di | sab 03 dic 2011 ore 9:44
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doglianitudine

Dolcetto di Dogliani | Gli assaggi seriali sono utili

Fiere grandi o fiere piccole? Meglio le rassegne monstre à la Vinitaly, o le piccole fiere a tema, sul genere Fornovo? E tra queste, che ne dite delle micro kermesse ristrette ad un solo vitigno? Per farmi un’idea, qualche sera fa ho colto l’opportunità offerta a Genova da Go Wine: una presentazione di numerosi Dolcetto di Dogliani. Nella mia città dolcetto e barbera sono i rossi local, sulle tavole di una regione che produce pochissime uve a bacca nera. Il dolcetto invece è un vino quotidiano: sia per il rapporto prezzo/prestazioni, sia perché nell’immediato dopoguerra Genova si è popolata di piemontesi della bassa alessandrina che hanno lasciato la campagna. Tanto che qui non c’è quasi bisogno di spiegare quello che altrove per errore si pensa: il dolcetto non è un vino dolce, è un rosso secco, con tannini potenti e profumo di viola. Dogliani, poi, rappresenta uno dei terroir d’elezione, dove il vitigno esprime vere punte di grandezza. Sul piano didattico è utilissimo poter assaggiare tanti produttori da un’unica area in sequenza ravvicinata, per visualizzare le differenze interpretative ed i livelli raggiunti. L’alternativa sarebbe passare un po’ di giorni in Langa, saltando da una cantina all’altra (che è sempre un gran bel modo di trascorrere il tempo) ma non è la stessa cosa che la full immersion di un assaggio seriale. Ecco qualche annotazione.

Pecchenino è un esponente del doglianesimo che ha avuto momenti ferocemente turbomodernisti. Con gli anni si è fatto più preciso, credo, si è riallineato ad un’espressione del dolcetto meno asfaltante e ridondante, tuttavia non tradisce la sua idea di partenza, che privilegia ancora il colore concentrato (il vitigno ha buone capacità cromatiche) e l’evidenza del frutto. Solo, dicevo, si è come rasserenato, ha trovato qualche lodevole maturità. Esemplare, a questo proposito, il Sirì D’Jermu 2009, che è sì masticabile, ma con temperanza. Naso non ancora svolto, ma beva imponente; e permane a lungo. 83/100, almeno 15 Euro in enoteca. Bello, bellissimo il Bricco Botti 2008, chiaramente avvantaggiato da un anno in più di maturazione, e anche da una materia più sopraffina. 87/100, e prezzo “peso” in enoteca, prossimo ai 20 Euro. Ma ben spesi: è un esempio di vino “vendibile”, e spero che l’introduzione di questo parametro non dispiaccia a nessuno, perché non è certo un termine riduttivo. Rappresenta il genere di vino che comprerei volentieri, ed altrettanto volentieri venderei. [Link]

Dopo Pecchenino sono passato veloce ad assaggiare San Fereolo. L’ho fatto consapevole della profonda differenza stilistica tra i due, per godere meglio della comparazione ravvicinata. Su San Fereolo Andrea ha già scritto, ed io ben poco posso aggiungere. Direi, solo, che trovo quei vini confortanti, sereni, senza la tensione elettrica del precedente, e con una classe, un’eleganza composta, che li rende irresistibili. Si fanno amare, come è chiaro, per i motivi opposti, ed io mi ritrovo (alle solite) nell’incapacità di decidere cosa preferire. Valdibà me lo ricordavo più scarno; questo 2010 ha la sua bella riottosità densa, ostenta i maledetti/benedetti tannini doglianesi, non gliene importa un fischio di sedurre, perché è bello di suo. 81/100, in enoteca sui 10 euro. L’emozione, ancora una volta, arriva col San Fereolo (assaggio il 2006). Quasi spiazzante tanto è serio, ha una curiosa forma di possanza che è grandezza, volume, ma senza peso. Credo che sia la tipica quadratura del cerchio, arrivare ad essere grandi senza essere grossi. 87/100, in enoteca sui 17 euro. E’ appena il caso di ricordarlo: la maturità si addice a Dogliani in generale, e a San Fereolo in particolare. [Link]

Stile tradizionale anche per il mio amatissimo Eraldo Revelli: il San Matteo 2009 è solenne, quasi austero se non fosse per il piglio fruttato che lo sdrammatizza. 84/100 per un prezzo in cantina sui 9 Euro. Best buy, per me, il delizioso Otto Filari 2010, che nelle ultime vendemmie s’è affilato notevolmente: frutta rossa al naso e leggiadria in bocca: un 80/100 poco sopra i 6 Euro in cantina. [Link]

Al tavolo di Anna Maria Abbona il giovane produttore presenta i suoi vini distinguendo le release più piccole, di beva più pronta rispetto alle etichette superiori, introducendo le categorie “da pasteggio” e “da meditazione”. Decido che il termine da pasteggio mi piace – anzi, lo adotto – però all’assaggio trovo più attraenti quelli da meditazione. Benissimo Maioli 2009, da una vigna d’impianto risalente, 1936: colore intenso, naso pure di più, in bocca stupisce un retro di cioccolato bianco, aggraziato e gnoccolone. 85/100, per 15 Euro circa in enoteca. Il cru San Bernardo 2007 è quasi allo stesso livello, con una legnosità appena accentuata ed una bella striscia di liquirizia al gusto. 84/100, di poco sotto i 20 Euro. [Link]

