Il buio oltre il Siepi

di Alessandro Morichetti

Siepi, Castello di FonterutoliUn assaggio assai gagliardo presta il fianco ad una riflessione sul terroir, terra promessa di ogni degustatore che si rispetti. Quando riesci a cogliere l’anima di un vino, leggendoci ineluttabilmente il terroir che lo genera, sei ad un passo dall’Olimpo degli assaggiatori.

Prendi un vino di qualità e lo metti in tavola per una degustazione cieca, quella in cui gli astanti non conoscono l’etichetta. Inizia il divertimento, tanto maggiore quanto mirati ed argomentati sono i ragionamenti induttivi degli assaggiatori che tentano di avvicinarsi all’identità del prodotto.

Si comincia. Rubino che vira al granato, impenetrabile e avvolgente, al naso sprigiona note erbacee perfettamente integrate in un frutto carnoso e appagante. L’imprinting di finezza e misura ritorna in bocca, qualificato da sensazioni gustative ampie e succose, armonizzate da un tannino felpato che distende il vino dandogli mordente e vivacità tattile.
Un grande prodotto, sopra i 90 punti all’unanimità, ma è qui che nasce il dilemma amletico. Che vino è?
Alla cieca diresti Bordeaux, per eleganza e senso delle proporzioni, magari un merlottoso della riva destra per via di quella morbidezza piacevole e non sfacciata. In effetti, il merlot c’è al 50%, il resto ti dicono essere sangiovese chiantigiano – ma non l’avresti immaginato neanche sotto tortura.

Abbiamo “sparato” al varietalismo in nome del terroirismo, fatto battaglie ideologiche per affermare il “sense of place” e disquisito intere nottate riguardo l’insopprimibile evidenza del terroir ma poi, di fronte al Siepi 2005 del Castello di Fonterutoli (80 euro in enoteca), il buio. Sarà che ogni tanto dovremmo accontentarci di apprezzare e descrivere la maestosità di un vino, ammettendo che non se ne distingue l’origine. Mi sembra che troppo spesso una legge non scritta della critica enologica inviti a sottolineare l’appartenenza di un vino anche quando non è realmente distinguibile.

Della serie: invece di crucciarci per il buio oltre il Siepi, perché non goderselo-e-basta?

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

10 Commenti

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Kapakkio

circa 11 anni fa - Link

Come tutte le mode anche quella dell'autoctono ad ogni costo è una scemenza. I vini si distinguono in buoni e non, tutto il resto è aria fritta che serve a chi scrive le guide per campare. Si è esagerato sicuramente con la merlottizzazione del vino italiano ma oggi col tempo mi sembra che restino i migliori, quelli cioè che hanno saputo trovare un equilibrio anche per queste uve senza produrre marmellate liquide. Bella provocazione in questi tempi di terroir o morte.

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Gianni

circa 11 anni fa - Link

Concordo pienamente. Il vino dev'essere buono se poi ha pure il terroir e la tipicità bene, se non ce l'ha bene lo stesso. I californiani hanno creato vini di enorme pregio e valore quasi dal nulla, lo stesso Sassicaia si è imposto ai mercati mondiali nascendo in un territorio dove per secoli si conoscevano solo i rosati. E' come scegliere tra una cubana, una russa e un'italiana, qual'è la migliore? Quella che ti piace e fa per te.

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gianpaolo

circa 11 anni fa - Link

Questo mi sa tanto di controrivoluzione :-) Rassegnamoci alle mode, ieri la barrique, oggi la botte grande, domani la barrique, poi la di nuovo la botte, ecc. Stessa cosa per gli autoctoni. Qualcuno comincera' a dire "pero', quel saldo di Merlot nel Sangiovese tanto male non ci stava", e sarà fatta :-D

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Fiorenzo Sartore

circa 11 anni fa - Link

be', se vuoi essere davvero in controtendenza, vai in giro a dire che bevi solo chard con due anni di barrique nuova. il vero anticonformista oggi e' il turbomodernista.

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gianpaolo

circa 11 anni fa - Link

Beh, proprio ieri sera mi sono aperto una bottiglia di un Cabernet californiano di nome Ghost Pines, dell'azienda di tale James Martini. Il vino in questione era un winemaker blend, cosi' dice l'etichetta, tra 75% Napa e 25% Sonoma. 100 % legno nuovo, cioccolato e vaniglia a volonta', bevuto con una braciolina con funghi e fagiolini: era tanto che non mi immergevo in un orgia di sensazioni molto anni '90. Una goduria svergognata, come mangiare la Nutella a cucchiaiate dal barattolo :-)

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Rinaldo Marcaccio

circa 11 anni fa - Link

Credo che non ci sia contraddizione: un vino è meno riconoscibile quanto più si allontani dalle disposizioni minime fissate dai disciplinari di produzione. Il marchio diventa il valore aggiunto del terroir, quanto più riesca a contemperare caratteri e qualità.

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fabrizio scarpato

circa 11 anni fa - Link

Mi piace pensare che il terroir sia l'uomo. Dietro ogni vino che si rispetti ci sono persone con la loro storia, la loro cultura e sensibilità. Se il vino è "sincero" (più bello di "franco") come si diceva una volta, rispecchierà le loro scelte, la loro filosofia, alla quale si saranno piegate sia il territorio, che il vitigno, che il metodo: sarà quel vino, proprio quello, diverso dagli altri, forse unico, e basta. Se sarà anche "buono" o comunque avrà una storia da raccontare, meglio.

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Vignadelmar

circa 11 anni fa - Link

Morichetti evidentemente non sa di essere un grandissimo enoignorante ;-) I tuttologi enosboroni evidentemente non gli hanno ancora spiegato bene cosa gli deve piacere e di cosa deve parlare. Per sua fortuna il Morichetti non credo editi una Guida enologica altrimenti dovrebbe fare grande attenzione a cosa scrivere su alcuni innominabili vini...ma comunque è meglio non scriverne niente, perchè anche se stai bene attento a scriverne male forse per taluni non sarebbe abbastanza male. Nell'inferno degli enogiudicanti poi devi fare attenzione anche di chi non parli. Perchè di quel solito territorio messo da mesi sotto tutela si può scrivere e sparlare a tutta manetta e fare pre-giudizio ma se qualche notizia filtra di altre Aziende prese, in altri territori magari più a nord, con le mani nella marmellata è meglio non farla rimbalzare, a costo di bucare la notizia mentre molti altri ne parlano.....chissà una svista può capitare a chiunque. Ma così va il mondo, noi amanti del Siepi, del Tignanello e di altri super tuscan, del Kurni, dei vini del Giove Tonante dell'Enologia Italiana, non lo possiamo né dire né scrivere. Come i carbonari ce li dobbiamo tracannare in silenzio, al chiuso di circoli chiusi. Oh, alla fine certi vini è meglio dividerseli in pochi.... . Ciao

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lino - c.

circa 11 anni fa - Link

prendo a prestito una frase, ad effetto, io non ci stò! Non sempre è possibile,sapere con chi si viaggia, ma io preferisco saperlo,o farne la conoscenza,mi arricchisce.

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