Château Mouton Rothschild in verticale è una figata pazzesca

di Alessandro Morichetti

È stata la verticale più entusiasmante della mia vita. Penso a cinque annate di Château Mouton Rothschild e ho ancora la pelle d’oca. Sputate per modo di dire, sia chiaro. Si sa che i grandi cru di Bordeaux sono vini inaccessibili ma gli 800 Km per il Balan Wineday 2010 hanno aperto la strada. Una verticale che aveva il sapore della lezione universitaria in cui entri ragazzo ed esci uomo. Non esistono, chiaro, ma per 5-6 anni lo speri. Al centro della scena, vini che hanno richiamato quasi il doppio dei partecipanti alle altre degustazioni.

Potrei parlare di storia, annate e uvaggi, proprietà, stile, etichette artistiche e prezzi di Mouton Rothschild ma non sarei credibile. L’esperto vi direbbe che siamo a Pauillac, in una zona piatta che anche le croupes du Medoc (dossi ghiaiosi) sembrano montagne. Giusto per capire di che stiamo parlando, Château Lafite è vicino mentre Château Latour rimane all’estremo opposto del distretto. Certo, chi non manda a memoria la classificazione ufficiale dei vini di Bordeaux del 1855 è indegno di questa lettura, ma non percepire l’8% di merlot nell’annata 1989 è davvero una cosa da persone ignoranti. Per fortuna nostra, dietro a premesse e mito conta solo l’emozione. Com’è un Mouton Rothschild? Buonissimo. Eleganza, stoffa, potenza e dettaglio del grande bordolese emergono. Vino ricco ma non pesante, caldo e avvolgente, scuro ma affatto stancante, saporito, lungo e disteso.  Costosissimo e inarrivabile, non è l’etichetta per cui consultare la classifica prezzo/punteggio. Ma ci sono in mezzo storia e leggenda del vino, che piaccia o meno.

I vini di Mouton Rothschild assaggiati sono stati 7 in tutto. A scaldare i motori, un second vin che farebbe la fortuna di qualsiasi produttore nel mondo – un Petit Mouton 2005 balsamico, godibile e di sconfinata finezza: da queste vigne ancora giovani verranno i grand vin del futuro. A chiudere la batteria, un bianco dimenticabilissimo, Aile d’Argent 2005. In mezzo, il delirio. Perfetta la regia di una sala strapiena, stimolante e didascalica la conduzione dell’assaggio condotto da Erwan Le Brozec (33 anni, a sinistra nella foto sotto), incaricato alla direzione commerciale dello Chateau, spiritosa e divulgativa la traduzione di Alessandro Masnaghetti – direttore di Enogea e autentica autorità bordolese in Italia (al centro nella foto, a destra in versione SuperMasna).

5 annate di Mouton, dicevo. Ometto dettagliate note degustative di pallosità colossale. Vado per impressioni.
A furor di popolo, annata 2006 attualmente mastodontica. Una integrazione da oreficeria di frutta scura e rovere, più boisé di altre, immediata ma fine, caffè in evidenza e tanto altro intorno. Espressività clamorosa, cassis, da regalare a chi “cabernet = peperone”. Meglio solo consigliargliela, forse. Davvero buonissima la 1989, di straordinaria integrità, impenetrabile nel colore e su toni di olive, rosmarino e grafite che offrono un corredo aromatico buono ma ancor più intrigante dopo la deglutizione; distensione gustativa mozzafiato, infinita. Annata gloriosa da conservare nei secoli, dicono. L’annata 2005 era attesissima, a Bordeaux ha fatto miracoli. Il vino a me non ha restituito il peso di tanta fama, ancora chiuso e impenetrabile, magnifico in prospettiva ma non nel bicchiere. Un investimento, di nome e di fatto, poco consigliato a chi vuole godere ora. L’immagine che rende è quella del maratoneta al Km 10: ha ancora intorno mezzo mondo ma sa che con l’andare del tempo si fermeranno gli altri e non lui.
Note deludenti. Bello ce ne siano in una verticale così. Le annate 2001 e 1998 non hanno convinto. Immediata ma un pò spenta la prima (millesimo di svolta nella gestione tecnica) – ricorda brevemente la 2006 per corpulenza e tannino ma senza averne godibilità e progressione – la 1998 offre toni di carne alla brace, pinoli e ciliegia che non conquistano. Bocca meno incisiva e dettagliata, all’unanimità una bottiglia che non ha toccato il cuore. Il gesto intercettato con frequenza: annusata di 1998 e sorso di 2006, anche nella versione mini-assaggio di 2001 e sniffata celere di 1989.
Ecco, non sono diventato uomo ma certe esperienze mettono allegria e aiutano un pò a capire il vino. Non di sole lacrime e passerina vive l’uomo.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

4 Commenti

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Franco Ziliani

circa 8 anni fa - Link

Bel resoconto Alessandro, complimenti! Un solo piccolo dissenso: guarda che il 2001 era davvero un gran vino... Non come lo strepitoso, scintillante 1989, buono quasi come un grande Barolo 1989, ma un signor vino... E' stato molto simpatico incontrarti al Wine Day

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Ivano Antonini-EnoCentrico

circa 8 anni fa - Link

Concordo con te Franco sul millesimo 2001 e mi sono trovato a dissentire su alcuni passaggi di Mr Le Brozec colpevole, secondo me, di aver adottato una condotta un po' troppo "commerciale" nella degustazione ed additando le "colpe" di alcune mancanze stilistiche della 2001, alla vecchia direzione tecnica, dimenticando che quest'ultima è stata all'origine del grande Mouton 2000 (peccato non averlo avuto in degustazione). Oltre al millesimo 1998, a me, ha un po' deluso invece la 2006. Certo, molto più piacevole ed immediata della 2005, ma decisamente più "magra".

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francesca ciancio

circa 8 anni fa - Link

grazie ale. bel post. la prossima volta vengo anche io. così provo a diventare donna

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Alberto G.

circa 8 anni fa - Link

Grazie per aver "sottolineato" e ricordato piu' e piu' volte il sopraggiungere dell'appuntamento.GRAZIE GRAZIE GRAZIE.

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