni sono sottostimati; ben vengano persone e vini come questi. Mandatemene una cassa, grazie. Poi vi dico.

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Danilo Ingannamorte

circa 6 anni fa - Link

Ma cosa ti disturba di più: le sneaker o il fatto che è stato chiamato dalla Clerici?:) Grazie per il commento. Non per puntigliosità mia, ma solo per correttezza nei confronti del soggetto in questione: ti assicuro che la scelta di Eugenio non è stata facile e se capiti da lui te ne accorgeresti subito, dato che la sua non è la classica magione di campagna bella e ristrutturata. E' vero, non ha dovuto acquistare terreni e fabbricati, ma non ha neanche ricevuto l'eredità di un nonno milionario. Vende i suoi prodotti per i gas e il vino senza una reale struttura commerciale. E non credo nemmeno che le poche puntate in tivvù (che per altro sono limitate al periodo di calma del lavoro in campagna) facciano la differenza. Ci crede tantissimo e insieme a lui sua moglie. Poi se mi dici che, dato il paese in cui siamo, continuare a fare il ricercatore in università sarebbe stato molto più coraggioso che fare il contadino, allora mi trovi d'accordo:)

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Marossi

circa 6 anni fa - Link

No, io considere molto più coraggioso fare il contadino. Ma per diventarlo e farci campare una famiglia ci vuole la grana o il patrimonio familiare, e anche senza voler fare un resort ne serve parecchio. Ripeto: parlo, in questo caso, per pura invidia. Che sia stato chiamato dalla Clerici non mi fa né caldo né freddo, e sono sicuro che a lui invece servirà molto: la televisiùn la gà la forsa del leùn, e quindi va bene, anche perchè la trasmissione della Clerici è a mio avviso benemerita: popolarizza fenomeni di qualità e discorsi una volta di nicchia, come l'importanza degli ingredienti, la specificità del lievito madre e cose affini: questo è il servizio pubblico come deve essere, e in quella fascia è perfetto. Il male semmai è Benedetta Parodi, che usa con nonchalance ogni nequizia congelata e imbustata. Vorrei farle fare un'imboscata dal mai troppo compianto (nella tv pubblica) Beppe Bigazzi, che la prenderebbe di sicuro a gatti in faccia. Mi disturbano invece oltre modo le sneaker - e chiunque calzi quest'abominio - e i Jeans (ma sotto una certa età li tollero, maxime se usati per il loro scopo, cioè quello di pantaloni di lavoro, anche se in campagna ora che ci penso no, non vanno bene nemmeno per i giovanotti, mica siamo in un ranch. Fustagno, fustagno, fustagno) Cordialmente

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Danilo Ingannamorte

circa 6 anni fa - Link

AHAHAH! Magari Bigazzi è già armato con tanto di pantaloni di fustagno per la spedizione punitiva...:) Comunque sicuramente le sneaker quando va in vigna se le cambia.

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A3C

circa 6 anni fa - Link

Marossi 6 un milanés snobbone...ma M stai ancor + simpatico...a Natale faccio tappa a Milano/ADDA....beviam qualcosa insieme? Son sicuro K T pias come skrivo...

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Marossi

circa 6 anni fa - Link

Me pias no: mi sun de Zena. Quindi a Milano non mi trovi.

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A3C

circa 6 anni fa - Link

vabbé... una bbracio di solidarietà per i recenti avvenimenti e forza Genoa...storia del calcio italiano...

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Marossi

circa 6 anni fa - Link

Grazie, tuttavia tifo Juventus.

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A3C

circa 6 anni fa - Link

alura...viva la goeba né...

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francesca ciancio

circa 6 anni fa - Link

consiglio Darkroom se avete problemi di luminosità, non è un flash ma un compensatore di luminosità

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Luca Moretti

circa 6 anni fa - Link

l'ho conosciuto a fornovo presentatomi da Giovanni Bietti. Credo che il nome IL SANTO dipenda dal fatto che ha 4 figli! :-)

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Giuliano belloni

circa 3 anni fa - Link

Ciao Eugenio sono un giornalista. Dammi un tuo contatto per cortesia grazie giuliano belloni

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