Champagne | Selosse, un mito quasi inossidabile

di Fabio Cagnetti

Valeva la pena di arrampicarsi fino a Madonna di Campiglio per Perlage 2011, rassegna interamente dedicata alle bollicine; organizzazione impeccabile, cibo eccellente, degustazioni di livello. Fra queste, l’assaggio di buona parte della gamma di Jacques Selosse era certamente da non perdere, per fare il punto su un recoltant tanto acclamato quanto discusso.

Jacques Selosse e suo figlio Anselme hanno iniziato a vinificare in proprio nel 1974, quando la Champagne era in mano a poche grandi maison e i vignaioli che lavoravano le proprie uve invece di venderle una sparuta minoranza. La formazione di Anselme passa per Beaune, per quel Lycée Vinicole che è stato grande palestra non solo borgognona, e questo si riflette in alcune scelte, più evidenti quando nel 1980, assieme alla moglie, succede al padre alla guida dell’azienda.

La cantina ha sede ad Avize, comune Grand Cru per lo Chardonnay, ma con il tempo Anselme, che già disponeva di quattro ettari di materiale formidabile in Côte de Blancs, ha acquisito altre vigne di circa un ettaro l’una: Chardonnay a Cramant e Mesnil-sur-Oger, Pinot Noir a Verzenay, Ambonnay, Ay e Mareuil sur Ay, l’unico comune fra questi ad essere Premier Cru, ma con una classificazione del 99%.

In questi tempi in cui essere bioqualcosa aiuta, e tanto, a vendere, Selosse, in quanto punto di riferimento anche tecnico in Champagne e più in generale nome che fa salivare gli addetti ai lavori, è immediatamente ascritto tra i viticoltori biodinamici senza chiedersi se ciò corrisponda a realtà. Questa, invece, ci narra che Anselme Selosse ha iniziato ad interessarsi alla biodinamica, per poi prendere una sua strada basata sul non interventismo, con l’idea che, in vigna, il contadino debba limitarsi ad accompagnare la pianta. Nelle sue vigne, di età media intorno ai quarant’anni, la resa è molto bassa, meno di un terzo della media della regione, le gemme non superano i 60 centimetri da terra e si cerca sempre di raggiungere la completa maturazione delle uve.

In cantina, le fermentazioni avvengono con i soli lieviti indigeni, e ognuna delle 35 parcelle di Chardonnay fermenta separatamente in barrique di rovere (nuove per il 10%, per il resto acquistate usate dal Domaine Leflaive di Puligny-Montrachet) dove poi avviene un lungo affinamento, fra gli 8 e i 12 mesi, con batonnage (tecnica di diretta derivazione borgognona che prevede la rimessa in sospensione delle fecce agitando il mosto con un bastone) inizialmente molto frequenti, ogni settimana durante l’inverno per poi arrivare a una volta al mese; la fermentazione malolattica non viene effettuata. L’imbottigliamento è quindi decisamente tardivo, e la maggior parte delle cuvée sono assemblaggi di più annate. La permanenza sui lieviti varia generalmente tra 3 e 10 anni, e quelli di Selosse sono vini che hanno assai più bisogno di prendere aria, dopo essere stati aperti, rispetto a come siamo abituati a fare con lo Champagne; sono più vini a tutto tondo, e il perlage, ancorché fine, è elemento che passa in secondo piano. Il dosaggio avviene esclusivamente con fruttosio puro, lo stesso zucchero contenuto nelle uve, e le etichette riportano sempre la data di sboccatura; si consiglia caldamente di attendere alcuni mesi dalla suddetta prima di aprire queste bottiglie, consci che l’apice evolutivo non avviene prima di quattro o cinque anni, o ancora di più per i prodotti affinati più a lungo, fra tutti il Substance, di cui ho esperienze splendide con bottiglie che hanno resistito alla sete per periodi intorno al decennio.

La produzione è attualmente intorno alle 60.000 bottiglie l’anno; recentemente, la gamma ha subito una modifica che ha portato all’eliminazione del Contraste, la cuvée Blanc de Noirs di Pinot Noir in purezza, considerato fra i migliori Champagne della categoria. Sta invece uscendo una serie di sei Champagne da singole vigne, tre di Chardonnay e tre di Pinot Noir, in produzioni limitatissime, un po’ come fa un altro grandissimo manico della Champagne quale è Jacquesson. Nel 2010 è uscita La Côte Faron (Pinot Noir da Ay), quest’anno è stata seguita da Le Carelles (Chardonnay di Mesnil) e Le Bout du Clos (Pinot Noir di Ambonnay) e si prevede di completare nel 2012 con il Pinot Noir di Mareuil e gli Chardonnay di Cramant e Avize.

