Barolo Riserva Gran Bussia | Una verticale del vino-simbolo di Aldo Conterno [parte 2]

di Emanuele Giannone

Questa è la cronaca della seconda serata di degustazione verticale che vede protagonista il Barolo Riserva Gran Bussia di Aldo Conterno – La prima serata è descritta qui. [F.S.]

1982: il granato vivo conserva tracce del colore più giovanile. In apertura si assesta su concentrato di pomodoro, piumaggio, tabacco, fiori secchi e appena un accenno mentolato, poi si aggiungono confetture di mora e prugna, selvaggina, humus. L’articolazione olfattiva si riflette in bocca come successione precisa, scandita da tannini ancora robusti e nella quale spiccano ancora il frutto scuro, la china, un tocco fumé e di tabacco (molto chiaro in retrolfazione). L’acidità è fendente, per nulla slabbrata e la tensione gustativa ne risulta alta e continua. Dopo quasi due ore svela sensazioni palustri e accentua quelle affumicate, con un finale di bocca arricchito da menta, anice e una bella nocciola. A seguire tè nero, cumino e pelle conciata. Preciso nello sviluppo, un esempio di finezza e austerità nel senso originario dell’espressione. Peccato averlo a disposizione per così poco tempo.

1985: il colore è più maturo rispetto al 1982 e le prime impressioni sembrano confermare lo stadio evolutivo più avanzato. Si sono acuite le note glutammiche e di fungo secco, sebbene una materia imponente e non del tutto svolta si intuisca sullo sfondo. Infatti l’apparenza declive dura una mezz’ora appena e il frutto nero prorompe insieme a viola, verbena, fungo porcino e liquirizia dolce. L’assaggio rivela tannini più setosi e pari tensione del precedente, rispondendo con precisione ai primi indizi olfattivi: cuoio e trinciato forte, mirtillo, slivoviz e rabarbaro. A un terzo, successivo passaggio si è disteso così da lasciar risaltare la consonanza tra l’acidità succosa, liquescente, la dote alcolica e l’estratto. Finale lungo con ricordi di corteccia di betulla, mentolo, terra e un aroma amaro-salato, quasi di alga.

1990: il più terragno. Muschio, cipresso, selvaggina, fungo e humus a marcare il primo contatto. Al secondo passaggio cuoio, fungo secco e carni bollite. Il sorso rivela un vino maturo fin dal tono dell’acidità, che è più piano e meno teso che negli altri vini, poi nella lunghezza e persistenza che sono di minor respiro, segnate da amarezze e astringenze importanti (mallo di noce, corteccia). Tannini severi, ancora ruvidi. Ampio e stratificato come tutti, lo caratterizzano tuttavia lo slancio meno prominente e una relativa mansuetudine nel carattere, più vibrante in altre annate e che in quelle proietta meglio lo sviluppo. Finale su note fumé, di pepe e tabacco.

1996: col 1995 avevamo solo scherzato. Questo è il vero oggetto di culto, con tanto di funzione religiosa. Molti velocipedi avevano già più volte intonato e ripetuto il De profundis sopra la sua ratafià e le sue decozioni, i catrami, le salamoie e l’intero campionario dei sentori ossidativi. I versi intercalari dell’orazione funebre erano disquisizioni sulla destrutturazione delle varie componenti organolettiche quale segnale inequivocabile di decadimento. Erano passate più di tre ore dall’inizio della cerimonia: pochissimi, tra questi fortunosamente il sottoscritto e altri strenui sentimentali, o ingenui scaramantici, si erano trattenuti dal rovesciarlo nella brocca comune. E il colore vivo, svariato ancora di rubino? E quella indefinibile sensazione al naso, di spessore o profondità, al di sotto delle salve più scomposte? Liquidate come pratiche di tanatoprassi. Ma il beffardo monfortino, morto apparente, a quel punto esce dalla sua lipotimia e saluta tutti con un gesto – un soffio, un sorso – apotropaico, apparentemente poco urbano. In realtà è di stupefacente finezza. Ter quaterque: succo di ribes nero, oliva nera, ciliegia sotto spirito, lukum, nocciola, ibisco ed erica. Un flusso inesausto di suggestioni che procede con bacca di ginepro, resina di pino, pipa, malto d’orzo, muschio e cacciagione, quindi le variegate note fumé e balsamiche. Testiculis tactis. Impressionante al sorso: fendente, senza cascami, diritto e austero. Presenta i sapori in sintesi, quasi distillati, spoglio di ogni gravame e per nulla passato. Resta la traccia mnemonica, diuturna, delle note in persistenza: frutta (prugna, visciola), menta e cioccolato, marzapane, legno di rosa, sigaro e viole passe. Più un caldo e tardo bagliore da distillato, complesso, amarotico e salato (Ardbeg: salsedine e alghe). Iactura fugata est.

