Bere solo grande Borgogna è peccato. Ve lo dice una peccatrice seriale

di Cristiana Lauro

Vorrei rinascere Marco Reitano, sommelier della Pergola all’Hilton di Roma. L’uomo assaggia abitualmente le migliori bottiglie del mondo, e lo pagano pure. Sere fa abbiamo bevuto insieme tre Borgogna memorabili, due bianchi e un rosso. E siccome l’amicizia è condivisione, eccoli a voi. Il primo è stato il Montrachet 1985 di Romaée-Conti: microparcella di 0,67 ettari coltivati in biodinamica senza folklore. Avevamo provato un ’86 da manuale lo scorso anno, che ricordo molto più pieno e lungo in bocca. Montrachet ’85 ha una sua densità ma non su toni imponenti e chiude un po’ stretto. Buona acidità, note evidenti di camomilla e miele ma il vino, decisamente integro, non si apre, non tira fuori il minerale, è un po’ compresso. Seppur armonico, non mi ha appagata. Ciò detto, malgrado le premesse, un ’85 così in forma è difficile da trovare.

Per la scelta del rosso ci siamo abbandonati alla mia grande passione per Henri Jayer: Cros Parantoux 1986. Cros Parantoux, dopo la morte di Jayer, è in estinzione e sono in esaurimento anche le scorte di cui si rifornì, con lungimiranza, quel brav’uomo di Giorgio Pinchiorri. Nella sua cantina di Firenze, anni fa, feci caso a una muraglia cinese di casse di questo vino e uscii con una botta d’invidia da overdose di Maalox. Buona annata l’86 in Borgogna e anche qui i paragoni si sprecano: ricordo un Romanée-Conti dello stesso millesimo che zittì per sempre i miei commensali a tavola (meglio così, erano dei rompimaroni). Cros Parantoux di Jayer è un’altra storia. Si distingue come stile da Rousseau, ad esempio, che personalmente non amo. Dovessi fare un parallelo, forse scomoderei Leroy. Il grande marcatore di questo vino è l’olfatto: naso balsamico, rinfrescante e iodato come un buon Barolo (evviva!), griffe dei grandi pinot nero. Bocca sostenuta, il tannino è fine ma un po’ lo frena e questo è l’unico appunto che azzardo su un grande vino che mi ha adeguatamente risarcita del misurato malcontento per la bottiglia precedente.

La serata è poi conclusa in pompa magna: Corton Charlemagne 1996, Coche-Dury: la bottiglia della serata, un vino da bere in punto di morte, prima del patibolo. Che coerenza, ecco lo chardonnay, il modello di riferimento. Naso fresco su pesca e mango con grandissima fusione di legni che esaltano (sennò cosa ci stanno a fare?) e celebrano, non sovrastano. Corton Charlemagne di Coche-Dury ’96 è ancora molto giovane, pare che in questa bottiglia il tempo si sia fermato. Spezie e frutti bianchi, è quasi acerbo ma in bocca spinge. Cielo, se spinge ‘sto vino!

Intendiamoci, dunque. Peccare mi piace, non farei altro, ma una boccata d’ossigeno ogni tanto non guasta. Il mondo va ben oltre la Borgogna e origliare i confessionali altrui non mi dispiace neanche un po’.

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Cristiana Lauro

Cantante e attrice di formazione ma fortemente a disagio nell’ambiente dello spettacolo, che ha abbandonato per dedicarsi al vino, sua più grande passione dopo la musica. Lauro è una delle degustatrici più esperte d’Italia e con fierezza si dichiara allieva di palati eccellenti, Daniele Cernilli su tutti. Il suo sogno è un blog monotematico su Christian Louboutin e Renèe Caovilla, benchè una rubrica foodies dal titolo “Uomini e camion” sarebbe più nelle sue corde. Specialista di marketing e comunicazione per aziende di vino è, in pratica, una venditrice di sogni (dice).

18 Commenti

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Il Guardiano del Faro

circa 7 anni fa - Link

Insomma, poteva andar peggio ;-) Un web-rientro alla grande! Welcome back Con Jayer ho sempre avuto poca fortuna, sempre scollinati, anche un 1986, però se non ricordo male era un Echezeaux, e comunque il 1986 in rosso, in Borgogna non gode di molta considerazione. Il bestione MONSTRE MONTRACHET sapeva ancora di legno ?