In passato, Selosse ha ricevuto dure critiche per la grande variabilità tra bottiglia e bottiglia, con ossidazioni precoci e sentori non proprio puliti che facevano capolino qua e là, a inficiare una serie di performance con vette stratosferiche. Oggi lo stile sta diventando più pulito ed è generalmente meno ossidativo: potrebbe essere l’esperienza, potrebbe essere la nuova cantina ad Avize, potrebbe essere l’aggiunta di un modico quantitativo di solfiti per preservare i vini da invecchiamenti precoci, rendendoli meno fragili.

Brut Initial (100% Chardonnay, 33.000 bottiglie, sboccatura 7/2010)
Assemblaggio di tre annate che rimane sui lieviti generalmente per tre anni. Apre non proprio pulitissimo, con note ossidative e di lieviti spontanei, agrumi, frutta gialla matura, fiori secchi, spezie orientali e una bella mineralità iodata, anche se il legno è piuttosto coprente. In bocca è dichiaratamente Selosse, potente e piuttosto largo (anche se meno degli altri vini) ma spinto da una bella acidità; molto sapido, soprattutto nel finale. Con il tempo il legno si fa sempre più evidente. 86

Version Originale (100% Chardonnay, 3.600 bottiglie, sboccatura 11/2010)
Un extra brut che passa almeno quattro anni sui lieviti. Al naso frutta tropicale a profusione, ylang-ylang e spezie, c’è ancora un po’ di legno ma è piuttosto bene integrato, e le note sponti sono lievi. In bocca è austero e muscolare, entra secco e molto sapido, si fa apprezzare per la pulizia e non è privo di una certa tannicità. Col tempo rimane fresco e si fa vino, accentuando il suo carattere minerale. 90

Cuvée Exquise (100% Chardonnay, 1.000 bottiglie, sboccatura 4/2011)
Per motivi di struttura, si è preferito proporre questo vino per terzo in scaletta, nonostante il residuo zuccherino che è intorno ai 20-25 grammi, il che lo classifica come un sec e non come un demi-sec come pensano i più. E’ stato creato su richiesta di alcuni chef come Pierre Gagnaire per accompagnare dessert a base di frutta. Non è pulitissimo, ha qualche nota di cartone bagnato che ne inficia un po’ l’eleganza; peccato perché le note di fiori bianchi e gialli, frutta fresca e spezie orientali sono piacevoli e invogliano alla beva. L’ingresso è fresco e tutt’altro che sdolcinato, risulta piuttosto equilibrato ma a scapito di sapidità e complessità; leggero e morbido, chiude assai floreale, peccato per le note sponti e fenoliche. Rimane un po’ fermo nel bicchiere, con la sensazione di diventare più dolce e delicato. Assolve bene al suo compito, è valido come aperitivo o per accompagnare le stesse portate che si accompagnerebbero a un Riesling Spatlese; sui dolci a pasta lievitata, un bell’Asti metodo classico è abbinamento più azzeccato. 84

Millesimé 1999 (100% Chardonnay, “da 0 a 6.000 bottiglie”, sboccatura 3/2010)
Extra brut da vigne in Avize, un intero decennio sui lieviti. Apre profondo e ampio, con le note di uno Chardonnay maturo: miele, frutta tropicale, lievi segni di ossidazione e una mineralità spiccata, marmorea; ha una struttura piuttosto snella rispetto a quello che ci aspetteremmo da Selosse, il legno è sotto controllo, risulta fresco e di estrema pulizia, forse non così sapido. Laddove l’ingresso in bocca era glicerico, il finale è quasi amaro, per le note di ossidazione che si fanno evidenti, sempre più col passare dei minuti. Performance sottotono con note di ossidazione prematura per quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello del produttore, seppur in millesimo non felicissimo; la speranza è che la maggior parte delle bottiglie sia più fresca, perché a parte l’essere più avanti di quel che dovrebbe questo è un signor Champagne. 89

