di | lun 11 apr 2011 ore 17:17
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Padiglioni lontani

Altri fierismi | Summa 2011, per esempio

Nel paese dove ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao e le marmotte incartano la cioccolata c’è (c’è stata) Summa, un’Expo alternativa e satellitare rispetto al Vinitaly. Buoni motivi per andarci: l’Alto Adige a me pare l’Eden (forse s’è capito). Alois Lageder, l’ospite, era eco-bio e vinoverista quando tutti noi ci rotomaceravamo nei turbomodernisti e bevevamo sciroppo di rovere francese, quindi onore al merito. Gli espositori sono praticamente tutti mozzafiato: c’è una gran bella selezione di Austria e Germania, coi loro bianchi affilati come lame, e gli italiani presenti sono comunque tutti eccellentissimi. E allora, vogliamo trovare qualcosa che non va in questa rassegna? Ma sì: troppo successo. Troppe presenze, nella giornata di domenica, quasi duemila (m’han detto) per una struttura in grado di ospitarne sì e no la metà. Quindi decidiamoci: o si va a Summa per assaggiare e lavorare duramente, in mezzo ad una calca sul genere metropolitana di Tokio, senza speranza di sedersi, mangiare, respirare, oppure si sta a casa. Sulla dubbia efficacia di presentazioni del genere s’è già accennato e (ri-prometto) ci torneremo su. Ma (intanto), per trattar del ben ch’io vi trovai, dirò dell’altre cose ch’io v’ho scorte.

Primo della lista, il padrone di casa (Lageder): molto buono il Lagrein Lindenburg 2007, che è post-modernista senza caricature, nonostante i 18 mesi di barrique, profondo al colore e al naso, 82/100. Molto piacione ma stiloso lo Chardonnay Löwengang 2008, 79/100. Saltabeccando tra i miei appunti (giuro che vi faccio una sintesi) mi prostro devoto dinanzi al Barolo Falletto 2007 di Bruno Giacosa, rinfrancante per l’ampiezza aromatica, e che tannini: 89/100. Al tavolo di Giacosa si assaggia pure il Brut rosè, detenuto sotto una perfida lingua di luce solare filtrata dalla finestra e rigorosamente senza secchiello del ghiaccio. Eccelle lo stesso (83/100) anche straziato in questo modo, pazzesco. Passo al Moscato d’Autunno 2010 di Saracco e mi chiedo: ma quest’uomo, la sbaglia mai un’annata? Possibile che tiri sempre fuori robe da 85/100? Come minimo, eh. Lì vicino assaggio il Porto Vintage ’75 di Graham (sistematicità non ti conosco) e cerco di non farmi vedere mentre singhiozzo di commozione: uva secca, balsamicità da sciroppo, tensione all’assoluto; 92/100. Manfred Tement mi da’ un’altra gioia, perché presenta alcuni Sauvignon che puzzano d’una mirabolante pipì di gatto. Questa caratterizzazione, per molti criticabile, a me piace da impazzire, per cui il suo Grassnitzberg 2010 si becca un 86/100. E nelle note ho scritto MIAO col punto esclamativo, fate voi. Solo un accenno al Pinot Nero Cécile 2006 di Bründlmayer: è veramente irritante. E’ irritante pensare a certi Pinot Nero italici senza speranza, e poi arriva questo austriaco e tira fuori un poderoso, tannico, irrituale PN. Vabbe’, stipicizzato, ma stai a guardare il capello? 85/100. Chiudo prima della pausa pranzo (manco fossi un bancario) con le dolcezze di Kracher, che propone Auslese, Beerenauslese, Trockenbeerenauslese, che non sono gradi della Wehrmacht ma vini dolci. Immenso Zwischen den Seen Nr.1, che riesce ad essere assieme dolcissimo ed austero. 88/100.


La pausa pranzo è il big fail della fiera: code inenarrabili, sul genere mensa universitaria (ah, i ricordi) solo che qui il caterer è griffato. Succede di tutto: alle 13 lo stand della pasta dice che “chiudiamo un po’, facciamo una pausa, riapriamo alle 14″. Prego? Affronto la coda in mezzo a mille che immagino fini gourmet, e mi chiedo come mai nessuno mugugna. Prevale la rassegnazione. Finito lo strazio incrocio un amico che con aria solenne mi annuncia “vado a farmi i Riesling” manco scendesse in miniera, quindi inizia la seconda parte della giornata.

“I Riesling” coi loro produttori stanno sull’impervio granaio di Casòn Hirschprunn (ma ce l’avrà l’agibilità per tutta ‘sta gente?) e io attacco il lavoro. Ve lo dico subito, vi risparmio le descrizioni. I Riesling tedeschi rappresentano l’ultimo stadio degustativo dell’enofilo: sono tanto di tutto: tanta acidità, sostanza, pietrosità minerale. Dopo dieci-venti assaggi di questi mostri comincio a dare voti assurdamente bassi (sotto gli 80 centesimi) quindi capisco che sto andando in saturazione: è un po’ come mangiare un tartufo a morsi, è veramente troppo. Poi ci sarebbe l’abuso del termine minerale: al trentesimo Riesling minerale scambio un po’ di battute con l’addetta commerciale di Kühn, che è competentissima, simpaticissima e pure dolcissima (e parla italiano). Le chiedo, e mi chiedo, se è il caso di ammettere una buona volta che la mineralità, come sembra, non c’entra nulla coi sassi presenti in vigna, visto che questi non transumano dalla radice al bicchiere: facciamo finta di niente? Continuiamo a dirlo imperterriti? Decidiamo di sì, ma non raccontatelo in giro. Io i Riesling che ho assaggiato, per tirarmela da strano, li definirò pietrosi.

[Immagine principale: Summa11.eu. Il filmato è relativo al Summa di un paio d'anni fa, ma rende l'idea]


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4 commenti a Altri fierismi | Summa 2011, per esempio

  1. avatar vinogodi

    …cito:”I Riesling tedeschi rappresentano l’ultimo stadio degustativo dell’enofilo: sono tanto di tutto: tanta acidità, sostanza, pietrosità minerale”..

    Ti chiedo : non è un pò generico o addirittura semplicistico? I Riesling “secchi” tedeschi sono indubbiamente i più buoni al mondo per la categoria ma in valore assoluto ben poca cosa rispetto alla complessità degli Chardonnay di Borgogna/Chablis ( o Jura) e i Sauvignon di Loira o , addirittura i Riesling Alsaziani , salvo l’indomito “de gustibus” che rimette a posto qualsiasi concetto di prevalenza sensoriale . Forse perchè il Riesling Krucco lo adoro quando inizia ad avere quel fondo zuccherino … che sò , dall’Auslese in su . Qui davvero siamo ai vertici … che dico … alle sommità del Sistema Planetario tutto …

    • mah, lo chard in borgogna mi evoca piu’ eleganza. i riesling in germania pungono di piu’. certo, poi l’alsazia uber alles, e non ci sono piu’ le mezze stagioni. comunque, due etti di degustibus, per me.

      • avatar vinogodi

        ..ho la sensazione netta che le parcelle migliori le riservano per i vini che loro stessi considerano “seri” , cioè quelli con residuo zuccherino , mentre quelli secchi un salutare rimpolpamento di portafoglio senza grossi sacrifici . Chiaro che la valorizzazione economica dei vini dolci va di pari passo con la loro emozionalità ; emozionalità che non traspare del tutto nei secchi . Quasi come se loro stessi li snobbassero …

  2. Pingback: Qui già si comincia a pensare al prossimo Vinitaly | enoiche illusioni

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