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Cristiana Lauro

circa 7 anni fa - Link

Ciao Guardiano! ;-))) No, Montrachet non sapeva di legno. Non era il legno il problema. L'86 era tutta un'altra storia. Sui rossi di Borgogna io ho trovato diverse sorprese, forse è stata sottovalutata come annata. Non è il top ma nemmeno così male come ci raccontano. Almeno per alcuni vini. Per Marco Grossi: Cros Parantoux in estinzione, dopo la morte di Henri Jayer intendo. Forse non si capisce bene dal testo e nel caso mi scuso. Per me gli altri non esistono. Jayer è il numero uno. Francamente non mi appassiona nemmeno Emmanuel Rouget. E già che ci sono ringrazio Armando Castagno e mi unisco alla stima collettiva :-)

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Il Guardiano del Faro

circa 7 anni fa - Link

I personaggi web ( che un po' ci sono e un po' ci fanno ) non devono scomparire, ce ne sono così pochi in grado di spostare il pubblico. Ho rintracciato anche la provocazione La Tache-Carema. Una "monellata" degna di black mamba. Prendersela con i Borgogna rossi 2004 e sparare sul governo è uguale. Però è un buon pro memoria. Intanto tutti gli iper market del sud della Francia ne hanno ancora "gli scaffali pieni" e non solo. E non escono a nessun prezzo. Di la dicono che è colpa dei giornalisti e dei blogger che ne hanno sempre parlato male. Non so cosa potranno fare per rimpiazzarli con i rouge 2007... ;-)

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Francesco Annibali

circa 7 anni fa - Link

Non ho capito, la sequenza era "lu Mòndraket" (come lo definì un cazulà alle Case anni fa) - rosso - CC?

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suslov

circa 7 anni fa - Link

pero' cosi' non vale e' un po' come dire: sono stanco, il mio lavoro di collaudatore di pornodive mi stressa ...

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Marco Grossi

circa 7 anni fa - Link

Perchè Cros Parantoux in estinzone? Forse le bottiglie di Jayer, ma da quanto ne so è ancora prodotto sia da Rouget che da Meo-Camuzet.

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Fabio Cagnetti

circa 7 anni fa - Link

Infatti "in estinzione" sono quelle di Jayer, che aveva mano ben più leggera dei due attuali produttori. Più sostanza e meno poesia, più corsa e meno fraseggi, più tecnica e meno vigna. Pur restando comunque bottiglie di livello supremo.

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william lee

circa 7 anni fa - Link

Bere solo Borgogna è da sciocchi.

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Fabio Cagnetti

circa 7 anni fa - Link

Bere solo ___________ è da sciocchi. Così come non bere __________ per principio.

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william lee

circa 7 anni fa - Link

esatto

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Arduino il marconista

circa 7 anni fa - Link

Lo chardonnay di riferimento? ma quale chardonnay? il Corton Charlemagne di Coche Dury non è uno chardonnay, è un grande Borgogna e basta. Così come un Echezeaux di Jayer non è un pinot nero ma un grande Borgogna e basta.

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Armando Castagno

circa 7 anni fa - Link

Si capisce che ne sa, ma scritta così non si capisce, signor marconista. Eventualmente, io direi "il Corton Charlemagne di Coche Dury non è uno chardonnay, è un grande Corton-Charlemagne e basta". Se no a leggere lei uno può pensare che esista una espressione di territorio unitaria (la "Borgogna") che spazia dai Marsannay Clos du Roy, periferia di Digione (per non citare gli Chablis) ai St. Véran. E mi pare lei sappia che non è così.

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Arduino il marconista

circa 7 anni fa - Link

Ha detto proprio giusto, Armando. Mi correggo allora. Il Corton Charlemagne di Coche Dury è un grande Corton Charlemagne (della parte della collina che guarda direttamente a sud) e basta. Mi fa piacere aggiungere che la stimo moltissimo. Ma non sono il solo su internet e fuori.

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il marchese

circa 7 anni fa - Link

Armando anche io ti stimo sia su internet che fuori.... A proposito di fuori verresti a letto con me. :-) Arduino ma non te l'ha insegnato nessuno che l'uso improprio della lingua è un reato... Scerzo ma sono innocuo.