La Côte Faron (100% Pinot Noir, 1.600 bottiglie, sboccatura 2/2011)
Primo dei sei lieux dits monovigna di Selosse, extra brut da una vigna di Ay confinante con la Côte aux Enfants, da cui Bollinger produce probabilmente il più celebre e celebrato rosso fermo della Champagne. Non sarebbe millesimato, ma la base è dell’annata 2004. Apre molto sponti, ma poi si pulisce e rivela un profilo da Pinot Noir di razza, profondissimo e intenso, arancia candita, lampone, lillà e incenso. E’ muscolare ma non legnoso, più vino che Champagne, di gran carattere, i fiori e i frutti di bosco che invadono il palato con la loro succosità. Di grande corrispondenza, l’acidità c’è ma non si vede, non è straordinariamente complesso ma il rigore, la precisione, l’eleganza e la piacevolezza sono da fuoriclasse; il finale è fruttato, preciso e interminabile. Costerà caro, ma è uno dei migliori Blanc de Noirs sulla piazza e i termini di paragone sono tutti più costosi: Vauzelle Terme di Jacquesson, che è forse quello che gli si avvicina di più, e poi gli inarrivabili Clos St. Hilaire di Billecart-Salmon, Bollinger Vieilles Vignes Française e il “mostro” Clos d’Ambonnay di Krug, lo Champagne più caro al mondo. 92

Rosè (90% Chardonnay, 10% Pinot Noir, 6.000 bottiglie, sboccatura 7/2010)
Un rosé estremamente sui generis, destinato a dividere: per alcuni, il migliore o tra i migliori, per altri fuori dai parametri che uno Champagne rosé dovrebbe possedere. Assemblaggio tra Chardonnay di Avize e un piccolo saldo di Pinot Noir di Verzy e Ambonnay: logicamente, vista la cuvaison, il colore non può essere molto intenso. Il naso è di estrema finezza, molto minerale, polvere da sparo e pepe rosa, note fumé, noce e spezie orientali, profondo e complesso, leggermente ossidativo ma tutt’altro che stanco. Di grande personalità, secchissimo e assai sapido, potente e un po’ tannico ma di ineccepibile precisione ed eleganza, chiude rigoroso, ancora sulla polvere pirica. Un cavallo di razza, che personalmente ritengo interpretazione unica e da conoscere della tipologia. 91

Substance (100% Chardonnay, 3.000 bottiglie, sboccatura 8/2010)
Il più discusso Champagne di Selosse, prodotto con il metodo Solera; prodotto per la prima volta nel 1986, all’epoca si chiamava Origine e le bottiglie che recano quel nome sono oggi introvabili ed estremamente ricercate. Mai meno di sei anni sui lieviti. Alla prima snasata chiede tempo, portando avanti legno e note sponti; poi arrivano propoli, arancia candita, cassata, pinoli anche se le spezie dolci rimangono. Più largo che lungo, fortunatamente l’acidità è rilevante, poiché il corpo è pachidermico; lo trovo molto indietro, ma con qualche dubbio sull’evoluzione. E’ certamente unico, con pochi eguali per potenza, ma qui la tecnica sacrifica un po’ la territorialità; la bottiglia giusta sa essere grandissima, monumento all’opulenza champagnotta, splendida per accompagnare un pasto, questa è buona ma, a prescindere dai gusti, troppo giovane. 91


12 Commenti

avatar

leo

circa 7 anni fa - Link

Non sono invidioso di solito ma questa volta ti invidio, maledetto ! Ne ho bevuti solo quattro di questi e, dal basso della mia conoscenza, avrei alzato un po' i voti ma Fabio è tirato... ;-)

Rispondi
avatar

Alessandro Dettori

circa 7 anni fa - Link

Grazie ad un caro amico che me le gira ad ottimissimo prezzo, lo bevo abbastanza spesso. Il mio preferito continua negli anni ad essere sempre l'Initial. Quelli che ho bevuto non avevano il legno in predominanza, erano però sboccature precedenti... L'unico che forse non bevo sempre volentieri è il Rosé (piace a mia moglie) a causa del tannino aggressivo.

