11 mostri tra Chambolle-Musigny e Morey St. Denis: la vergine e l’ermafrodito. Note e punteggi

11 mostri tra Chambolle-Musigny e Morey St. Denis: la vergine e l’ermafrodito. Note e punteggi

di Redazione

Alessandro Vaudagna è un giovane farmacista torinese col vizietto dei grandi vini. Ha una ottima conoscenza di certe zone e sin troppo pochi peli sulla lingua. [a.m.]

Cote d’Or, interno giorno. Siamo saliti in Cote De Nuits per l’approfondimento domenicale di due grandi comuni vicini e diversi del grande vino di Borgogna: Chambolle-Musigny e Morey St. Denis. Dopo 5 grandi vini di Morey e 6 di Chambolle cosa uscirà fuori? Degustazione alla cieca già sapendo che ci saranno i cannoni.

Anzitutto, partiamo dalle basi. Chambolle-Musigny è una verginella sensuale, educata e vaporosa: seduce l’ assaggiatore ignaro e inerme, lo ipnotizza. Morey St. Denis è l’ermafrodito, stretto nella morsa tra la potenza terrosa e virile dei vini di Gevrey-Chambertin e la grazia aerea, fluttuante e angelica dei vini di Chambolle.

Separati da poco più di un chilometro, i due comuni poggiano pressoché sugli stessi strati calcarei giurassici ricchi di fossili marini, con esposizione ad est. Possono variare sensibilmente le altitudini, le pendenze e gli influssi delle Combe sul microclima ma, sulla carta, Morey e Chambolle non sembrerebbero dare vita a vini così lontani tra loro.

Solo con l’esperienza di degustazione alla cieca, le certezze che studiamo sui libri arrivano a vacillare, o addirittura ad essere ribaltate, e allora si scopre il lato virile, cazzuto e tannico dei vini della parte nord di Chambolle o dall’altra parte, si cade in preda alla complessità aromatica, cristallina e penetrante, quasi ipnotica, di alcune versioni di Morey in millesimi sottili che ribaltano le certezze comuni.

I primi tratti che mi tornano in mente quando si parla di Morey sono l’esplosività aromatica delle spezie piccanti, la carnosità selvatica e anche un po’ burbera dei tannini, la sapidità salivante che invita alla tavola. Di Morey spesso si conosce troppo poco: si apprezzano i village, si ignorano i premier cru e ci si focalizza giustamente sui quattro giganti che ne alimentano la fama, Clos de Tart, Clos des Lambrays, Clos Saint-Denis, Clos de la Roche e Bonnes Mares (condiviso con Chambolle-Musigny).

Si parte con gli assaggi dei rossi, alla cieca, per sviscerare caratteri comuni, differenze e sfumature. La domanda che ci guida sarà: “Ti sembra un Morey o uno Chambolle?”. Seguita a ruota o preceduta da: “Quanto ci piace?”. E in tutto questo, quanto conta il terroir? Quanto il manico? Quanto il millesimo?

Analizzererò gli assaggi partendo da nord, al confine con il Premier Cru Gevrey-Chambertin Aux Combottes, dove troviamo il più vasto dei Grand Cru di Morey: il Clos de la Roche. Dal cui nucleo originario nascono forse i vini più complessi, longevi e struggenti di tutto il comune. Nomi come Dujac, Leroy, Lignier e Ponsot fanno tremare le ginocchia e hanno creato nei decenni l’aura di magia dei vini del Clos. Come sempre, la mano del produttore ha grande rilevanza nel creare molti profili all’interno di un cru piuttosto grande e frammentato, ma potrete sbizzarrirvi spaziando dalla finezza impalpabile della versione di Raphet (quasi un finto-semplice), ai profumi stordenti di quelle non diraspate di Duband e Lignier-Michelot; a quella più selvatica e floreale di Chantal Remy; all’eleganza aristocratica e setosa di Arlaud; alle versioni più moderne e strutturate dei négotiants; fino all’olimpo dei vini che hanno bisogno di lustri per sgranchirsi e regalare, ai più pazienti, un Clos de la Roche immortale che sa di fiori appassiti, ferro e tannino al sale amaro.