2000: colore e naso giovanili, evidenti le note di marasca, caramella alla ciliegia, pietra (ardesia) e polvere di carbone, più sfumata quella di rabarbaro. Sulla resa espressiva unitaria sembra prevalere l’intensità di alcuni riconoscimenti. Bocca molto sapida in apertura, piena del corpo e delle sensazioni caloriche, precisa nei ritorni della marasca, poi nel ribes e nel fungo fresco. In lunghezza è massiccio più che definito, la dote calorica sfuma in richiami di confetture e al momento prevale su interessanti note terrose e balsamiche, intuibili ma poco salienti. Tannini molto serrati e dagli aromi di legno (matita, balsa) e noce in persistenza.

2001: robusto, non esprime finezza come molti dei precedenti perché è determinato da tratti giovanili e dalla cifra che ammicca sia a suadenza, sia a potenza, e con ciò non si risolve. Di tutte le annate in degustazione è quella in cui maggiormente risaltano gli aromi speziati (dolci: noce moscata, vaniglia, cannella) e di pellame. Sorso imponente, succoso, che si discioglie in un frutto scuro particolarmente dolce e note mentolate molto nette. Evolve in potenza e rondeur, quasi grasso, l’acidità gli resta sempre collaterale; poi incespica sulla chiusura ancora brusca, vanigliata e amara, cruda nel tannino e ricercatamente smussata dal tratto dolce, persino burroso (burro fuso e di arachidi), molto persistente. Ammetto la delusione e tuttavia, non avendolo mai degustato in precedenza, non ho termini di paragone. Chi lo conosce meglio saprà se è questione di ricomposizione in progresso o di piuttosto di composizione a programma.

Rendo merito, in chiusura, all’Enoclub Grottaferrata, cenacolo illuminato e scanzonato, una non-istituzione di sanissimi principi. Su tutti, uno di matrice veronelliana a me particolarmente caro: quando si tratta di degustazione o abbinamento la prima regola, anzi, «la migliore regola è di non seguirne alcuna». I miei ringraziamenti personali a Santolo Cuozzo per la solerzia nel reperimento delle bottiglie e la cura nell’organizzazione, nonché all’altro Barolopédiste Piergiorgio Paglia. Un ringraziamento particolare va anche ad Andrea Federici per le immagini e i commenti sui vini, che ho ascoltato o consultato insieme a quelli di Francesco Vettori e Patrycja M. Chiari.

[Crediti | Immagini di Andrea Federici]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Una nota. Per quanto mi riguarda fu una degustazione gloriosa. L'unico rimpianto è odierno ed è l'evidente anacronismo delle note sulla Riserva '96: iactura non fugata. Riposi in pace, Signor Aldo Conterno. E grazie per ogni Suo gesto di stupefacente finezza.

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attoadivenire

circa 7 anni fa - Link

Grande Emanulele bellissima e precisa descrizione dei vini.... Poi il fatto di non mttere i soliti voti in cent. è stato da vero signore, sei uno dei pochi che ha veramente rispetto per il vino e in questo caso per il grande Aldo Conterno!

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