Rispondi
avatar

Flachi10

circa 7 anni fa - Link

Non capisco la frase: "si consiglia caldamente di attendere alcuni mesi dalla suddetta prima di aprire queste bottiglie, consci che l’apice evolutivo non avviene prima di quattro o cinque anni, o ancora di più per i prodotti affinati più a lungo, fra tutti il Substance, di cui ho esperienze splendide con bottiglie che hanno resistito alla sete per periodi intorno al decennio." 8 mesi come per l'assaggio della Cuvée Exquise sono sufficienti? il consiglio è di aspettare 4/5 anni dalla data di sboccatura? Grazie

Rispondi
avatar

Francesco Annibali

circa 7 anni fa - Link

Larghi, hai detto bene, sono vini larghi, e troppo lenti in bocca per essere spumanti aggiungo io. Ricordo un BdB sboccato da parecchi anni (e conservato perfettamente) che sembrava quasi un Manzanilla con le bolle. Meglio Moet e Chandon base e non lo dico ironcamente

Rispondi
avatar

superciuck

circa 7 anni fa - Link

Non ho mai assaggiato un Moet base, qundi non posso concordare con questa affermazione. La mia invidia è comunque grande per chi ha potuto fare questa degustazione. Ho ormai finito la mia cassa di Contraste sboccatura 2002. Le ultime bottiglie le ho bevute da solo per evitare chi dice "troppo ossidato" "ma è senza bolle, che cosa è"

Rispondi
avatar

Luca

circa 6 mesi fa - Link

eh???????? ma hai idea???? forse allora preferisci un prosecchino....

Rispondi
avatar

ivan

circa 7 anni fa - Link

Se qualcuno vuole scambiare moet e chandon base per qualche Selosse me lo faccia sapere..io sono disponibile per lo scambio!

Rispondi
avatar

Alessandro Dettori

circa 7 anni fa - Link

Stavo pensando la stessa cosa.... creiamo una lista d'attesa?

Rispondi
avatar

ivande

circa 7 anni fa - Link

ahahaha ok io ci sto...anzi voglio esagerare! Offro ben 2 moet&chandon, prelevati con cura dallo scaffale dell'esselunga in cambio di un substance..

Rispondi
avatar

gianluca bianucci

circa 7 anni fa - Link

Personalmente ritengo Anselme uno dei migliori produttori della Còte de Blancs soprattutto per le sue interpretazioni sullo Chardonnay. A mio avviso, invece, sul Contraste è stato meno continuo e per i BdN, pur avendone un'enorme considerazione, preferisco altri produttori come, per esempio, Egly-Ouriet. Anselme dichiara specificatamente di attendere almeno sei mesi dal degorgement prima di consumare, ma l'esperienza mi dice che è molto meglio attendere periodi molto più lunghi anche con l'Initial (almeno quattro/cinque anni). Stupefacente, anche, la possibilità di evoluzione del Rosè, contrariamente al solito. Non mi trovo molto in linea con i punteggi indicati dal Sig. Cagnetti, ma, si sa, le valutazioni a punti sono figlie anche della considerazione che si ha per il produttore e, probabilmente io ne ho troppa. Considerazione, che nel mio caso, arriva dall'aver pensato e successivamento prodotto degli Champagne stilisticamente diversi, ottenendo un notevole successo commerciale, e, tirandosi dietro un gruppetto di discepoli emulatori. Ricordo, di aver assggiato, anni fa, il vino base di Anselme e di essere rimasto allibito per la completa diversità rispetto ai vini base della concorrenza. Un difetto? Anselme in pochi anni ha quadruplicato il prezzo dei suoi vini. Ma fatta eccezione per questo piccolo-grande particolare i suoi vini sono davvero memorabili. Proprio ieri sera, una coppia di amici ci ha regalato una splendida cena accompagnata da Initial, Rosè, Substance, Millesimato 1996, preceduti solo da M. Fallon. Indimenticabile.

Rispondi
avatar

Francesco Annibali

circa 7 anni fa - Link

eh lo so che moet e chandon ha il grande difetto di essere prodotto in grandi quantitativi, senza corno letame, compost e quant'altro. Per di più di essere presente nella grande distribuzione, e non essere importato da una piccola enoteca della pianura padana con l'enotecario che legge porthos e c'ha la erre moscia (finta), in 240 bottiglie all'anno, eccetera. Però, se non bevete l'etichetta, non ve ne frega niente degli aspetti di marketing (perchè QUELLO sono) e magari aspettate un paio di anni dalla sboccatura, forse sembrerà anche a voi un ottimo vino.

Rispondi
avatar

ivande

circa 7 anni fa - Link

il contrast non verrà eliminato. Parola di Anselme.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.