 

ROUSSEAU – CLOS DE LA ROCHE 2006
Ricordo una recente chiacchierata con Cyrielle Rousseau, sorseggiando alla cieca un suo Mazis-Chambertin 2006, mentre lei mi metteva in guardia sui 2006 del papà Eric, il quale tende a paragonarli alla freschezza e alla rotondità dei tannini delle sue vendemmie 1992 e 2000. Mi disse: “I nostri 2006 sono discontinui, puoi trovare la grande bottiglia, ma la delusione è dietro l’angolo. Vanno ancora aspettati.

Quel Mazis era straordinario, ma ricordo gli ultimi due Chambertin 2006 assaggiati come mezze delusioni. Poi mi confermò come Clos de la Roche non sia mai stato il loro cavallo di battaglia, ma raccontava con orgoglio come nelle ultime 5-6 vendemmie fossero finalmente riusciti a sviscerare la mineralità propria del terroir.

Una leggera scia calda, dolciosa, dà ampio respiro agli aromi di frutti e fiori rossi,. È un vino bucolico, rilassato, pacioso e morbidoso. Riporta alla mente una ragazzetta pingue alle prese con il suo lecca-lecca alle fragoline. Il sorso è elegante, setoso ma fin troppo glicerico, quasi glassato e ancora frenato da una tostatura vanigliata. Banalotto, fin troppo facile e leggibile: non c’è traccia della complessità tridimensionale di un vero Clos de la Roche e manca totalmente la vibrazione minerale propria del cru. Mi è capitato dopo numerosi sorsi, di voler bere sempre un bicchiere d’ acqua. Si rabbrividisce pensando ai prezzi odierni. 90
Prezzo medio: 300 euro.

Rousseau

PONSOT CLOS DE LA ROCHE VIEILLES VIGNES 2008
Produttore storico Ponsot, tra i più radicati nelle gerarchie e dinastie da decenni; figura aristocratica ed esempio di aplomb e fascino. Da sempre acerrimo nemico del legno nuovo e dei solfiti, visionario e precursore di tante innovazioni quali i tappi Guala in polimeri di silicone e casse di legno munite di microchip.

Laurent paragona la vendemmia tardiva e le basse rese della 2008 alla sua 1978. I vini di Laurent sono tutti bocca e poco naso, e in un’annata fresca e piovosa le vecchie vigne non fanno che amplificare questa dicotomia tra la quasi totale mancanza di spunti olfattivi e l’emozione del sorso, che incarna ed esalta tutti i caratteri di un millesimo che ha premiato chi come lui ha saputo ritardare il più possibile la vendemmia (iniziata ill 4 ottobre).
La potenzialità è ovviamente smisurata e dubito che questo 2008 possa decadere prima di una quindicina d’anni ma l’assaggio odierno è già eccezionale; regna un equilibrio magico, pacato e ieratico tra le parti (come spesso accade, i grandi vini sono tali anche da giovani).

Il corpo è dosato, teso, bilanciato, purissimo ma profondo allo stesso tempo; l’acidità propositiva, a tratti linfatica e nordica; il tannino maturo e fitto, ma di seta.. Emoziona e ricorda l’ aristocrazia sabauda e la potenza senza peso del Monfortino 2008. 96
Prezzo medio: 300 euro.

