Bianco Trebež 2003 Prinčič | La forza di un’annata inconsueta


L’annata duemilaetre è stata bestiale. Un caldo irreale ci ha perseguitato sin dall’inizio dell’estate. Su e giù per l’Italia ad ascoltare storie di siccità e calamità naturale. I campi soffrivano, le uve in vigna cuocevano sotto il sole. Stress idrico? Un eufemismo. Non è un caso che amanti del vino e anche sbevazzatori saltuari storcano il naso al solo pensiero di questo millesimo.

Non servono studi approfonditi o esperienza sul campo per intuire le conseguenze del clima sahariano, l’andazzo è riconoscibile bicchiere alla mano: i vini risultano cotti, bruciati, poveri di acidità, polverosi e asciuganti. Un disastro, insomma.

Partendo da questi presupposti – tempo fa – sembrò una forzatura ascoltare Josko Gravner, in totale controtendenza, parlare del 2003 come di una delle più belle annate mai osservate ad Oslavia (lembo del Collio goriziano al confine con la Slovenia), caratterizzata da uve sane, perfettamente mature e bisognose di solo di minimi interventi in vigna. Un paradiso, insomma. Proprio quando il resto d’Italia marciva, sudato, all’inferno.

È passato qualche anno eppure quelle affermazioni compiaciute riemergono prepotentemente nella nostra testa, stappando una bottiglia che di Gravner non è. Il Bianco Trebež di Dario Prinčič (blend di chardonnay, pinot grigio e sauvignon) è frutto della stessa indicazione geografica e grossomodo della stessa visione d’insieme: la natura al centro delle cose.

Trebež è un vino che spacca in due il pubblico: estremo per gli amanti della convenzione, oggetto di culto per chi ama il vino naturale. Nel bicchiere mostra molto di sé, è cromaticamente segnato dalla macerazione sulle bucce e affascina con toni rame inaspettatamente brillanti. Il bicchiere è limpido, non ci sono velature di sorta e il colore risulta stabile anche a ventiquattr’ore dall’apertura.

Ma è l’aspetto olfattivo che ci apre una visione nuova sull’annata maledetta: sensazioni agrumate – paurosamente vive – si incrociano con note minerali ampie e fresche. Il carattere varietale del sauvignon emerge nettamente, eppure le altre uve si muovono in maniere distinta e percettibile, creando un bouquet di grande finezza e fruibilità godibilità. E pensare che più di una volta avevamo pensato che le lunghe macerazioni pellicolari potessero essere omologanti, regalando solamente sensazioni di “infusione”. Qui fortunatamente c’è equilibrio e tutto è rispettato. La bocca, coerente, svela un vino giovane e fresco. L’assaggio ci sollazza, piacevolmente segnato da ricordi di arancia. Il finale è lungo, teso e succoso, l’alcolicità  mai evidente.

Insomma, emozioni da standing ovation, grazie alla capacità interpretativa ed esecutiva di Dario Prinčič e grazie alla mitica Oslavia, terra d’elezione che per  l’ennesima volta risulta essere fucina inarrivabile di vini, persone e talenti.





12 commenti a “Bianco Trebež 2003 Prinčič | La forza di un’annata inconsueta”

  1. Dan Lerner commenta:

    Grandissimi i vini di Dario Prinčič e grande come sempre la tua prosa evocativa. Un mini-carciofino te lo meriti però sulla fruibilità, termine troppo marketing oriented per accostarlo ai vini e ai bouquet di Dario. ;-)

  2. Dan Lerner commenta:

    Conosco. Amo. Condivido. E’ solamente la parola che aborro, amico mio.

  3. giovanni giovanni commenta:

    grandissimo vino. pochi giorni fa ho avuto i piacere di riassaggiarlo e mi ha nuovamente emozionato.

  4. TERROIR commenta:

    Ammetto di non averlo conosciuto prima di Cerea di quest’anno dove mi ha aperto un mondo…ricordo ancora la foto del grappolo ROSSO padre di questo vino a dir poco “destabilizzante”,ma molto piacevole….chapeau a Dario…

  5. carolina carolina commenta:

    io credo che sia no buono, di più! sopratutto per me che non amo particolarmente il pinot grigio, nemmeno se ce n’è poco. se poi lo assaggi con una fetta del suo salame…. :)

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