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Arduino

circa 7 anni fa - Link

Le piace "scerzare", eh? nessun problema, io so stare agli "scerzi", qualunque cosa voglia dire

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Rossano Ferrazzano

circa 7 anni fa - Link

Ma perché, il fatto che sia un grandissimo Corton-Charlemagne, il fatto che rappresenti ed esalti al massimo l'impronta territoriale, toglie qualcosa al fatto che sia anche, sempre e comunque uno Chardonnay? Questa idea secondo la quale al cospetto del terroir il vitigno debba scomparire o almeno nascondersi meglio che si può non mi è mai piaciuta, e credo mai mi piacerà. Se in Borgogna si piantano quasi solo Chardonnay e Pinot Noir, e non invece Verdeca e Tannat un motivo c'è, ed è strettamente connesso proprio alle caratteristiche del terroir della Borgogna. Quando bevo Borgogna, anche dei massimi livelli, ritrovo sempre chiaramente il vitigno. Per mia esperienza la mano del grande produttore esalta, conserva e purifica tanto l'impronta della parcella quanto quella del vitigno. A dirla tutta ho sempre pensato che l'espressione territoriale sia solo un effetto indiretto e quasi accidentale della grande dedizione al vitigno. Che venga genealogicamente dopo, che sia un prodotto culturale successivo. Quindi spiritualmente più alto e più nobile, ma contemporaneamente dipendente dal valore intrinseco del vitigno, e sempre subordinato alla cura con cui ci si dedica alle caratteristiche del vitigno. Non banalmente alla salute della pianta, ma proprio alle caratteristiche degustative del vitigno. Il vitigno nei vini di grande terroir viene trasfigurato rispetto ad espressioni più rozze e grevi, non mai annullato e cancellato, come fosse una scoria, un'impurità, un fastidioso ricordo di origini plebee da cancellare quanto prima. Raffinandosi il vitigno diviene anche più trasparente, ma è la differenza che c'è fra un abito di alta sartoria e tessuto finissimo, che lascia indovinare perfettamente la figura, e un abitaccio di lana grezza e taglio informe che infagotta anche la più bella delle modelle. Non quello fra una persona nuda ed una vestita. Anche il più territoriale dei Corton-Charlemagne sarà sempre uno Chardonnay, e lo si potrà sempre considerare come uno Chardonnay. Così come bisognerà sempre considerare il Barolo un Nebbiolo, il Pessac un taglio bordolese, il Sancerre un Sauvignon Blanc, l'Hermitage uno Syrah, lo Scharzhofberger un Riesling... Lo stesso ragionamento faccio quando considero lo stile dei maggiori produttori di ogni vino classico. Certamente lo riconosco come elemento distinto e qualificante, spesso è la cosa che risalta di più nel vino, ma non per questo smetto di considerare quei vini come appartenenti alla loro denominazione, che implica territorio e vitigno. Così Bonneau du Martray è sempre un Corton Charlemagne cioé uno Chardonnay, Monfortino un Barolo cioé un Nebbiolo, Haut Brion un Pessac cioé un taglio bordolese, Clos La Néore un Sancerre cioé un Sauvignon Blanc, quello di Chave un Hermitage cioé uno Syrah, quello di E.M.Scharzhof uno Scharzofberger cioé un Riesling... invece lo Sperss non lo posso più considerare un Barbaresco cioé un Nebbiolo, e mi tocca considerarlo solo un buon vino di Gaja :-D

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Rossano Ferrazzano

circa 7 anni fa - Link

"...un Barolo cioé un Nebbiolo", ovviamente. Avevo scritto in principio "il Sorì Tildin", ma poi ho cambiato con lo Sperss, che mi piace mediamente molto di più.

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Francesco Amodeo

circa 7 anni fa - Link

Ne abbiamo parlato tante volte, come sai non sono molto d'accordo con te su questo punto: chiaramente il vitigno non può mai scomparire del tutto, altrimenti scompare il vino, questo è chiaro, ma le denominazioni di origine sono per definizione i luoghi dove il varietale si va a nascondere, o in alcuni casi addirittura si annulla, per far emergere il territorio. Dici "Se in Borgogna si piantano quasi solo Chardonnay e Pinot Noir, e non invece Verdeca e Tannat un motivo c’è, ed è strettamente connesso proprio alle caratteristiche del terroir della Borgogna." Trovo interessante a questo proposito il fatto, raccontatatomi da persona affidabilissima, che in Borgogna il vitigno maggiormente coltivato prima della fillossera fosse l'Aligotè e non lo Chardonnay. Questo perché l'Aligotè è un vitigno che "legge" il terroir molto meglio di chiunque altro; dopo la fillossera si preferì però reimpiantare Chardonnay in quanto vitigno più facile da coltivare, più resistente e produttivo e relegare l'Aligotè a zone meno vocate; definire il Clos La Néore "un sauvignon" a me suona davvero male, in quanto è un vino che - "male che vada" - sa pochissimo del proprio varietale e perlopiù in forme che non capita mai di incontrare, purissime, accecanti.

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