 

DOMAINE DES CHEZEAUX CLOS ST. DENIS VIEILLES VIGNES 2006
La famiglia Mercier è proprietaria dal 1928 di prestigiosi appezzamenti che affitta ad altri produttori, i quali svolgono il 100% del lavoro in vigna e in cantina e conferiscono al proprietario parte delle bottiglie, che vengono etichettate come Domaine des Chezeaux. Dal 1982 Laurent Ponsot si è occupato della produzione di questo Clos St. Denis da vigne centenarie, che è pertanto lo stesso vino contenuto nelle bottiglie con etichetta Ponsot. Molto stimolante il paragone tra due vigne adiacenti, molto diverse solitamente come risultato finale nel bicchiere. Lo stile in bocca è riconducibile alla mano austera ed elegante di Ponsot ma in questa versione, di giacosiana reminiscenza, vince l’accoppiata vigna-millesimo.

Il frutto è dolce, sferico, morbidissimo e friendly. Il Clos St. Denis ti prende per mano, non mostra mai gli artigli come il suo vicino Clos de la Roche, ma fodera i sensi con texture gentile, in souplesse, tale è la dolcezza che viene dalla maturità fenolica, capace di nascondere la spina tannica sottostante, in cui pulsano le vigne vecchie.

Il tannino fitto al the nero è ancora presente e non c’ è nulla di strillato né esplosivo: è un vino da assecondare, da cercare, da intenditori: meglio davanti a un camino in solitudine. Per altri stimolanti confronti tra produttori che producono sia Clos de la Roche, che Clos St. Denis, suggerisco di assaggiare le versioni di Arlaud, Dujac, Lignier-Michelot o Leroux.

Avviso ai naviganti: se trovate qualche etichetta di Griotte-Chambertin o Clos St Denis del Domaine des Chezeaux, risparmierete non poco rispetto all’etichetta ufficiale di Ponsot. Io non vi ho detto nulla ;-). 95
Prezzo medio: 200 euro.

 

YANN DURIEUX MOREY ST. DENIS 2012
Dopo aver lavorato per 10 anni al Domaine Prieuré Roch, Yann Durieux riprende in mano i 3 ettari di vigne di famiglia nel borgo di Villers-la-Faye, lassù in collina nelle Hautes-Cotes. Nel 2010 la prima vendemmia e la prima produzione garagista e “confidenziale”. Il mondo ha impiegato pochi anni per accorgersi e stupirsi del suo talento innato nell’interpretazione della biodinamica dei vini immediati, digesti e irresistibili.

Dal 2012 esce questa micro-cuvée vinificata da una parcella in affitto nel Porroux a Morey St. Denis. Il vino, sia chiaro, di “village” ha soltanto l’ etichetta. Alla cieca qualcuno spara sempre nomi altisonanti: Bizot, Prieuré Roch, Leroy, Romanée-Conti. La matrice è la stessa, il manico e la goduria immediate pure.

Ha bisogno di due ore di decanter e shaker per dissipare una fortissima riduzione, le cui tracce intriganti restano sempre nel naso, sotto forma di polvere pirica e spezie anestetiche. In bocca invece è un’esplosione di ogni tipo di frutta amara spremuta a mano. Complesso, stratificato, graffiante nel gioco tra legno, frutto, raspi e mineralità cupa, che regala una persistenza degna di un grand cru, senza averne il peso e la difficoltà di beva.
Conserva la parte aromatica dei vini del suo maestro, con tonalità meno opache e maggiore pulizia. La prossima volta vorrei berlo insieme al Clos Goillotte di Prieuré-Roch, sono sicuro che se la giocano. Vino incredibile, carissimo ma purissimo. Grande omaggio al maestro Henri-Fréderich Roch e gemma introvabile, da bere ora, senza aspettare domani. Unico come il genio che lo produce. 93
Prezzo medio: 220 euro.