Poderi Cellario stupisce con un buon Dogliani 2009 dal corredo aromatico inedito: è erbaceo, ricorda le rive di ortiche – e chi non è mai ruzzolato in una riva di ortiche, del resto? Un 81/100 dal prezzo allineato a molti, sui 12 Euro in enoteca. Interessante, da riassaggiare, per l’intensa personalità. [Link]

Ivan Gallo col suo Dolcetto 2009 è l’archetipo del naso contadinesco e old style: vinoso, quasi rustico. Il descrittore “vinoso” è sempre molto problematico (“va be’, hai detto che il vino è vinoso, bello sforzo”) ma qui lo uso per identificare quella nota aromatica che evoca la cantina intrisa di odori ammostati e un po’ pungenti, rustici appunto. Per evocare un termine veronelliano: vino “zergo” (e questa è un po’ la cifra degli altri vini presentati). Certo è che in bocca esce alla grande, tutta sostanza e tanta lunghezza. 80/100 per circa 5 euro in cantina, niente male. [Link]

Francesco Boschis aveva tutti vini di rilievo. Il migliore per me è il Vigna Ciliegio 2009, l’unico ad affinarsi in legni di 2° e 3° passaggio – per non sommare altri tannini a quelli già presenti. L’elemento rimarchevole è la durezza tagliente in bocca, sopita dalla dolcezza del frutto molto rilevante. Ancora non totalmente espressivo al naso, e solo questo gli leva qualche punto. 83/100, sui 7 Euro in cantina. [Link]

La Cantina del Dolcetto di Dogliani è una realtà cooperativa, che con i suoi circa cento ettari di conferitori non riesce, probabilmente, ad impostare livelli qualitativi stellari. Tuttavia voglio segnalare il loro Dolcetto 2010 perché ha una bevibilità molto invitante, i profumi di frutta sono nitidi, brillanti, solo un sottilissimo amaro vena la bocca comunque agile, persistente. Questo è un vino che raggiunge 78/100 e costa, in cantina, 3,90 Euro. E scusate se è poco. [Link]

In conclusione, chiudo qui la panoramica lasciando fuori molti, solo per non dilungarmi. Di questi assaggi resta la verifica, sempre sorprendente, delle differenze a volte profondissime per stile ed interpretazione tra un produttore e l’altro, pure all’interno di una denominazione non gigantesca. Ma le differenze si rilevano, eccome. E comunque l’idea complessiva è che a Dogliani, oggi, la difficoltà maggiore consista nello scovare un vino deludente. Lascio fuori dal racconto anche ogni considerazione sulla confusa storia della denominazione di origine: prima c’era il Dolcetto di Dogliani, ed il Superiore. Poi il Superiore è divenuto Dogliani DOCG lasciando affiancata la DOC Dolcetto di Dogliani. Infine adesso tutto passa DOCG. Confusi? Pure io.

[Immagine: Pecchenino.it]

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7 commenti a Dolcetto di Dogliani | Gli assaggi seriali sono utili

  1. avatar olimarox

    Chionetti? Nada?

    • quello l’ho mancato alla grande. avevo solo due orette residue serali, alle dieci hanno chiuso i battenti. di chionetti comunque avevo buoni ricordi, sempre una sicurezza. credo tra i primi cinque, in un’ipotetica classifica della denominazione

      • avatar olimarox

        Ozpetek che buco

  2. Grandi i Vini di Nicoletta Bocca!!!
    La 2006 è grande , vino che secondo il mio umile parere ha ancora un radioso futuro davanti a sé….
    Ho ancora in mente la sua 1997 una bevuta emozionante!!

    Da Dogliani non arrivano solo Dolcetti “quotidiani” ma anche vini che non hanno paura di invecchiare…
    Mi è dispiaciuto molto non aver partecipato a questa bella manifestazione, tutti quei produttori di dolcetto insieme era una bella occasione…
    Comunque io preferisco saltare da una cantina-vigna all’altra :)

  3. avatar Roberto

    Vigna del Ciliegio e Valdibà della Bocca tra 83 e 81/100… ma sei sicuro di aver assaggiato quei vini?

    • avatar gp

      Anche a me sembrano voti un po’ “braccini”, anche se di 2009 e 2010 ho ancora pochi assaggi.
      Ognuno usa la scala centesimale a modo suo, ma quasi tutti sono d’accordo che 90 è la soglia di eccellenza (salvo quei draghi dell’AIS che la fissano a 91…). Al netto di vendemmie sfortunate, i migliori Dogliani secondo chi li apprezza sfiorano o toccano questa soglia, quindi il voto più alto a 87/100, nonostante le descrizioni entusiaste dei due vini che a Sartore sono piaciuti di più, pare appunto un po’… genovese. Il “piccolo” Valdibà di San Fereolo è da tempo che non l’assaggio (grazie anche alla genialità delle enoteche romane, che nei pochi casi in cui prendono il “fratello maggiore” di questa azienda si fermano lì), ma il 2007 era per me da 87-88/100 per la capacità di conciliare l’aroma mirtilloso della varietà e la struttura tipica di Dogliani in un quadro di grande bevibilità. Se il 2010 merita veramente solo 81/100, o è un’annata sfortunata o la scala di Sartore è molto lunga: ma allora stupisce che il Dolcetto base della cantina cooperativa prenda poco di meno (78/100).

  4. avatar esp

    Gillardi niente? A dire il vero il 2010 è stata una delusione, rispetto all’ anno precedente. Speriamo in questa vendemmia

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