Yann

ROUMIER MOREY ST. DENIS 1er Cru CLOS DE LA BUSSIERE 2007
Altro confronto stimolante quello che affianca l’unico Morey St. Denis prodotto da Roumier con un 1er Cru di Chambolle come Les Cras. Il Clos de la Bussière spesso è il vino più scuro, rustico in gioventù e meno ricercato di Christophe Roumier e spesso il suo Chambolle village lo supera in finezza, carattere e sex appeal. Non avevo mai assaggiato il 2007 e devo ammettere che sono rimasto piacevolmente sorpreso. Il frutto compatto venato di mentuccia e la glassa del rovere portano alla mente un Barolo moderno. La bocca è molto corrispondente con il naso, si avverte la leggera speziatura balsamica del rovere e un senso di leggero calore alcolico. Media acidità e tannino carnoso portano avanti una dinamica in cui il finale amaricante è la parte migliore: segno che il vino ha bisogno ancora di qualche anno di bottiglia. Alla cieca ci si aspetterebbe un 2007 più sottile e aromatico, ma questo Morey ricorda molto il Bonnes Mares 2007, e non fa che ricordare che i Cru più “maschili” di Christophe hanno sempre bisogno di anni per distendere la fitta trama tannica. 91
Prezzo medio: 150 euro.

 

CLOS DE TART 2012
Una delle ultime gemme di Sylvain Pitiot, ex régisseur del Domaine fino al millesimo 2015, prima che Francois Pinault (proprietario dello Chateau Latour di Pauillac) acquistasse tutta la “baracca” per una cifra che si aggira intorno ai 250 milioni di euro. Annata difficile, la 2012, di basse rese risultate da fenomeni di acinellatura e acini con buccia spessa in quasi tutti i sette settori in cui è suddiviso il monopole da quasi 8 ettari. Il savoir faire di Sylvain lo ha portato a decidere per estrazioni più gentili del normale e il vino che ne deriva, anche in questa fase di estrema gioventù, è meraviglioso.
Cristallino, pulitissimo, fragoline rosse in gelatina venate di un tocco più che sensibile di spezie balsamiche da raspi; puro e goloso insieme, molto baroleggiante: mi è tornata in mente qualche versione recente del Barolo Serralunga di Principiano. Naso sexy, profondo e cangiante, da starci ore. Così buono da annusare che quasi si dimentica l’assaggio.

In bocca regna un equilibrio magistrale tra le parti: il corpo è atletico, muscoloso ma dinamico, elegantissimo, filante e lontano anni luce dai Clos de Tart concentrati e legnosi delle versioni passate. Guadagnerà sfumature nuove con il tempo, ma perché attendere se è già così irresistibile? 97
Prezzo medio: 350 euro.

 

Clos de Tart


DUJAC – BONNES MARES 2006
Jeremy Seysses di Dujac definisce la 2006 un’annata classica, con condizioni climatiche simili ad annate come la 1991, la 1993 e la 2001, ma con tannini più gentili. Come da protocollo, la vinificazione prevede una grande percentuale di raspi, in realtà poco avvertibili al momento dell’assaggio, perché il vino è ancora in una fase di parziale reticenza aromatica. Molto balsamico e contratto, austero e virile, come ci si aspetterebbe da un Bonnes Mares giovane: un pachiderma lento nell’incedere che ha bisogno di tanti anni per scrollarsi di dosso i residui di élévage e di frutto primario. In bocca si avvertono l’ottima fattura e l’equilibrio, ma tannino e acidità sono ancora troppo in evidenza, e il vino risulta addirittura “sprecato”, oggi. Lasciatelo in pace per una decina di anni.

Per chi cercasse versioni più fini, floreali ed eleganti di Bonnes Mares consiglio di cercare vini di Arlaud, Bruno Clair o le ultime meravigliose annate di Groffier. 92-95/100
Prezzo medio: 500 euro.

Borgognata

ROUMIER CHAMBOLLE-MUSIGNY 1er Cru LES CRAS 2006
Come nel caso di Rousseau, anche Christophe tende a paragonare i 2006 ai suoi 2000. Sono vini di grande trasparenza ed eleganza di tannini, per via del basso rapporto buccia/polpa, la freschezza della materia è anche garantita dal fatto che nella 2006 una vigna in pendenza come Les Cras non ha rischiato muffe o surmaturazioni. Il confronto tra il Clos de la Bussière e Les Cras non poteva che regalare vini opposti e didattici. Nonostante sulla carta la 2006 sia meno fine e aromaticamente meno complessa della 2007, in questo Chambolle vince la vigna, e il profilo fresco, sapido e a tratti ossuto rispecchia alla perfezione il suolo magro e sassoso di questa vigna fresca a mezza quota, all’imboccatura della Combe d’ Ambin: patria di pinot noir austeri in gioventù, in cui la mineralità lucente risplende e rieccheggia. Il naso è pietroso, balsamico, e austero, di eleganza nordica. Scorre aereo a braccetto con tannini impalpabili di grana gessosa. Vino che ha bisogno ancora di qualche anno per guadagnare profondità, ma già oggi è il prototipo dell’eleganza virginea di Chambolle e la bottiglia finisce in pochi minuti.
Per chi amasse questo tipo di profilo a tratti glaciale e minerale, consiglio di provare a paragonare Le Cras di Roumier con la versione purissima di Ghislaine Barthod. 92
Prezzo medio: 250 euro.

Roumier

AMIOT-SERVELLE CHAMBOLLE-MUSIGNY 1er Cru LES AMOUREUSES 2006
Quando una vigna contiene la radice dell’innamoramento nel proprio nome, non si può far altro che pretendere di rimanerne sedotti e stregati. Nel caso di un produttore come Amiot-Servelle purtroppo questo raramente accade e le velleità di seduzione dell’etichetta vengono subito tradite da un profilo smaltato, zuccherato e poco a fuoco. La sensazione è quella di un legno di qualità non consona al blasone del cru; la bocca è magra, poco presente e il finale grezzo e trucioloso. Non credo che con il tempo l’ anatroccolo si trasformi in un cigno. 86
Prezzo medio: 200 euro.

 

LUCIEN LE MOINE – CHAMBOLLE-MUSIGNY 1er Cru LES AMOUREUSES 2010
Micro-Maison di négoce fondata nel 1999 dal libanese Mounir Saouma e dalla moglie Rotem. Lo strano nome del Domaine deriva dalla traduzione del libanese Mounir (Luce – Lucien) e dalla gratitudine verso i monaci da cui ha appreso l’ arte enologica (il monaco – Le Moine).

L’intento dei coniugi nasce dalla scrupolosa selezione che viene fatta ogni anno delle migliori uve in alcuni dei migliori 1er Cru e Grand Cru di pinot noir e chardonnay. Dopo l’ acquisto dei mosti, la vinificazione avviene in legni nuovi nella fredda e umida cantina di Beaune, con scrupolosa metodicità e basse aggiunte di solfiti.

La meticolosità produttiva e la scelta dei Cru ha traghettato i vini di Le Moine nell’olimpo delle più ricercate e costose etichette di Borgogna, e la “confezione” ha sempre attirato quella fetta di pubblico internazionale che ricerca vini dall’imponente quota di frutto e copiosa impronta del rovere. Come in altri assaggi della giornata, nel caso di questo Amoureuses in annata di grazia, il terroir e il millesimo hanno avuto la meglio sulla confezione e il vino è stato per me una delle sorprese più positive della degustazione.

Ancora molto primario e sul frutto, ma esplosivo e ultra-speziato, per nulla vanigliato e di meravigliosa definizione aromatica. Il corpo è tutt’ altro che smilzo, ma l’ annata straordinaria porta in dote acidità e purezza a profusione. E’ tutto perfettamente al suo posto e di decennale prospettiva. Lontano dalle versioni in sottrazione di Mugnier o dall’ esplosività floreale di Groffier, ma è ben fatto, morbido, setoso, sexy, scorrevole e dall’ enorme potenziale di miglioramento. 93-95
Prezzo medio: 300 euro.

LM

JACQUES-FREDERIC MUGNIER – MUSIGNY 2007
Parte animale, molto ridotto e sulfureo. Ricorda uno straccio bagnato. La bocca non è da Musigny, nonostante il corpo sia di prim’ordine e l’eleganza si intraveda sotto le impurità e la mancanza di pulizia.

Non credo fosse un problema di tappo e nonostante sia la seconda bottiglia di Musigny 2007 che si comporta in questo modo, non mi sento la responsabilità di giudicare in maniera assoluta un vino che sulla carta avrebbe dovuto regalare ben altre emozioni. Ho sentito il parere di altri degustatori e letto tante recensioni di appassionati i quali sono rimasti piuttosto colpiti dall’eleganza di questo vino, ma a giudicare dalle due bottiglie di diversi lotti da me assaggiate, mi verrebbe da pensare che qualcosa sia andato storto in cantina. n.c.
Prezzo medio: 1000 euro.

 

COMTE DE VOGUE – MUSIGNY VIEILLES VIGNES 2000
Purtroppo i Musigny sono diventati sempre più rari e difficili da assaggiare, quindi la mia esperienza non è tale da poter giudicare questo vino sulla base di decine e decine di altri campioni. I vini di Millet in annate come la 2000, 2003 e 2006 hanno un filo conduttore che li riconduce alla morbidezza e maturità del frutto: una specie di dolce rilassatezza che li rende soavi e setosi. Parte caldo, morbido e maturo, e si assesta su una glicerica spezia vegetale, che segue l’ immancabile fruttone maturo, quasi cassis, impreziosito da tannini dolci e vellutati.

È un vino pieno e corposo rispetto alla media di altri vini del 2000 ma, considerando l’altitudine e la ventilazione della vigna, ho trovato il frutto leggermente surmaturo rispetto al suo meraviglioso Bonnes Mares 2003 bevuto pochi mesi fa: più fresco, dinamico e sapido. Sicuramente una bevuta molto gratificante ma da un Musigny credo che ci si aspetti complessità ed emozioni superiori. 94
Prezzo medio: 500 euro.

Tratti distintivi, eccezioni che confermano la regola, colpi di classe e grandi delusioni: nella grande Borgogna del vino c’è tutto, e ci piace da morire proprio per questo.

7 Commenti

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Francesco

circa 2 settimane fa - Link

Complimenti per le note e i suggerimenti sui vini di altri produttori. Certo che i prezzi dei vini di Borgogna dei produttori cult sono fuori da ogni logica e da ogni correlazione con la qualità.

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Alessandro Morichetti

circa 2 settimane fa - Link

La correlazione con la "qualità" è per forza di cosa relativa, la logica invece c'è ed è pure semplice: se in 1.000 vogliono una cosa ma c'è solo per 100...

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Alessandro

circa 2 settimane fa - Link

Grazie Francesco. Ti do ragione sui prezzi dei produttori Cult, ma il bello di aree così frammentate con micro-produzioni e vigne interpretate da decine e decine di produttori, è proprio quello di poter pian piano scoprire chicche (pseudo)economiche che, bevute alla cieca in mezzo a pezzi cult, strappano applausi e sorrisi.

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Francesco

circa 2 settimane fa - Link

Si, ti seguo. Anche io nutro una grande passione per la Borgogna, ma sta diventando sempre più difficile da giustificare a livello economico. Mano a mano sto assottigliando gli acquisti, rinunciando anche ad allocazioni di alcuni produttori.

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Alessandro

circa 2 settimane fa - Link

Infatti meglio rinunciare a qualche acquisto singolo e spendere i soldi con bicchierate condivise con appassionati. Il confronto con 10 malati è spesso altrettanto emozionante!!

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vinogodi

circa 2 settimane fa - Link

...sono bicchierate immorali , mi chiedo come fate ad organizzarle... Qualche giudizio ritengo molto personale , forse dettato dall'inesperienza su questi livelli , ma ottimo reportage...

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littlewood

circa 2 settimane fa - Link

E si marco propio immorali... 😀

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